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La Regione vuole completare la diga di Pietrarossa: il Presidente regionale di Siciliantica Simona Modeo "Ci opporremo a questo insano progetto"

Su Maggio 8, 2020 5 minuti letti

Qualche giorno fa è stata diffusa la notizia del bando regionale inerente l’incarico per la progettazione dei lavori di completamento della diga di Pietrarossa, in una zona compresa tra il territorio di Catania (Mineo) e quello di Enna (Aidone). La vicenda sembra ricalcare vecchie storie siciliane che hanno visto l’utilizzo e lo sfruttamento delle acque rientrare in ambiti torbidi e a volte addirittura sconfinare nel mondo degli interessi di personaggi che poco rispetto hanno nei confronti della legge italiana. Così è stato nel passato quando negli anni ’90 del secolo scorso, sempre nella provincia di Enna, scoppiò lo scandalo dell’Ancipa finito con la condanna di personalità di primo piano della società italiana (3 anni di reclusione per il presidente dell’EAS (Ente Acquedotti Siciliani), Ninni Aricò; 2 anni di reclusione per l’ex ministro per il Mezzogiorno, Aristide Gunnella e gli imprenditori Vincenzo Lizier e Luigi Rendo. Anche in quella occasione la minaccia di distruzione di un sito archeologico (Cozzo Matrice, nei pressi del Lago di Pergusa) fece insorgere le associazioni ambientaliste provocando il blocco dei lavori e la conseguente scoperta che l’opera era abusiva e priva di tutte le autorizzazioni amministrative. Il filo che lega le due vicende vede protagonista il fu Cavaliere del lavoro Luigi Rendo che inizia i lavori nel 1988 insieme all’impresa Lodigiani (successivamente inglobata dal colosso Impregilo). I lavori anche in quel caso erano abusivi, cioè iniziati senza le dovute autorizzazioni, e ironia della sorte venne scoperto un nuovo sito archeologico di notevole importanza per la storia della Sicilia antica. Le indagini della procura della Repubblica di Enna investirono oltre i responsabili e i tecnici delle ditte interessate anche alti funzionari della Soprintendenza di Enna che vennero rinviati a giudizio. Giudizio che non arriverà per nessuno a causa di avvenuta prescrizione, anzi il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche nel maggio del 2000 dichiara colpevole l’Assessorato regionale ai Beni Culturali per aver emesso, nel 1997, il vincolo di tutela archeologica sui resti scoperti a Pietrarossa. Una sentenza che di fatto censura il diritto riconosciuto, non solo per la legge ma anche per la costituzione italiana, alla Regione Siciliana di tutelare il proprio patrimonio storico e archeologico. Sentenza a cui stranamente la Regione Siciliana non si oppone. Passati una decina di anni qualcuno ai piani alti del potere ritorna a coltivare il sogno di costruire la diga, inutile e pericolosa: inutile perché la vicina diga Ogliastro (o Don Sturzo) distante solo una decina di km, avrebbe una capienza di progetto di 124 milioni di m³, contro i circa 35 milioni della costruenda Pietrarossa, e da sola, a regime, potrebbe benissimo irrigare senza problemi tutta la piana di Catania. Fino ad oggi, altro fatto strano, l’acqua dell’Ogliastro non viene utilizzata in nessun modo, assolve solo ad una funzione scenografica; pericolosa per i problemi statici che ha mostrato in relazione al terreno franoso e soggetto a terremoti.
Va inoltre segnalato che attualmente, nonostante la sentenza del Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche, negli elenchi ufficiali dei decreti di vincolo archeologico della provincia di Enna della Regione Siciliana, il sito di età romana di Casalgismondo risulta essere presente e attivo. Ma quale importanza rivestono quelle “quattro pietre”, tale da impedire la costruzione della diga? Il sito archeologico ricade nel territorio del comune di Aidone, noto per la presenza dell’antica città di Morgantina. Dal 1988 tre diverse campagne di scavo hanno interessato l’area che si trova sulla linea di confine delle provincie di Enna e Catania. Sono stati indagati e documentati alcuni vani di servizio che si affacciano su una strada lastricata. La notevole estensione dell’area archeologica farebbe propendere per l’identificazione del sito con un’importante statio romana. L’insediamento è situato infatti lungo la via di comunicazione, documentata nell’Itinerarium Antonini, che da Catania, percorrendo l’interno dell’isola, giungeva ad Agrigento. I centri che orbitavano su questa strada sono quelli di Capitoniana (statio), Morgantina, Philosofiana, Petiliana (stationes), fino a giungere sulla costa nei pressi di Gela per poi risalire ad Agrigento. Il sito archeologico di Casalgismondo è la prima e unica testimonianza di queste importanti strutture costruite dai Romani in Sicilia per potere gestire la produzione economica dell’isola, produzione che contribuiva alla ricchezza di Roma.
Nel 2004 fu effettuato un altro saggio, questa volta in contrada Pietrarossa/Scoparso, che ha consentito di portare alla luce un fabbricato di età tardo romana (IV sec. d.C.), probabilmente un granaio. Se dunque venisse autorizzata l’ultimazione dei lavori della diga, che ne consentirono all’inizio la scoperta, queste importantissime evidenze archeologiche rischierebbero di scomparire per sempre. Pertanto SiciliAntica si oppone all’insano progetto e ha già presentato una richiesta di accesso agli atti all’Assessorato all’Energia e all’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, pronta a tutelare, in tutte le Sedi competenti, queste antiche testimonianze di grande pregio e valore storico-archeologico.
Simona Modeo presidente Regionale di SiciliAntica

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