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PREMIO LETTERARIO NAZIONALE CLARA SERENI / ANNA VASQUEZ

‘Quei passi’: terzo classificato nella categoria romanzo inedito
[PREMIO LETTERARIO NAZIONALE CLARA SERENI / ANNA VASQUEZ] Mercoledi, 06/01/2021 – Anna Vasquez , docente, avvocata, giudice tributaria, vive ad Enna insieme ai suoi tre figli. Ha collaborato con il giornale “La Sicilia” ed altre riviste. Ha pubblicato il libro di poesie “Fiori nel deserto” (2004) Premio “Nuove Lettere” XIV Edizione e il romanzo “La Quarta finestra” ed. Carthago 2014 . Premio “Urbe Parthenicum” 2015. Terzo classificato col romanzo inedito “Quei passi” al Premio Clara Sereni, edizione 2020.

QUEI PASSI
estratto

Come a teatro, improvvisamente, si fece silenzio. Sara si irrigidì serrando i muscoli della mascella. Il suo avvocato le fece segno di alzarsi: entrava la Corte. Obbedì docile. I suoni e le immagini arrivavano alla sua percezione come filtrati da pareti sottili che si frapponevano fra lei e la realtà.
Solo così riusciva a sopportarla.
L’impressione di sdoppiamento era divenuta per lei una via di fuga che utilizzava spesso in quell’ultimo periodo:lasciava che le parole uscissero dalle sue labbra senza una reale partecipazione, che i suoi occhi guardassero le cose senza vederle veramente, che le sue orecchie percepissero dei suoni senza udirli.
Era come aver messo l’impermeabile all’anima e tutto vi scivolava via, senza toccarla, proteggendola. Solo dopo, da sola, avrebbe consentito al suo corpo di ricongiungersi .
Per adesso, osservava la scena da estranea. I giudici entrarono con passo lento, la toga nera, con sussiego si sedettero sullo scanno posto in alto e assunsero un’espressione distaccata, altera, ieratica, o forse era solo l’effetto della luce, quasi accecante, proveniente dalla parete completamente finestrata che stava alle loro spalle e che inondava l’aula, illuminandola appieno.
Stranamente, tutta quella luce invece di rendere più nitido il viso dei giudici, ne sfumava i contorni, cosicché la loro figura sembrava sfuocata, irraggiungibile: macchie nere e immobili o era l’impercettibile velo di pianto che copriva i suoi occhi che glieli faceva apparire così?
Sforzando la vista riuscì a mettere a fuoco il viso del Presidente: era piuttosto giovane, aveva i capelli e la barba folti, rossastri, uno sguardo dritto e altero; Sara si sorprese a pensare che assomigliava a Garibaldi e questo, per un attimo, la distrasse.
Non osava volgere altrove il suo sguardo per timore di incontrare quello dell’imputato, ma avvertiva lo stesso la sua presenza e, ad ondate, era invasa da una sensazione spiacevole di caldo che le imperlava la fronte di sudore freddo.
Per contrastare quel malessere si concentrava sempre più sulla scritta: La legge è uguale per tutti.
Quelle lettere in oro restavano scolpite nel suo sguardo, anche quando, per qualche attimo, abbassava le palpebre, cercando riparo a tutta quella luce, che sembrava voler scavare dentro, cercare la verità negli anfratti dell’anima.
Era una di quelle giornate di febbraio molto fredde, ma con un sole splendente, che campeggiava prepotente nel cielo di un azzurro intenso, senza riuscire a riscaldare l’aria che rimaneva fredda e pungente, come dopo una nevicata. La tramontana aveva spazzato via ogni nuvola, che adesso erano tutte ammassate all’orizzonte, formando un cordone di bambagia attorno alla terra.
Dopo le formalità di rito, cui Sara non prestò alcuna attenzione, il Pubblico Ministero si alzò. Aveva un colorito scuro che faceva risaltare di più i capelli brizzolati, tirati indietro con cura, ogni tanto guardava dei fogli accuratamente rilegati, mettendo davanti agli occhi dei piccoli occhiali da presbite, cerchiati in oro, ma per via della luce si vedeva solo un luccichio comparire e scomparire, come per magia, dinanzi ai suoi occhi: «Il giorno 10 ottobre 1995, intorno alle ore 20,30 l’imputato, G.B., dopo averla seguita, sotto la minaccia di un coltello costringeva la parte lesa, Sara D., a.» si interruppe, sollevò lo sguardo su di lei, colto dall’ineluttabilità della frase che stava per pronunciare, per la prima volta incerto sulle parole da usare, ma la fissità assente dello sguardo della donna lo aveva rincuorato, in ogni caso, decise, avrebbe usato meno parole possibili per finire tutto al più presto. Distolse lo sguardo, calcando le parole e rivolgendosi con accento severo ed accusatorio verso l’imputato.
