MEDIO ORIENTE, LA CRISI APRE NUOVI SPAZI PER LE IMPRESE
L’ANALISI DI MAX CALDERAN SU RISCHI, OPPORTUNITÀ
E STRATEGIE PER LE AZIENDE ITALIANE
L’esploratore ed imprenditore esperto di relazioni economiche in Medio Oriente non ha dubbi:
“Chi abbandona il mercato oggi potrebbe pentirsene domani”
Le tensioni geopolitiche che nelle ultime settimane hanno riacceso il conflitto in Medio Oriente stanno alimentando un clima di crescente incertezza tra imprese e investitori a livello globale. L’instabilità dell’area, cruciale per gli equilibri energetici e commerciali mondiali, ha già iniziato a riflettersi sui mercati: volatilità del prezzo del petrolio, timori di interruzioni nelle catene di approvvigionamento e possibili ripercussioni sulle rotte commerciali e sui costi energetici. In questo scenario di crescente allarme, l’attenzione riguarda anche le aziende europee e italiane che negli ultimi anni hanno rafforzato la propria presenza economica nella regione.
I numeri testimoniano quanto l’area sia diventata strategica per il sistema produttivo italiano. L’interscambio commerciale tra Italia e Medio Oriente supera i 70 miliardi di euro l’anno, mentre l’export italiano verso l’area vale oltre 28 miliardi di euro, con circa 21 miliardi destinati ai Paesi del Golfo. Complessivamente si stima che oltre 1.000 aziende italiane abbiano una presenza strutturata nell’area, mentre diverse migliaia intrattengono rapporti commerciali stabili con i mercati del Medio Oriente.
In questo contesto complesso, molte imprese si trovano oggi a interrogarsi su come interpretare correttamente la situazione e su quali strategie adottare per continuare a operare nella regione.
Secondo Max Calderan – esploratore entrato nella storia per avere attraversato in solitaria il Rub’ al Khali, in Arabia Saudita, il deserto di sabbia più grande del mondo, da oltre vent’anni è tra i consulenti più esperti a livello internazionale, di Business Culture del Medio Oriente, e gestione delle relazioni personali durante le trattative commerciali in Medio Oriente – il primo errore che le aziende rischiano di commettere è reagire emotivamente alla crisi. «Molti imprenditori mi contattano chiedendo cosa fare”, spiega Calderan. “Ma quando nasce il dubbio di lasciare il mercato spesso significa che la decisione è già stata presa sull’onda dell’emotività e non su un’analisi strategica”.
In particolare, Calderan osserva come gli imprenditori con poca esperienza nella Regione tendano più facilmente ad abbandonare i progetti, mentre chi vive o lavora da anni nei Paesi del Golfo affronta le crisi con un approccio più strategico, valutando il rapporto tra rischio e opportunità. Secondo l’esperto, esiste anche una differenza culturale nel modo in cui le aziende affrontano queste situazioni: collaboratori di aziende non italiane risultano spesso più disponibili a restare nei Paesi del Golfo anche in periodi di tensione geopolitica, mentre molti lavoratori occidentali tendono a rientrare più rapidamente nei propri Paesi, anche per motivi legati alla dimensione familiare.
Un nuovo modello economico: meno export, più integrazione industriale
Parallelamente alla situazione geopolitica, i rapporti economici tra aziende occidentali e partner mediorientali stanno cambiando profondamente. Secondo Calderan, il modello tradizionale basato sulle transazioni legate al petrolio e al gas sta progressivamente lasciando spazio a partnership strategiche basate su competenze tecnologiche, innovazione e sostenibilità. Le imprese occidentali continuano a essere apprezzate per la loro capacità di innovazione, ma devono confrontarsi con una crescente concorrenza da parte di aziende asiatiche e con un nuovo approccio geo economico adottato dai Paesi del Golfo. Oggi i partner mediorientali privilegiano sempre di più lo sviluppo economico interno di lungo periodo, chiedendo alle aziende straniere non solo prodotti ma anche trasferimento tecnologico, produzione locale e creazione di valore nel territorio.
Questo modello, noto come ICV (In Country Value), implica la creazione di catene di produzione locali, centri di ricerca e formazione, e una maggiore integrazione industriale tra imprese straniere e partner locali.
Tra i settori che stanno attirando maggiori investimenti emergono in questo periodo:
data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale AI
tecnologie digitali avanzate
cybersecurity e protezione dei dati sensibili
raffinazione e lavorazione di minerali critici
energia e idrogeno
soluzioni nuove estrazione acqua oltre la desalinizzazione.
sistemi di difesa e protezione aerea
real estate
turismo
grandi eventi, come la programmazione dei campionati del mondo di calcio
In molti casi le aziende straniere sono chiamate a contribuire non solo con tecnologie e prodotti, ma anche con programmi di formazione e trasferimento di know-how per lo sviluppo di competenze locali.
