TEATRO BIONDO PALERMO
Stagione 2026-2027
OLTREPASSA
Attraversa Palermo e altri mondi
Come Palermo, città stratificata, da sempre attraversata da correnti culturali differenti, la nuova stagione del Teatro Biondo vuole configurarsi come un continuo attraversamento: un invito a varcare soglie, a oltrepassare confini visibili e invisibili, a mettere in relazione tempi, linguaggi e visioni.
In questo orizzonte, la scena diventa spazio critico e sensibile, capace di accogliere la complessità del presente senza rinunciare alla profondità della memoria. Le drammaturgie si muovono tra tradizione e sperimentazione, tra scritture consolidate e nuovi linguaggi, componendo una trama in cui le differenze non si annullano, ma si intensificano nel dialogo.
Oltrepassa – Attraversa Palermo e altri mondi non è soltanto il titolo della stagione 2026-2027, ma una dichiarazione di intenti: un gesto che implica movimento, passaggio, trasformazione. Spettacolo dopo spettacolo, il teatro attraversa e si lascia attraversare, costruendo una geografia mobile in cui i confini si fanno permeabili e ogni storia diventa occasione di incontro. Così il teatro si riafferma come luogo di relazione e conoscenza, capace di interrogare il reale e di aprire varchi verso altri mondi possibili.
Valerio Santoro
Direttore del Teatro Biondo di Palermo
La nuova stagione del Teatro Biondo è un invito a sconfinare con lo sguardo e con la mente oltre l’orizzonte delle nostre convinzioni e abitudini. Il teatro è uno strumento straordinario per comprendere la complessità di un’epoca difficile e contraddittoria come la nostra e proiettarsi in un futuro sostenibile, a patto che ci si lasci guidare oltre la rassicurante fisionomia del già detto e del già fatto.
Grazie agli autori e agli artisti che si alterneranno sui nostri palcoscenici nel corso della stagione 2026-27, potremo scoprire mondi inaspettati e attribuire nuovi significati alla realtà che ci circonda. Ancora una volta il Biondo si assume la responsabilità di offrire, oggi più che mai, un teatro necessario, che concretizzi la sua funzione critica e propulsiva, proponendosi come assemblea civica, nel segno di un’esperienza condivisa e di una crescita della nostra comunità e del territorio.
Da Palermo, dal centro di un Mediterraneo sempre più instabile, guardiamo con senso di responsabilità, e con gli strumenti della poesia, a un Mondo che ha bisogno di essere rigenerato. Peraltro, è la sola maniera, oggi, di interpretare la catarsi aristotelica, la liberazione dalle passioni e dalle angosce del nostro tempo, restando nel nostro guscio, ma sognando di navigare come in alto mare.
Giovanni Puglisi
Presidente del Teatro Biondo di Palermo
Sala Grande
dal 17 al 25 ottobre 2026 – prima nazionale
La governante
di Vitaliano Brancati
regia Valerio Santoro
con Franco Branciaroli, Giovanna Di Rauso
e cast in via di definizione
aiuto regia Nicasio Catanese
produzione Teatro Biondo Palermo
Ci sono dei testi che resistono al tempo, come pietre d’inciampo piantate nel cuore della coscienza collettiva. La governante di Vitaliano Brancati è uno di questi. Scritto nel 1952, sepolto dalla censura per oltre un decennio, torna oggi con la forza tagliente di un’opera che ha ancora molto da dire. Brancati ci consegna un dramma che scava nei meccanismi sotterranei del perbenismo, nei silenzi della morale imposta, nella colpa come strumento di controllo sociale. Lo fa con una struttura teatrale apparentemente classica, nella quale i piccoli incidenti e i grandi malintesi – alla maniera di Čechov – si trasformano in detonatori emotivi. Ma dietro la forma sobria si nasconde una materia incandescente.
Caterina Leher, la governante francese, appare subito come una figura di rigore etico e spirituale. In realtà, è l’emblema della frattura tra ciò che siamo veramente e ciò che ci è permesso di essere. Vive la propria omosessualità come un peccato, un’ombra che deve restare nascosta, anche a costo di calunniare un’altra donna per salvarsi. Il suo gesto la condanna e allo stesso tempo la rivela: la tragedia è già consumata nel momento in cui mente per sopravvivere.
Ma La governante non è solo la storia di Caterina, è il ritratto di un intero mondo – la borghesia meridionale trapiantata a Roma – che si dibatte tra decoro e colpa, tra apparenza e rimozione. Leopoldo Platania, patriarca in rovina morale, ha sacrificato una figlia sull’altare della sua “morale”. Ogni personaggio è una maschera tragica, indossata per paura del giudizio.
