C’è un filo sottile che attraversa Welcome in Siria: un filo fatto di passi, di incontri, di silenzi che pesano più delle parole. Angelo Maddalena lo segue senza mappe, lasciandosi guidare da ciò che accade ai margini, nelle pieghe di un paese che troppo spesso viene raccontato solo attraverso il rumore della guerra. Il suo libro, pubblicato dopo un viaggio compiuto in un momento di grande fragilità per la regione, è un atto di presenza prima ancora che un reportage.
Lo incontriamo per una conversazione che diventa già interpretazione critica del suo lavoro.
Maddalena, il tuo libro sembra muoversi in una zona di confine: non è un reportage classico, non è un diario, non è un saggio. È un attraversamento. Da dove nasce?
Nasce da un’urgenza: andare a Mar Musa, il monastero e la comunità monastica ecumenica fondati da Paolo Dall’Oglio dopo aver saputo che la comunità ha continuato a vivere lì nonostante il rapimento di padre Polo nel 2013 e la guerra civile che ha coinvolto anche Mar Musa. E poi nasce dall’esigenza di raccontare i luoghi dal basso: la Siria era diventata un luogo parlato da altri, spesso da lontano. Io volevo ascoltare chi ci viveva dentro, chi aveva perso tutto e chi stava ricominciando. Non cercavo una tesi: cercavo persone. Il libro è nato così, camminando, sedendomi, bevendo tè con chi aveva ancora la forza di raccontare.
La prosa di Maddalena è essenziale, quasi scarnificata. Eppure, tra le righe, affiora una tensione poetica che non è ornamento, ma necessità.