Sara ascoltava impassibile, neanche un muscolo del suo volto si muoveva, assomigliava ad una maschera: gli occhi neri, profondi, due abissi, il pallore esangue, le labbra serrate.
Le parole del Pubblico Ministero, man mano che echeggiavano nell’aula ammutolita, restavano come sospese un attimo, nel silenzio, poi, come sbigottite venivano inghiottite dalle successive; ma quelle parole, che per gli altri erano solo suoni, per Sara erano ricordi, era dolore e arrivavano al suo orecchio sempre più ovattate, come se d’accordo fra loro, avessero voluto offenderla meno.
I ricordi le si ammassarono ancora una volta in mente evocati, suo malgrado, da quelle parole e si rivide mentre, con il solito passo svelto, camminava per quel viale, il consueto sguardo distratto all’orologio: come sempre era in ritardo, doveva andare a cena da amici, ma prima, doveva correre a casa a cambiarsi. Cosa si doveva mettere? La serata era piacevole, anche se era ottobre non faceva ancora freddo,-un rigurgito d’estate-, aveva pensato sorridendo, contenta di vivere in una terra dalla temperatura così mite. Poteva andare bene una camicia e poi la giacca nuova che aveva appena comprato.
Aveva guardato di nuovo l’orologio, ansiosa, come se quel gesto ripetuto potesse consentirle di recuperare un po’ di tempo. Anche questa volta Mario l’avrebbe rimproverata con lo sguardo, alzando il sopracciglio destro in segno di disappunto e lei si sarebbe sentita colpevole, come una bambina sempre desiderosa di farsi perdonare e di farsi amare.
Un sorriso amaro le aveva increspato la bocca, aveva tirato indietro il ciuffo di riccioli neri e ribelli che le ombreggiavano la fronte, mentre aveva sentito il trillo del cellulare da dentro la borsetta. Si era fermata spazientita cercando di individuare nella penombra il chiarore intermittente del display. Questo le avrebbe fatto perdere ancora minuti preziosi, ma si era rinfrancata nel leggere il nome di Mario: « Sì, scusa sto uscendo ora dal giornale.» La sua voce manifestava un’ira contenuta: « Arriveremo ultimi, come al solito, non avevo dubbi..»
Ma lei non aveva voglia di controbattere: «Faccio presto, ciao». E aveva riattaccato , riprendendo a camminare velocemente.
Al giornale in cui lavorava c’era sempre un motivo per perdere tempo, quella sera era stato Giovanni a trattenerla per farle leggere il suo articolo: si fidava di lei e le chiedeva sempre il suo parere, era diventata una sorta di scaramanzia fra di loro, non potevano andare via se entrambi non avevano finito e si erano rassicurati a vicenda che avevano fatto un buon lavoro.
Aveva guardato ancora l’orologio, in fondo erano solo le otto e mezza, aveva calcolato mentalmente: un quarto d’ora per arrivare a casa, venti minuti per prepararsi, altri dieci per arrivare dagli amici, alle nove e mezza sicuramente poteva iniziare la cena.
Era tardi? Certo non era un orario settentrionale, ma per loro era quasi normale, loro erano nottambuli e meridionali. Questi pensieri l’avevano tranquillizzata e si era accorta che la stizza era passata, così come la fretta, anzi si attardava a inseguire e calpestare le foglie multicolori affastellate sul marciapiede, che formavano uno splendido tappeto rossastro con venature marroni, verdi e gialle; foglie che scricchiolavano leggermente sotto i suoi passi svelti e si scostavano leggere al suo passaggio, lasciando intravedere il grigio dell’asfalto. Si era stupita a pensare al miracolo di quegli ontani che resistevano alti e rigogliosi in quelle asfittiche fosse di terra, immersi nel cemento, eppure pieni di fronde cariche di foglie, con qualche radice che riusciva a vincere anche il cemento e sbucava qua e là sul marciapiede, mettendo in pericolo l’incolumità dei pedoni, che camminavano, attenti, fra le insidie delle mattonelle divelte e degli spuntoni emergenti dal sottosuolo. Quegli alberi le sembravano un simbolo, un monito che nonostante lo smog, i rumori e il cemento la natura avrebbe trovato il modo per contrastare l’alterigia dell’uomo, per opporre la lentezza del tempo, delle stagioni, dell’attesa dei frutti all’inutile frenesia umana. Infatti, senza quelle miracolose foglie nessuno avrebbe potuto indovinare che si era in autunno, senza gli alberi, il verde, i fiori le città sarebbero immerse in una irriconoscibile atemporalità.