La nostra messa in scena non vuole modernizzare La governante, vuole restituirla per quello che è: un dramma crudele e lucidissimo, che racconta come l’intolleranza si celi spesso dietro le forme più rassicuranti. Il regista Valerio Santoro non attualizza, non aggiorna: affronta il testo così com’è, lasciandolo agire nella sua lingua netta, ironica, spietata. La sua contemporaneità è già lì, nei non detti, negli sguardi, nella vergogna che diventa destino. Mettere in scena La governante oggi significa interrogarsi su quanto siamo disposti a tollerare la verità, soprattutto quando ci riguarda. Questo spettacolo vuole essere un omaggio a Brancati e al suo coraggio, ma anche un atto di responsabilità. Perché il teatro, oggi come allora, ha il dovere di togliere la polvere dal conformismo, di sfidare le certezze e, soprattutto, di porre domande scomode.
dal 31 ottobre all’8 novembre 2026
The Forest
So dove sono, mi sono già persa qui
di Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir
regia Claudio Tolcachir
con Cristiana Morganti e Lisa Lippi Pagliai
coreografie Cristiana Morganti
assistente alla regia Tommaso De Santis
scena Cosimo Ferrigolo
costumi Nika Campisi
luci Alice Colla
da un’idea di Gaia Silvestrini
produzione Carnezzeria con Theatre de La Ville / Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale / Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale / Teatro Nazionale di Genova / Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con Timbre4 Madrid
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone
Claudio Tolcachir e Cristiana Morganti si incontrano per scrivere e dare vita insieme a un racconto che parte da riflessioni e spunti autobiografici, ma che è anche ispirato dalle vicende di personaggi del teatro classico, archetipi della condizione femminile all’interno della famiglia e della società.
In un intreccio di storie apparentemente distanti ma sottilmente collegate, lo spettacolo indaga il tema del tradimento in tutte le sue declinazioni più intime e dolorose, ma sempre con uno sguardo ironico e disincantato, attento a cogliere anche gli elementi grotteschi e tragicomici che accompagnano spesso le disgrazie. Il tradimento di chi amiamo e in cui riponiamo una fiducia cieca e la sensazione di impotenza che ne deriva. Il sentirsi ingenui, quasi stupidi di fronte all’ingiustizia, la rabbia, la delusione e il senso di colpa. La fine dolorosa e straziante di un rapporto fondante e affettivo. La perdita di fiducia negli altri. Il sospetto e la paura di essere feriti nuovamente. Una moglie che tradisce e abbandona un marito. Un’idea di vita che si sgretola in silenzio. Un padre che disereda la figlia. Un amico, un parente fidato che voltano le spalle proprio quando era importante restare.
Cristiana Morganti e Claudio Tolcachir – con la verve comica che li contraddistingue – riflettono su questi temi creando un mosaico emotivo, un racconto, a tratti danzato, che intreccia elementi autobiografici, riferimenti shakespeariani, fiabe, monologhi teatrali e fonti cinematografiche.
Le figure evocate in scena da Cristiana Morganti, appaiono e scompaiono in un collage di scene in cui anche voci fuoricampo interagiscono con la protagonista. Ombre, fantasmi, visioni popolano questo variopinto universo all’interno di uno spazio scenografico immaginato da Cosimo Ferrigolo. Gli elementi scenici diventano a volte partners della protagonista, finché non arriva un personaggio in carne e ossa, e il gioco con la spirale dei ricordi si complica.
dal 28 novembre al 6 dicembre 2026 – prima nazionale – Focus Scaldati
Il pozzo dei pazzi
di Franco Scaldati
adattamento Umberto Cantone, Franco Maresco, Claudia Uzzo
regia Franco Maresco e Claudia Uzzo
regista collaboratore Umberto Cantone
scene Cesare Inzerillo e Nicola Sferruzza
musiche originali Salvatore Bonafede
video Francesco Guttuso e Gabriele Ramirez
con Aurora Falcone, Melino Imparato, Ernesto Tomasini
e cast in via di definizione
produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
Il pozzo dei pazzi (1974) è il testo più noto e paradigmatico di Franco Scaldati (1943-2013), poeta e drammaturgo palermitano considerato il massimo cantore della città di Palermo, della quale ha saputo cogliere le luci e le ombre.
In uno scenario di miseria, i protagonisti Aspano e Benedetto, due barboni legati da un rapporto di profonda amicizia e reciproca dipendenza, lottano per la sopravvivenza. La loro esistenza è una sfida quotidiana contro la fame, vissuta in un’atmosfera sospesa tra il realismo della strada e una dimensione poetica e surreale.
La vicenda si dipana intorno a una gallina che i due barboni hanno rubato a un povero disgraziato, il quale si suicida per il dolore. Aspano e Benedetto si contendono l’animale in un susseguirsi di azioni e stati d’animo che oscillano tra violenza, pietà e astuzia, e che ingenerano un meccanismo tanto comico quanto poetico. Intorno a loro interagisco altri personaggi stralunati, icone del teatro scaldatiano, che vive tra neorealismo e dimensione onirica.
