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Rituali magici e maledizioni del popolo siciliano fra contese giudiziarie ed amorose – di Gaetano Cantaro

Rituali magici e maledizioni del popolo siciliano fra contese giudiziarie ed amorose.
L’invidia, figlia della superbia, è la tristezza per il bene altrui percepito come male proprio. Essa è uno dei sentimenti umani più diffuso in ogni epoca ed in ogni cultura ed è speculare all’influsso malefico che la superstizione popolare crede possa essere esercitato da taluni individui attraverso il “malocchio” o la “iettatura”. Tra le più antiche testimonianze di malocchio vi sono le “defixiones”, piccole lamine metalliche maledicenti. Ne parla anche lo storico romano Plinio il Vecchio affermando: “Non c’è alcuno che non tema di essere maledetto con preghiere sinistre“. La Sicilia greca, insieme all’Attica, fu il principale e più antico centro di produzione di questi manufatti, di cui oggi sono repertoriati diverse centinaia di esemplari in piombo; da tali luoghi di origine la pratica rituale si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo, in Italia, in Gallia, fino alla Britannia romana. Le defixiones siceliote più antiche provengono da Selinunte (VI-V sec. a.C.), tuttavia, pare che la più ampia diffusione si ebbe intorno al V sec. a.C., caratterizzato da particolare tensione politica e sociale. Secondo alcuni studiosi, ai conflitti sociali del periodo, che portarono anche allo sviluppo dell’oratoria forense per la risoluzione ufficiale delle controversie, si ricollegherebbe l’abbondante produzione di defìxiones: la magia nera cui ricorreva chi intendeva condizionare l’esito di un giudizio. Ciò troverebbe conferma nell’elevato numero di defixiones “giudiziarie” dirette ad ingenerare la “dimenticanza” dei testimoni, ovvero la “confusione” mentale dell’Avvocato della controparte o dello stesso Giudice.
Le defixiones, spesso redatte da veri e propri “professionisti della maledizione”, sono state classificate in cinque grandi tipi: giudiziarie, amatorie, commerciali, agonistiche (rivalità nel teatro, anfiteatro o nel circo) e quelle scritte contro ladri e calunniatori.
La “consacrazione” veniva espressa usando sovente il verbo “katadeo” (lego verso il basso) in greco e “defigo” (conficco, trafiggo) in latino, da qui i termini “katàdesmos” e “defixio”, in cui i due prefissi derivati da preposizioni (“katà” e “de”) indicano un movimento dall’alto verso il basso, ma anche “katagrapho”, “anatìthemi” (da cui “anatema”), “horkizo”, “exhorkizo” (questi due ultimi verbi specie nell’Africa settentrionale),”alligo”, “demando”, “denuntio”, “dedico”; in tal modo si voleva consegnare la vittima alle divinità affinché fosse punita o tormentata. La pratica magica era spesso collegata al rito della penetrazione con un chiodo di una lamina arrotolata su sé stessa, su cui era scritto il nome del destinatario della maledizione o su cui era inciso semplicemente il testo dell’anatema. La tavoletta inchiodata veniva nascosta sotto terra in modo da poter comunicare direttamente con gli Inferi. Il senso di questo rituale è analogo ai riti voodoo, in esso convergono la persona che pratica il rituale, la divinità, il defunto presso il cui sepolcro veniva deposta la tavoletta e che doveva agire da “medium” (nel mondo antico il paradiso non esisteva tutti i morti precipitavano nel regno degli Inferi ove pativano sofferenze) nonché il destinatario della maledizione. La maggior parte di questi reperti sono stati rinvenuti in antiche aree cimiteriali in virtù della stretta connessione con il mondo degli Inferi ovvero presso santuari dedicati alle divinità ctonie, come il santuario Malophoros di Selinunte. Molte altre sono state rinvenute dentro pozzi, acquedotti, fontane o corsi d’acqua in quanto alle acque veniva attribuita la caratteristica di “trasportare” il male. Le defixiones caddero in disuso nel IV secolo d.C., con l’avvento del cristianesimo, allorquando tali pratiche magiche, già disapprovate e disprezzate dai romani (come si evince anche dal noto mosaico della Villa di Cicerone a Pompei, raffigurante una mostruosa fattucchiera), furono proibite sotto pena di morte.