Assorta nei suoi pensieri non si era accorta di un passo dietro di lei. Le foglie avevano attutito il rumore dei passi, ma un fruscio diverso, uno sfrigolìo più vicino, aveva attirato la sua attenzione, ora i suoi sensi erano all’erta, pronti a percepire qualunque segno di pericolo.
Aveva accelerato il passo, così come il battito del suo cuore. -Che stupida, calmati- si era detta, cercando di controllare il respiro. Ma permaneva in lei una inopinata sensazione di pericolo. Camminava, scrutando nel buio con ansia crescente per cercare di individuare la sagoma della suaauto, ma anche il passo dietro lei era sempre più vicino. Adesso poteva sentire quasi il suo respiro e questo la infastidiva oltre a procurarle un desiderio scomposto di fuga. Non voleva voltarsi, ma avvertiva sempre più una presenza minacciosa. Con la coda dell’occhio aveva intravisto la figura di un uomo camminarle dietro, le mani in tasca. Un brivido le aveva percorso la schiena, ma aveva riconosciuto l’angolo in cui aveva posteggiato. Si era rincuorata, bastavano pochi passi, bisognava fare presto, presto. Aveva cercato di individuare nel chiarore incerto dei lampioni la sua macchina che, adesso, le sembrava lontanissima, irraggiungibile. Girato l’angolo la strada era più buia ed isolata. Si era fermata. Anche i passi dietro lei. E allora era stata presa dal panico ed aveva iniziato a correre, aveva cambiato marciapiede, doveva suonare qualche campanello, attirare l’attenzione di qualcuno. Si era guardata attorno smarrita, non c’erano case vicine, solo garage chiusi, non c’era nessuno che potesse aiutarla, aveva provato a gridare, ma adesso quell’uomo era sempre più vicino, era dietro di lei e l’afferrava per impedirle di urlare, le teneva una mano nodosa e possente sulla bocca e con il braccio la trascinava quasi a spezzarle il collo e poi aveva sentito qualcosa pungerla sul fianco. Con gli occhi e il gesto delle mani gli aveva offerto la borsetta, ma lui aveva risposto, con voce bassa, roca, un sussurro agghiacciante:
« Non voglio soldi, voglio te».
Nonostante la strada in quel punto non fosse molto illuminata, intravedeva il suo volto, sentiva il suo alito ripugnante saturo di alcool, il suo respiro dietro l’orecchio e quel braccio ruvido che quasi la soffocava. La trascinava con forza verso una strada laterale, la borsa le era caduta di mano, qualche macchina passava indifferente, velocemente, ma, visti da lontano, potevano sembrare una coppia allacciata, solo uno sguardo attento avrebbe potuto notare che lei era come sollevata da terra dal suo braccio poderoso e non camminava, ma sfiorava coi tacchi il marciapiede. A un certo punto sentì che le scarpe si impigliavano in qualcosa, un ciottolo, un ciuffo d’erba negli interstizi del marciapiede ed erano rimaste lì, abbandonate. Sulla stradina c’era una scaletta, si era sentita perduta. Non riusciva più a respirare, solo la nausea indicava che era ancora viva. Con un guizzo improvviso, che per un attimo lo aveva spiazzato, si era aggrappata con tutte le forze alla ringhiera, ma fu un momento, lui la aveva strattonata con una forza invincibile, poi la aveva tirata giù, giù in fondo alla scala. Ora sentiva il rumore delle macchine sopra la loro testa.
Come dimenticare il lampo di brutale cupidigia che aveva visto nei suoi occhi,come dimenticare il sorriso beffardo che pronunciava quel “voglio te”?
Voglio te, come strappare un filo d’erba; te, come dare un calcio ad un sasso; te, come schiacciare una formica; te, come un nulla di cui ignori l’esistenza, e poi, un giorno qualunque, senza un motivo preciso, dici : voglio te. No, non cambiare il corso della mia vita, no, non sono un filo d’erba, non sono un sasso, una formica, un nulla che puoi schiacciare all’improvviso, abbi pietà, pietà di me. Dio, Dio, ferma quella mano, ferma quello sguardo, abbi pietà di me, innocente come un filo d’erba, innocente come un sasso, innocente come una formica, innocente come un essere umano.
Nessuno aveva ascoltato la sua preghiera.

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