Il regista Franco Maresco torna al teatro di Franco Scaldati – con il quale aveva collaborato sia in teatro che al cinema – dopo aver diretto per il Teatro Biondo Lucio e Tre di coppie e, per il Teatro di Napoli, Assassina (in coproduzione col Biondo) e I poeti non cadono in piedi e dopo aver dedicato al drammaturgo siciliano il film documentario Gli uomini di questa città io non li conosco. Il suo sguardo critico è teso a cogliere e restituire quell’umanesimo e quella poesia dell’universo scaldatiano sempre più minacciati dalla crescente disumanizzazione contemporanea.
dal 12 al 20 dicembre 2026
Emigranti
di Slawomir Mrożek
regia Leo Muscato
con Valerio Santoro e Claudio Casadio
produzione Teatro Biondo Palermo / Accademia Perduta Romagna Teatri / Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia / Teatro Stabile di Catania / Teatro Stabile d’Abruzzo
Lo scrittore e drammaturgo polacco Slawomir Mrożek scrisse Emigranti nel 1974 durante il suo esilio in Francia, riflettendo con acutezza e ironia sulla condizione di estraneità e alienazione di chi è costretto a vivere in un paese straniero.
Nello spettacolo diretto da Leo Muscato, i due emigrati senza nome, costretti a vivere in un claustrofobico seminterrato umido e angusto, sono italiani. Siamo in Svizzera, è la sera del 31 dicembre 1973. Mentre la città celebra l’arrivo del nuovo anno, i due disperati si confrontano in un dialogo serrato e a tratti surreale: il primo è un operaio semplice, arrivato in Svizzera con l’unico scopo di lavorare per mettere da parte dei soldi; l’altro è un intellettuale disilluso, forse un anarchico o un terrorista, che non esce mai di casa perché, a suo dire, sta scrivendo un libro sulla schiavitù moderna.
Le loro differenze danno origine a incomprensioni, sospetti, schermaglie e situazioni paradossali, ma anche a una profonda e inconfessata nostalgia per il loro paese. Isolati in una città che li respinge, i due finiscono per autodistruggersi in un crescendo di situazioni tragicomiche. La scena riflette lo squallore dell’ambiente in cui i personaggi sono costretti a vivere ma anche il loro animo ferito e la loro disperazione. I rumori provenienti dall’esterno hanno una forte valenza drammaturgica: la gente che festeggia ai piani superiori, il ronzio della caldaia, il rombo dei motori nel vano ascensore, la musica, il traffico, i botti di Capodanno. Tutto contribuisce a sottolineare la fragilità di due anime tormentate in cerca di riscatto.
dal 9 al 17 gennaio 2027
Otello
di William Shakespeare
adattamento di Luca De Fusco e Gianni Garrera
regia Luca De Fusco
aiuto regia Lucia Rocco
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
proiezioni Alessandro Papa
musiche Ran Bagno
con Alessandro Balletta, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Luca Lazzareschi, Gianluca Merolli, Pierluigi Misasi, Sara Putignano, Mersila Sokoli, Federico Vanni
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Teatro Biondo Palermo
La grande arte è spesso ambigua. Shakespeare lo è sempre. Come ne Il mercante di Venezia sembra scrivere un testo antisemita, ma mette in bocca a Shylock uno dei brani più illustri in difesa della dignità del popolo ebraico, così in Otello compone una struttura drammaturgica che vede il Moro come artefice di un orribile delitto, ma pian piano fa emergere che il vero essere demoniaco è il bianco Jago.
In questo scenario così enigmatico l’unica certezza è la purezza di Desdemona, vera e propria vittima sacrificale. Lo spettacolo è ambientato negli anni più razzisti del secolo scorso e in un immaginario sud coloniale, visto che per il britannico Shakespeare, Cipro era una misteriosa e lontana località esotica.
Non si fa Otello senza tre grandi interpreti: Federico Vanni è uno dei maggiori attori italiani e attende il ruolo di Otello da molto tempo; Luca Lazzareschi ha una lunga consuetudine con Shakespeare, con il Teatro di Roma ha riscosso grande successo nel Re Lear di Lavia e in Edipo re, Antonio e Cleopatra e Macbeth di Luca De Fusco; Mersila Sokoli, vincitrice nel 2025 del Premio Maschere del Teatro Italiano come attrice emergente, ha già interpretato molti ruoli di rilievo col Teatro di Roma diretta sia da De Fusco che da Piero Maccarinelli.
