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CSA sulla vertenza dei musicisti del teatro Vittorio Emanuele

La vertenza dei musicisti del Teatro Vittorio Emanuele in Commissione Cultura a Palazzo Zanca. Una delegazione di orchestrali con il portavoce Marco Castagna, accompagnati dal segretario provinciale del SIAD CISAL Clara Crocè, ha esposto le proprie rivendicazioni durante la seduta convocata dal presidente Pietro La Tona su richiesta del consigliere comunale Libero Gioveni. “Dall’anno scorso ci stiamo muovendo perché l’Ente Teatro abbia il giusto riconoscimento, così come Palermo e Catania -dichiara Crocè. È intollerabile che la classe politica che ha governato Messina non abbia mai posto al centro della discussione la necessità che la città abbia un’orchestra e un coro stabili come è avvenuto altrove. La conseguenza, giusto per fare un esempio, è che Catania può contare su 17 milioni di euro di finanziamenti e Messina solo su 3 milioni 600.000 euro. Abbiamo chiesto un’audizione in Commissione Lavoro alla presenza del soprintendente e dell’intero Consiglio di Amministrazione, visto peraltro che è intenzione del sindaco De Luca stabilizzare l’orchestra”.
La delegazione degli orchestrali ha poi presentato un proprio documento, che riproduciamo integralmente. “Parliamo in rappresentanza del precariato storico dell’orchestra del Teatro di Messina, un precariato che da qualche tempo ormai non è più tale. L’orchestra del Teatro Vittorio Emanuele prese forma da uno stage formativo tenutosi tra gli anni 1995 e 1996 e nacque ufficialmente da selezioni nazionali bandite nel settembre del 1997. Da allora, questa formazione ha sistematicamente tenuto in piedi tutte le stagioni musicali, dentro e fuori Messina.
Malauguratamente, l’inerzia e il disinteresse della classe politica, antica e recente, si sono rivelate estranee a quella lungimiranza conosciuta altrove. Una lungimiranza che avrebbe potuto, ad esempio, dotare questo teatro di personale congruo (orchestra e maestranze stabili), ancor più quando le risorse si potevano vincolare per legge perché sufficienti.
La struttura giuridica che gestisce lo stabile di proprietà comunale è conosciuta da tutti come Ente Autonomo Regionale Teatro di Messina. Ente, che è a esclusiva trazione regionale. Dalla Regione Sicilia riceve un contributo utile a coprire il consolidato, ossia 3 milioni 600.000 euro così suddivisi: 2 milioni 800.000 euro assorbiti dagli stipendi degli impiegati d’ordine e i restanti 800.000 euro utilizzati per far fronte alle spese di gestione. È quindi evidente che per la missione alla quale sono chiamati i massimi enti culturali per statuto, ossia la produzione di cultura, non resta neanche un euro.
Siamo in un vicolo cieco, dato da un lato da flussi regionali assolutamente vergognosi e dall’altro dall’impossibilità di poter attingere ad altre forme di finanziamento quali FURS e FUS. Non avendo in organico un minimo nucleo di personale artistico, orchestra e maestranze tecniche, a fatica si potranno raccattare le briciole di questi due finanziamenti per la produzione.
Come non bastasse, proprio alla fine dello scorso anno s’è aggiunto un problema che penalizza ulteriormente il precariato storico: l’impossibilità di firmare i consueti contratti a tempo determinato, che consentivano una serie di tutele ai lavoratori, a partire dalla possibilità di accedere all’assegno di disoccupazione. Al momento, quindi, possiamo sottoscrivere soltanto contratti di collaborazione occasionale o, in alternativa, con Partita Iva. Una sciagura che si somma a un totale di appena 35 giornate lavorative spalmate su tutto l’anno come massimo coinvolgimento per l’attività istituzionale dell’orchestra.
Messina è la terza città della Sicilia, la tredicesima d’Italia, ha un Conservatorio di Musica, un liceo musicale, tantissime scuole medie a indirizzo musicale, ma a più di 30 anni dalla riapertura del Vittorio Emanuele ancora non ha un teatro minimamente assimilabile ad altri.
Anche in questo, la disparità con altre città come Catania e Palermo denuncia la totale indolenza e pavidità della classe politica locale. Se Palermo può vantare ben tre orchestre e un coro lirico, se Catania ha un Bellini con 78 orchestrali, 54 coristi, 4 maestri collaboratori, 10 addetti alla direzione tecnica, 42 agli allestimenti tecnici e solo 16 amministrativi lo devono unicamente alla loro classe dirigente e politica.
Siamo qui, al vostro cospetto, non solo per la nostra causa, ma perché ancora vorremmo nutrire la speranza di risvegliare le coscienze di una città che voi rappresentate. Vogliamo continuare a illuderci, non tanto per noi, sarebbe anche troppo tardi vista l’età media, ma per i figli di Messina, che non dovranno più sentirsi dire d’esser nati in una “città babba”. Il teatro è il cuore culturale della città: morto questo morirà definitivamente anche la città. Cerchiamo in voi una sponda per individuare tutti insieme una soluzione a questo antico e vergognoso problema.
La politica del “va tutto bene” non fa altro che incancrenire il problema. Il nuovo corso, come altri “nuovi corsi” in passato, magari è animato dalle migliori intenzioni, ma continuando a procedere da soli il naufragio sarà ineluttabile. I problemi che abbiamo oggi sono ben peggiori di quelli che avevamo in passato. Desideriamo operare con il Consiglio comunale e con quel sindaco che tanto prese a cuore le nostre vicende in campagna elettorale, parlando di un “ente scandalo da riformare assolutamente”.
Se per una questione così importante e intricata il sindaco, l’Aula, il CdA, la deputazione regionale e i sindacati non faranno ognuno la propria parte gettando il cuore oltre l’ostacolo, quelle che pronunciamo oggi (come altre volte in passato) rimarranno parole di un enunciato morto in partenza.
Non è più prorogabile l’istituzione di un tavolo di lavoro permanente, utile a elaborare idee percorribili per dare nuovo assetto e un futuro chiaro e certo al Teatro di Messina, ente o non ente regionale. Quando, andato in pensione l’ultimo dipendente regionale da qui a qualche anno, quale futuro potrà delinearsi per il teatro? Un teatro è tale solo in quanto ente regionale composto per lo più da uffici, pur utili e rispettabili, oppure è il faro dell’arte nell’accezione più alta del termine?”.

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