I Paesi più stabili per le relazioni commerciali secondo Calderan
Nonostante le tensioni regionali, diversi Paesi del Golfo continuano a mantenere una forte stabilità economica. Secondo Calderan, nel contesto dell’escalation del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran all’inizio del 2026, i Paesi più resilienti dal punto di vista economico restano quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG): Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un ruolo centrale è destinato all’Arabia Saudita, oggi la più grande economia del mondo arabo: il Paese sta vivendo una fase di forte trasformazione economica e culturale legata al programma Riyadh Expo Vision 2030, che punta a ridurre la dipendenza dal petrolio e a sviluppare nuovi settori industriali e tecnologici. Secondo Calderan, le attività non petrolifere in Arabia Saudita (che hanno registrato una crescita del 39%), aprono nuove opportunità per imprese e investitori internazionali.
Le opportunità che nascono dalla crisi: puntare su settori promettenti come energia, risorse idriche, catene di approvvigionamento
Paradossalmente, proprio la fase di tensione geopolitica potrebbe creare nuove opportunità per le imprese più preparate. Molti investimenti esteri sono infatti rallentati o sospesi, ma gli imprenditori con maggiore esperienza nel mercato mediorientale stanno concentrando l’attenzione su progetti destinati a crescere nel periodo successivo al conflitto. Tra i settori più promettenti emergono quello delle energie rinnovabili, soluzioni per la sicurezza delle catene di approvvigionamento, tecnologie per la gestione delle risorse idriche, produzione e sicurezza alimentare, ospitalità e turismo con nuovi brand regionali. Un ambito particolarmente innovativo riguarda lo sviluppo di tecnologie per la produzione di acqua, non solo attraverso la desalinizzazione ma anche tramite sistemi in grado di estrarre acqua dall’umidità presente nell’aria.
Secondo Calderan, la crisi sta creando anche nuovi spazi per le aziende pronte a investire: «Si stanno creando dei vuoti pronti per essere colmati. Molti investitori si stanno ritirando per paura, lasciando spazio a chi ha una visione strategica e una presenza consolidata nel territorio. In particolare, le PMI italiane potrebbero beneficiare di queste opportunità, grazie alla loro maggiore flessibilità decisionale rispetto ai grandi gruppi industriali».
Come e perché alcuni progetti rallentano
La crisi sta però incidendo anche su alcuni grandi progetti infrastrutturali. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti/Israele e Iran ha generato forti tensioni nelle forniture energetiche globali, soprattutto a causa dei rischi legati allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio. Di conseguenza diversi progetti sono stati sospesi o ridimensionati come The Mukaab, il megaprogetto architettonico previsto a Riyadh: un enorme cubo metallico di 400 metri per lato, contenente una cupola con un sistema di display basato sull’intelligenza artificiale, progettato per diventare uno degli edifici più iconici al mondo. E anche il progetto The Line, parte del piano urbanistico di NEOM, ha subito importanti revisioni: l’idea originale prevedeva una città lineare lunga 170 chilometri, alta 500 metri e larga 200 metri, completamente alimentata da energie rinnovabili e progettata per ospitare fino a 9 milioni di abitanti senza auto né strade. Secondo le ultime evoluzioni del progetto, la lunghezza iniziale potrebbe essere ridotta a 2,4 chilometri, con una possibile riconversione dell’area in hub per data center e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
Scenari da non sottovalutare: un Medio Oriente sempre più centrale
Nonostante le tensioni geopolitiche, Max Calderan ritiene che il Medio Oriente continuerà a rafforzare il proprio ruolo nello scenario economico globale. Secondo l’esperto, nei prossimi anni la regione potrebbe consolidare nuove partnership economiche con Cina, India e Russia, con l’obiettivo di diversificare i rischi geopolitici e rafforzare il proprio posizionamento internazionale. «Il Medio Oriente sarà sempre più centrale per l’economia globale. La sfida per le aziende occidentali sarà adattarsi a un contesto in cui le relazioni economiche e personali diventano sempre più strategiche e geoeconomiche». conclude Calderan.
Chi è Max Calderan
Tra i più grandi Esploratori viventi, entra nella storia il 2 febbraio 2020 esplorando, a piedi e in solitaria i 1.200 km del deserto di sabbia più grande al mondo il Rub Al Khali in Arabia Saudita. Nasce la Calderan Line che viene aggiunta nelle cartine geografiche della Penisola Araba e ufficializzato da Google Maps come ‘Historical Landmark”.
Grande esperto di geopolitica e relazioni tra Medio Oriente e mondo occidentale, da oltre vent’anni vive tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Italia.
Riconosciuto a livello internazionale tra i consulenti italiani indipendenti più esperti in Business Culture e strategie di gestione delle relazioni personali, ha aiutato centinaia di aziende interessate ad avviare trattative commerciali in Medio Oriente.
In Toscana, immersa nella meravigliosa foresta di Montedomini, ha sede la Academy di formazione a 360 gradi per imprenditori.