dal 23 al 31 gennaio 2027
La Mandragola
di Niccolò Machiavelli
adattamento Micaela Miano
regia Guglielmo Ferro
con Massimo Venturiello
con la partecipazione di Maurizio Micheli
con Antonella Piccolo
e con Guglielmo Poggi, Marco Imparato, Martina Fatighenti, Enrico Spelta, Matilde Pettazzoni
scene Fabiana Di Marco
costumi Adele Bargilli
luci Rosario Calvagna
musiche Massimiliano Pace
produzione Teatro Quirino Vittorio Gassman / Teatro Biondo Palermo / Officina Teatrale
Questa Mandragola è trasposta in un presente dominato dalla finanza, dal profitto e dall’apparenza. La Firenze rinascimentale di Machiavelli diventa la City globale, un grattacielo di vetro e acciaio dove tutto è superficie trasparente. I personaggi agiscono mossi non dall’amore o dalla fede, ma dal desiderio, dalla convenienza e dall’opportunismo. La commedia diventa così una satira feroce del capitalismo contemporaneo, dove ogni relazione è una transazione. L’azione si svolge all’interno di un grattacielo corporate. La scenografia è minimale e modulare: pannelli trasparenti, luci al neon, schermi con grafici finanziari e breaking news. Tutt’intorno la città incombe: un mondo verticale, competitivo, disumanizzato. Callimaco è un giovane manager rampante, brillante, seduttivo, privo di qualsiasi morale. L’inganno non è un mezzo, ma una competenza professionale. Messer Nicia è un CEO anziano ossessionato dall’eredità e dalla reputazione, non comprende il mondo che cambia, ma è disposto a tutto pur di lasciare un “successore”. È ridicolo e tragico insieme, simbolo di un potere vuoto. Lucrezia è una donna intelligente, intrappolata in un matrimonio di convenienza e in un sistema che la pretende “perfetta”. La sua resa finale non è debolezza, ma lucida scelta di sopravvivenza e di potere. Fra Timoteo diventa un consulente etico, un leader spirituale mediatico che utilizza il linguaggio della morale per giustificare qualunque azione. È la figura più pericolosa perché legittima il cinismo con parole rassicuranti. Mentre Ligurio è facile da immaginare come faccendiere, lobbista o intermediario d’affari. È il vero motore dell’azione: sa come funzionano i meccanismi del potere e li sfrutta senza mai esporsi, perfetta rappresentazione del fine che giustifica i mezzi. Il potere come manipolazione, la morale come strumento retorico, il corpo e il desiderio come merce, la vittoria dell’intelligenza amorale.
La commedia mantiene i meccanismi comici del testo, ma la risata è amara: il pubblico ride perché riconosce un mondo fin troppo familiare. Il lieto fine non è una riconciliazione morale, ma la consacrazione del sistema: chi è più spregiudicato vince. Il grattacielo resta in piedi, pronto a inghiottire nuove storie identiche.
dal 2 al 7 febbraio 2027
Prima del Temporale
da un’idea di Umberto Orsini e Massimo Popolizio
con Umberto Orsini
e con Flavio Francucci e Diamara Ferrero
regia Massimo Popolizio
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
costumi Gianluca Sbicca
video Lorenzo Letizia
luci Carlo Pediani
suono Alessandro Saviozzi
assistente alla regia Mario Scandale
produzione Compagnia Orsini
Con un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni un vecchio attore, nella mezz’ora che lo separa dall’entrare in scena per recitare da protagonista nel Temporale di Strindberg, si trova a rivivere in un tempo senza fine alcuni momenti della propria vita. La colonna sonora della realtà di un teatro che si sta animando fuori dal suo camerino diventa il pretesto e l’invito, a volte spensierato e a volte commosso, ad aggirarsi e addirittura a dialogare con i fantasmi del proprio passato in un mescolarsi senza logica temporale, mentre un suono ne evoca un altro, una risata riporta ad un momento di gioia, un lungo silenzio a una perdita lontana nel tempo.
Massimo Popolizio ha voluto aggirarsi intorno alla figura dell’attore con la delicatezza con cui si cerca di svelare segreti che vogliono comunque restare misteriosi e offrire un ritratto di artista che si stacchi da ogni intento celebrativo. In una scenografia di forte impatto evocativo, dove il suono e le immagini creano un dialogo immaginario col protagonista, si assiste al lungo viaggio verso quel “Temporale” che viene vissuto come un’ultima meta non ancora raggiunta ma appena rimandata.
Orsini si lascia guidare da Popolizio con la fiducia del vecchio attore che affida alla discrezione del più giovane il compito di raccontare frammenti della propria vita e la storia del nostro paese dal dopoguerra ad oggi.
dal 9 al 14 febbraio 2027
Platonov
di Anton Čechov
traduzione e adattamento Peter Stein
regia Peter Stein
con Alessandro Averone, Maddalena Crippa, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Andrea Nicolini, Francesco Santagada, Maria Chiara Centorami, Odette Piscitelli, Alessandro Sampaoli, Emilia Scatigno, Tommaso Garrè, Davide Lorino, Sebastian Gimelli Morosini, Giulio Petusci, Paola Giorgi
scene Ferdinand Woegerbauer
costumi Anna Maria Heinreich
luci Mattia De Pace
assistente regista Carlo Bellamio
produzione Tieffe Teatro Milano / Fondazione Teatro di Roma / Teatro Stabile di Catania / Teatro Biondo Palermo
Peter Stein, maestro indiscusso della regia del secondo Novecento e fondatore della leggendaria Schaubühne di Berlino, è fautore di un teatro filologico, rigoroso, profondamente umano. Tedesco, classe 1937, Stein ha segnato l’immaginario scenico con la sua capacità di rileggere i classici in chiave contemporanea, mantenendone intatta la complessità.
Con Platonov, Stein affronta un’opera giovanile di Anton Čechov, scritta intorno al 1880, un testo visionario, difficile, dal destino travagliato, rappresentato per la prima volta diversi anni dopo la morte dell’autore, ma proprio per questo carico di potenziale.