A Morgantina ne vennero trovate diverse “amatorie”, di cui ben tre “dedicate” a Venusta: “Gea, Ermete, dei inferi, accogliete Venusta (figlia) di Rufo, la schiava.” Il mittente della maledizione invocava le divinità degli inferi affinchè accogliessero Venusta (la destinataria della defixio), cioè la facessero morire.
In un altra si chiede a Gea, Ermes e Persefone di accettare Erotike, liberta di Anicia Fides.
Un testo ritrovato a Messina chiama Valeria Arsinoe «cagna» e «criminale» e ne chiede la consunzione dai vermi e la putrefazione.
In una laminetta di Centuripe (Museo Archeologico Regionale di Siracusa), l’autore chiede alla Kureia (Persefone o Demetra ?) di portare via Eleutero ed offre un voto in cambio di questo atto di “giustizia”.
Molto interessanti quelle, sempre in lingua greca, esposte nel museo archeologico di Marsala tra cui una in cui un ignoto spasimante deluso o forse tradito chiede ad Ermes ed ai Telchini (malvagi demoni delle miniere) di accogliere nel regno dei morti la fanciulla “Allia Prima” dai “bei capelli, bel volto, bella fronte, belle ciglia, begli occhi”, l’autore invoca anche “Cerbero” affinché la doni alla “signora Persefone”.
Sempre nel museo di Marsala sono esposte alcune “defixiones giudiziarie” tra cui una in cui l’autore, certamente uno scriba esperto in pratiche magiche, dichiara: “lego Zoryon, figlio di Mymbyr presso Persefone e presso i morti deprecati…lego nel piombo lui, la sua facoltà intellettiva e la sua anima affinché non possa parlare, lego lui nel piombo e la sua stessa saggezza e la mente e l’anima…Lego affinché non possano né parlare né agire contro Iunius, Septumius, C. Acinius, M. Annius…” ecc.. L’autore di tale maledizione opistografa (scritta da entrambi i lati) del III sec. a.C., per scongiurare una sconfitta processuale, augura al suo avversario Zopirione (nome documentato in tutto il mondo greco), figlio di una certa Mumbur (nome libico o fenicio – punico), il blocco delle facoltà intellettive ed espressive affinché gli sia impedito di difendersi ed augura la stessa sorte ad un lungo elenco di nomi che dovrebbero intervenire in suo sostegno, forse come testimoni.
In un altra maledizione “giudiziaria” si legge: “l’azione legale di Apithambal contro Numerius lego presso gli Dei sotterranei e lego Dameas affinché non possa contro, non possa contro ogni azione legale parlare contro né odiare”.
Alcune maledizioni sono dirette ad un singolo destinatario mentre in altre sono inseriti più destinatari in lunghe liste di nomi, spesso accompagnate e “decorate” con simboli rituali.
La tabella circolare di Selinunte, trovata nel santuario della dea Malophoros (una sorta di Demetra locale), databile ad inizio V sec. a. C., incisa su entrambi i lati con formule simili, costituisce un particolare esempio di scrittura rituale. Infatti, il lato A mostra una scrittura con lettere confuse, mentre il lato B è inciso su cerchi concentrici, probabilmente una tecnica di potenziamento dell’efficacia malefica. Questo è il testo tradotto delle maledizioni: (Lato A) “io iscrivo Selinontios e la lingua (qui, probabilmente, intesa come capacità di parlare) di Selinontios, confusa fino al punto di essere inutile per loro. E io iscrivo, confusa fino al punto di essere inutile, lingue dei testimoni stranieri”. (“Lato B) “Io iscrivo Timasoi e la lingua di Timasoi confusa fino al punto di essere inutile. Io iscrivo Turrana e la lingua di Turrana confusa fino al punto di essere inutile per loro”. Dal testo si evince che le defixiones erano spesso orientate a colpire parti anatomiche del destinatario, che venivano talora anche rappresentate sulla lamina stessa. Esempio di ciò è la bambola di piombo, acquistata dal celebre archeologo Paolo Orsi nel 1903 a Grammichele (oggi Museo Archeologico Regionale di Siracusa) e forse un’altra rinvenuta a Naxos. Entrambe presentano varie parti del corpo rovesciate rispetto alle altre, forse per motivi esoterici. Tali oggetti, che secondo molti costituiscono la forma più antica di defixio, sono noti dall’epoca classica fìno ad età tardo-antica ma non sono molto abbondanti, forse perché venivano di norma realizzati in cera o in altri materiali deperibili.