Per il regista, Platonov «è la storia di un uomo dotato di talento e fascino, ma incapace di trovare un posto nel mondo. È amato da quattro donne, ma non riesce a scegliere. Si perde nei suoi stessi pensieri, oscilla tra desideri e paure, fino a detestarsi. Pensa al suicidio, e proprio quando trova il coraggio di vivere, una delle donne che lo ama lo uccide». E ancora: «Platonov è il primo esempio di quegli uomini “superflui” che Čechov avrebbe poi disseminato nei suoi racconti e drammi. È anche un testo pieno di altri personaggi bellissimi, ognuno in lotta con le proprie contraddizioni, con problemi economici, emotivi, affettivi. È il ritratto di un mondo che sta crollando ma che non rinuncia alla bellezza».
Quanto all’allestimento, Stein chiarisce: «per raccontare questa storia ci vogliono quindici attori, e una scenografia che riesca a restituire la complessità e la ricchezza di questo universo. Ho immaginato cinque spazi diversi, che si trasformano e si rincorrono come gli stati d’animo dei personaggi: una grande veranda dove si svolgono le prime scene di incontro; un parco notturno, che si illumina di fuochi d’artificio come un’illusione di felicità; un tratto di ferrovia con pali telegrafici, simbolo di un progresso che non salva; l’interno di una piccola scuola di campagna, luogo di idealismo e frustrazione; e infine una stanza sontuosa con armi alle pareti, dove si consuma la tragedia. Mettere in scena Platonov è un’impresa piena di timori e speranze. Ma ne vale la pena. Pochi testi teatrali offrono una tale ricchezza umana, poetica, drammatica. Čechov, anche da giovane, aveva già capito tutto».
dal 20 al 28 febbraio 2027
Romeo e Giulietta
di William Shakespeare
adattamento e regia Paolo Valerio
con (in o.a.) Giacomo Abites Coen, Sebastiano Caruso, Pietro Desimio, Alessandro Dinuzzi, Fulvio Falzarano, Francesca Masini, Giulia Perelli, Stefano Scandaletti, Pietro Sparvoli, Caterina Truci
musiche Valter Sivilotti
scene Francesca Tunno
costumi Stefano Nicolao
luci Claudio Schmid
movimenti di scena Monica Codena
video Alessandro Papa
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia / Fondazione Teatro Lirico “G.Verdi” di Trieste / Teatro Biondo Palermo / Teatro Stabile di Catania / Centro Teatrale Bresciano
Profondamente toccato dalla tragica storia d’amore tra la ragazza musulmana Admira e il giovane serbo Boško, noti come i “Romeo e Giulietta di Sarajevo”, il regista Paolo Valerio evoca nell’ambientazione del suo spettacolo uno sfondo di guerra, di conflitto, che può ricordare quello della ex Jugoslavia e offrire così un’immagine forte dei contrasti cruenti e insensati fra famiglie che insanguinavano la Verona descritta da Shakespeare.
Vittime del destino – che nello spettacolo avrà una incisiva incarnazione – e della sordità ad ogni moto dell’animo di tutti coloro che li circondano, i due giovani protagonisti continuano in ogni tempo a vivere la purezza assoluta del loro amore e a testimoniare con immutabile verità ad ogni generazione la poesia della scoperta reciproca, il coraggio di scegliersi, il dolore e la gioia di amarsi.
Simbolo eloquente della violenza cieca della guerra è un cartello stradale che riproduce una coppia: lui inginocchiato davanti alla donna intento a proferire una dichiarazione d’amore. Il cartello, però, è forato da alcuni proiettili e sullo sfondo incombono macerie e un cielo scuro, minaccioso. Se i due innamorati del cartello sono Romeo e Giulietta, lo sfondo racconta invece il contesto “adulto” in cui loro malgrado sono immersi, connotato da rancori, sangue, conflitti.
Il regista ha scelto di puntare su un cast di giovanissimi, che restituiscano con credibilità le emozioni pure e irruente dei protagonisti, e ha scelto contestualmente di offrire un’opportunità importante a coloro che hanno iniziato da poco il non semplice percorso del professionismo attoriale.
dal 4 al 7 marzo 2027
Casanova dell’infinita fuga
scritto e diretto da Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma
voci delle donne Sonia Bergamasco
e con Emanuele Zappariello
e Francesca Cercola, Viviana Curcio, Eleonora Fardella,
Claudia Moroni, Gaia Piatti, Estelle Maria Presciutti
e le acrobate Maria Anzivino, Sara Lupoli, Marianna Moccia, Viola Russo
coreografie aeree FUNA
musiche Marco Betta, Ivo Parlati
costumi Carlo Poggioli
progetto scenico Ruggero Cappuccio
scenografi Paolo Iammarrone, Vincenzo Fiorillo
aiuto regia e progetto luci Nadia Baldi
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale / Teatro Segreto
La notte tra il 3 e il 4 giugno del 1798, Giacomo Casanova sospetta di dover morire. Il gentiluomo veneziano, mito vivente della seduzione, è ospite da tredici anni nel castello di Dux, in Boemia, dove il conte di Waldestein gli ha assegnato il posto di bibliotecario di palazzo. Dalle prime ore dell’alba una sequenza di indizi, che la sua intuizione mette in ordine, sembra annunciare l’avvicinarsi del passaggio fatale. Giacomo ha compiuto 73 anni un mese prima, ha festeggiato il suo compleanno brindando a se stesso con un calice di acqua gelata, riflettendo la sua immagine in uno specchio opaco che sormonta il camino del suo studio.
Da quel giorno è ammalato. Adesso trascina la sua valigia attraverso i vasti corridoi del castello di Dux, dove riecheggiano i mille passi dei servitori che lo precedono, lo indirizzano, gli consegnano chiavi che non aprono alcuna porta. Intorno alla mezzanotte Casanova entra in una camera completamente avvolta dal buio. La progressiva assuefazione alla penombra rivela la presenza silenziosa di donne enigmatiche. Progressivamente si determina un’atmosfera da tribunale del giudizio definitivo. Ma quali sono i reati contestati? Quale sarà la pena? Perché Casanova rifiuta di rivelare il proprio nome? Chi è La Straniera che lo tortura e lo esalta con i suoi silenzi e le sue parole e che non vuole rivelare la sua identità?
Ruggero Cappuccio si muove su un binario onirico e senza tempo, costruendo un “luogo di confine” popolato di personaggi femminili apparentemente freddi ma pieni di carnale ambiguità. Il testo dà vita ad una velenosa partita a scacchi in cui brilla l’identità di uno degli uomini più discussi, amati e denigrati del XVIII secolo. Il velo di seduttore vanesio che ricopre Casanova presso l’immaginario collettivo cade inesorabilmente e rivela un grande autore, un uomo che scrive con rarissima e affilata modernità, che ama le donne e ne incontra sessualmente un numero di gran lunga inferiore rispetto alla superficiale moltiplicazione attribuitagli. Il confronto con il mondo femminile nella stanza remota del castello di Dux innesca tenerezze e autoironie, mentre Casanova insegue, in quello che potrebbe essere l’ultimo appuntamento con la sua vita, l’idea di un se stesso.
dal 9 al 14 marzo 2027 – Focus Teatro di figura
Sulle vie dell’Inferno
testi tratti dalla prima Cantica della Divina Commedia di Dante Alighieri
ideazione scenica e regia Mimmo Cuticchio
cunto Mimmo Cuticchio
testi di Dante recitati da Alfonso Veneroso
regia video e direttore della fotografia Daniele Ciprì
aiuto regia video Chiara Andrich
musiche originali Giacomo Cuticchio
violino Marco Badami
violoncello Paolo Pellegrino
sassofoni Nicola Mogavero
trombone Fabio Piro
sintetizzatore Giusy Cascio
vocalist, sintetizzatore e live electronics Giacomo Cuticchio
organizzazione Elisa Puleo
produzione Associazione Figli d’Arte Cuticchio
Mimmo Cuticchio rende omaggio a Dante Alighieri proponendo una singolare trasposizione dell’Inferno nella quale l’immaginario dantesco e i temi della Commedia incrociano l’universo dei pupi sullo sfondo del paesaggio naturale siciliano. Il cunto di Cuticchio interagisce con le immagini dei pupi in movimento, catturati dalla macchina da presa di Daniele Ciprì, mentre le musiche originali di Giacomo Cuticchio, eseguite dal vivo, si alternano alla voce dell’attore Alfonso Veneroso, che interpreta i versi del poeta.
All’origine di questa particolare rivisitazione dell’Inferno c’è un personaggio uscito dalla penna di Ariosto, un cavaliere d’amore chiamato Ariodante, forse un omaggio che il poeta ha voluto fare all’autore della Divina Commedia, legando il suo nome al proprio. La sua tormentata storia d’amore con Ginevra di Scozia sembra ispirata a quella di Paolo e Francesca. A Mimmo Cuticchio è sembrato naturale partire da questo personaggio per trasportare i gironi infernali nell’“antro” dei pupi: «Ho immaginato – spiega – che quando l’oprante puparo spegne le luci del suo teatro, Ariodante abbandoni il suo posto a fianco dei compagni e indossi il vestito di Dante, spinto dal desiderio di intraprendere un viaggio che, insieme a noi, sente il bisogno di ripercorrere. È lui, quindi, nelle vesti del poeta, ad accompagnarci nei gironi dell’Inferno, ovviamente insieme a Virgilio».
Mentre sullo schermo scorrono le immagini dei pupi nei diversi contesti che evocano i gironi infernali, Cuticchio narra le storie dei dannati, descrive le pene, la rabbia, la disperazione, mentre Alfonso Veneroso restituisce la bellezza dei versi così come li ha scritti Dante.