Spesso le maledizioni erano incise deliberatamente in maniera tale da risultare illeggibili ai viventi. Infatti era frequente soprattutto in ambito greco il ricorso alla scrittura bustrofedica (a nastro e senza andare a capo) oppure a spirale, forse per rafforzare il rito con la pratica della “magia simpatetica” (ad esempio scrittura distorta laddove si invochi la distorsione della lingua di una persona).
Per quanto non esistano prove dell’efficacia di tali “magarie”, non vi sono dubbi sulla grande presa di queste pratiche sul popolo siciliano che le ha coltivate nel corso dei secoli, prove ne sono le parole del grande demo-etnoantropologo, Giuseppe Pitre’ (1841-1916), il quale alla fine del XIX secolo scriveva: “pronto alla collera non meno che ardente nell’amore, il siciliano adirato contr’uno esce in “gastìmi” o imprecazioni terribili, no veramente per desiderio di male al gastimatu, ma per isfogo della subitanea ed infrenabile ira. Sbollita la quale, egli non se ne ricorda più, o non capisce che possa egli averne dette tante, ed essersene arrecata la persona a cui le disse. E’ opinione del volgo che la “gastìma” abbia una potenza misteriosa, specialmente quando sia mandata con vera “raggia di cori” (vera rabbia e disperazione di cuore – o “cu li minni di fora”, a seno scoperto) e allora il male desiderato o invocato piomba inesorabile e fatale sul capo della persona imprecata. Li gastimi mannati cu vera raggia di cori “jùncinu” perchè si ritiene che in quel momento un angelo che passa, udendo per aria la imprecazione, dica: ammè (amen), e quasi ratifichi e suggelli l’amara parola. E pensare che proprio un angelo debba esser destinato a codesto malvagio ufficio !” Proprio quest’ultima correlazione del Pitre’, riscontrata anche in alcune defixiones a partire del I sec. a.C., nelle quali ricorre la figura ebraica dell’angelo, rievocano l’ancestrale rito magico della defissione e la “junciuta” del naturale con il soprannaturale. Lo stesso significato del termine dialettale siciliano junciri corrisponde a quello del verbo greco “katadeo” (lego verso il basso), spesso usato come incipit nelle antiche maledizioni.
Se un tempo le maledizioni erano punite con la morte oggi i Giudici sono orientati a non riconoscere valenza offensiva ad “auspici verbali” che, secondo leggi scientifiche, non avrebbero la benché minima probabilità di verificarsi, se non nella misura statistica che obbedisce alla inesorabile Legge dei grandi numeri, che è al di sopra di tutte le Leggi. Infatti, se realmente il malocchio esistesse, il genere umano si sarebbe estinto già da un pezzo e noi, anche se non ci crediamo o diciamo di non crederci, non staremmo qua a fare gli scongiuri, toccare ferro, indossare amuleti, chiedere aiuto a maghi e fattucchiere, ravanare apotropaicamente le parti basse o spargere sale in luoghi infestati da presenze asseritamente malefiche, allora…”acqua e sali, acqua e sali; li magari, chiddu ca fanu, nun ci pozza giuvari” (acqua e sale, acqua e sale; i magari, ciò che fanno contro di me non ne possano giovare), come dire: non ci credo ma mi tutelo !
Gaetano Cantaro

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