I diversi episodi sono ambientati in alcuni luoghi simbolici delle nove province siciliane: la Passeggiata di Goethe sul Monte Pellegrino di Palermo, la Torre di Messina da cui si guardano Scilla e Cariddi, la Necropoli di Pantalica a Siracusa, le terme di Segesta in provincia di Trapani, il grande Ilice secolare sull’Etna nella provincia di Catania, la Miniera di Sommatino a Caltanissetta, la Cava di Ispica a Ragusa, l’Isola di Linosa in provincia di Agrigento, la Rocca di Cerere ad Enna. Grazie a un sofisticato lavoro di postproduzione, i pupi sembrano muoversi autonomamente, senza l’intervento di manianti e combattenti.
dal 16 al 21 marzo 2027
Autodifesa di Caino
di Andrea Camilleri
legge Luca Zingaretti
musiche originali composte da Manù Bandettini
eseguite dal vivo da Manù Bandettini e David Giacomini
regia Luca Zingaretti
luci Pietro Sperduti
fonico Fabio Massimo Rivelli
organizzazione Eleonora Bossi
produzione esecutiva Angela Zingaretti
produzione Zocotoco Srl / Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato
e con Centenario Camilleri promosso dal Fondo Andrea Camilleri con il Comitato Nazionale
Camilleri 100
Il primo giugno del 2018, Andrea Camilleri interpretò al Teatro Greco di Siracusa Conversazioni su Tiresia, considerato da tutti il suo testamento artistico. Fu una serata indimenticabile: Camilleri, solo in scena, seduto su una poltrona, ammaliò e ipnotizzò il pubblico con la magia della sua voce rauca e la forza delle sue parole. Alla fine della serata lo scrittore interruppe gli applausi, che sembravano non avere fine, e nel silenzio che ne segui pronunciò le seguenti parole: «Scusate, vorrei dirvi ancora una cosa. Mi piacerebbe che ci rincontrassimo tutti quanti, qui, in una serata come questa, tra 100 anni».
Queste parole furono, per Luca Zingaretti, un pugno nello stomaco: «Innanzitutto perché – spiega Zingaretti – risuonarono come le parole di un uomo, un intellettuale, che sente la fine avvicinarsi e vuole congedarsi dalla vita lanciando un segnale forte, preciso. Il suo invito a rivedersi arrivò potente, autentico, reale, in un teatro che era stato il suo primo amore e, da uomo di teatro che ne conosceva bene meccanismi e possibilità, un luogo dove tutto è possibile e dove lo spazio e il tempo non esistono per come li conosciamo, ma sono, al contrario, elastici e plasmabili. Mi ricordo che pensai: “ok, a tra 100 anni allora, qui!”».
Per l’allegria con cui le pronunciò, quelle parole sembrarono un invito a non buttare via nulla della vita, perché la sua bellezza è pari solo alla sua caducità.
Dopo quella sera, nell’anno che lo separò dalla morte, Camilleri scrisse un altro monologo, Autodifesa di Caino, nel quale narra a suo modo il primo assassinio della storia dell’uomo, nel quale Caino si pone davanti al pubblico come se questo fosse la giuria di un tribunale che deve giudicarlo. «Camilleri non c’è più – spiega Zingaretti – e questa è una mancanza dolorosa e inconsolabile. Ma sono felice di essere, ancora una volta, strumento del suo talento. Anche perché in questo testo c’è un’urgenza, ci sono delle cose che Andrea voleva dire prima di andarsene e che riguardano temi che a lui sono sempre stati cari. Voleva dirle e voleva che noi le ascoltassimo. In questo senso Autodifesa di Caino è il suo testamento. Considero questa messa in scena, e spero che vorrete considerarlo anche voi, un’affettuosa anticipazione dell’appuntamento che ci aveva dato».
dal 3 all’11 aprile 2027
Stato contro Nolan
(un posto tranquillo)
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con Daniele Russo, Gaetano Bruno, Mauro Marino, Emanuele Maria Basso, Gaia Benassi, Davide Dolores, Giuseppe Gandini, Stefano Guerrieri, Alessia Santalucia, Angelo Zampieri
scene Gianluca Amodio
luci Marco Palmieri
costumi Mariano Tufano
musiche di Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini / Teatro Biondo Palermo
In questo serrato dramma, che si snoda con i ritmi di un film processuale, Massini racconta il processo ad Herbert Nolan, direttore del giornale locale di una piccola città di provincia, negli Stati Uniti dei primi anni Sessanta. Nolan è accusato di aver manipolato l’informazione per scopi privati. L’uccisione di un vagabondo scambiato per rapinatore o stupratore sarebbe stata montata dal giornale in modo da creare una paura diffusa in tutta la contea, così che gli abitanti si armassero per difendere le loro case. Di conseguenza, la locale azienda di armi moltiplica i suoi profitti. «Che c’è di strano? – afferma l’avvocato di Nolan – Da che mondo è mondo i giornali devono fare notizia!». Senonché, il direttore del giornale risulta essere un importante azionista dell’azienda di armi. La pubblica accusa, rappresentata da un uomo molto in gamba, il procuratore Miles, cerca di inchiodare Nolan alle sue responsabilità. Il processo si snoda in modo tradizionale, alternando gli interrogatori dell’imputato a quelli dei testimoni. Al di là del conflitto di interessi, che è centrale nella tesi accusatoria, emergono nello spettacolo di Alessandro Gassmann alcuni temi che si rivelano di bruciante attualità: le fake news, il clima di paura alimentato artatamente, il potere e l’abuso di potere dei media.
dal 13 al 18 aprile 2027
ORLANDO – La commedia
di Giuseppe Dipasquale
liberamente ispirato al romanzo di Virginia Woolf
regia Giuseppe Dipasquale
con Viola Graziosi, Arturo Cirillo, David Coco
e con (in o.a.) Cesare Biondolillo, Irene Ciani, Ginevra Pisani, Giacomo Vigentini
scene Antonio Fiorentino
costumi Stefania Cempini
movimenti coreografici Camilla Montesi
produzione Marche Teatro / Teatro Stabile di Catania / Teatro Biondo Palermo
Se Shakespeare ha insegnato al mondo la fluidità dell’identità e il gioco del travestimento (da La dodicesima notte a Come vi piace), Orlando di Virginia Woolf ne è l’erede spirituale e letterario assoluto. Pubblicato nel 1928, fornisce uno splendido esempio di sperimentazione letteraria. Orlando, giovane e melanconico cortigiano dell’epoca di Elisabetta I, nel corso di quasi quattro secoli non solo si trova a vivere diverse vite in varie e suggestive epoche storiche, che vanno dal XVII al XX secolo, ma anche a cambiare sesso, diventando una donna.
Nel XVIII secolo fugge dall’Inghilterra come ambasciatore in Turchia, dove dopo una misteriosa malattia si risveglia come donna. Mentre le arti della lettura, della scrittura e della critica si espandono, le aspirazioni poetiche di Orlando rimangono frustrate fino al XX secolo, quando, tornata in Inghilterra, trova finalmente l’amore, la vita e la sua voce.
Orlando è una storia sulla trasformazione, quella temporale, quella di genere, quella vitale, dove la metafora del viaggio si intreccia con i campi di indagine della semantica cognitiva, della teoria del genere.
L’adattamento teatrale di Giuseppe Dipasquale – con Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco – esalta il ritmo e la fluidità di genere. Attraverso una metamorfosi a vista, lo spettacolo fonde estetica elisabettiana e urgenza contemporanea in un atto visivo potente. Il cambio di epoca e di genere avviene a vista, attraverso l’uso sapiente della parola e del corpo, evocando la magia potente del teatro. Il testo esalta l’ironia e la poesia visionaria, trasformando la biografia fantastica in un’indagine contemporanea sulla nostra identità. La metamorfosi di Orlando da uomo a donna diventa il perno drammaturgico per esplorare la libertà dell’individuo che rigetta le convenzioni sociali di ogni epoca.
Orlando rappresenta una pionieristica storia d’amore queer, che sfida coraggiosamente le norme sociali sulle relazioni descrivendo il rapporto tra persone dello stesso sesso senza sensazionalismi e moralismi.
dal 22 al 25 aprile 2027
L’ultima domenica di agosto
testo e regia Fulvio Pepe
da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj
con Ilaria Falini, Denis Fasolo, Gianluca Gobbi, Riccardo Livermore, Federica Sandrini, Beatrice Schiros, Leone Tarchiani, Paolo Li Volsi, Debora Zuin
scene Alberto Nonnato
costumi Aurora Damanti
luci Oscar Frosio con la consulenza di Pasquale Mari
musica Aleph Viola
assistente alla regia Leonardo Tosini
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
L’ultima domenica di agosto è un testo originale di Fulvio Pepe ispirato all’opera teatrale La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj scritta nel 1883. Una vera e propria rarità, rappresentata pochissime volte in Italia e ispirata alla storia vera di Efrem Koloskov, un contadino salito agli onori della cronaca per aver ucciso un neonato frutto della sua unione con la figliastra. Pentito dall’insano gesto, il contadino confessò pubblicamente il delitto in occasione del matrimonio della ragazza. Tolstoj fu profondamente colpito dalla vicenda al punto da visitare l’uomo detenuto nel penitenziario di Tula.
Questa nuova versione della vicenda conserva tutti gli accadimenti scenici distribuiti da Tolstoj nell’arco di cinque atti, ma svincola la storia dalla struttura originaria, introducendo personaggi diversi che ribaltano generi e prospettive, ma soprattutto che alleggeriscono l’atmosfera fosca e cupa dell’originale con i toni pastello della commedia all’italiana. Fulvio Pepe sposta infatti l’azione verso la metà degli anni ’50 e la colloca in un’azienda agricola di un luogo imprecisato tra l’Emilia Romagna e il Veneto. Il riferimento territoriale non è puro pretesto, ma inserisce la vicenda in uno specifico habitat popolare, utilizzando alcuni elementi dialettali che conferiscono ritmo e musicalità ai dialoghi.
Una donna matura, sposata infelicemente con un ricco proprietario terriero, s’innamora perdutamente di un ragazzino che il marito incautamente ha assunto come fattore. La donna scopre in questo rapporto una passione che non credeva di essere in grado di provare, sentimento talmente inatteso e sorprendente che la porta a considerare questa relazione come la più importante della sua vita e soprattutto l’ultima possibile. Tuttavia non si accorge che il suo amore viene riposto tra le braccia di un ragazzino vacuo e superficiale.
dal 4 al 9 maggio 2027
Virdimura
di Simona Lo Iacono
drammaturgia Angela Demattè
regia Cinzia Maccagnano
scene Andrea Taddei
costumi Dora Argento
luci Gaetano La Mela
musiche Etta Scollo
con Donatella Finocchiaro
e Margherita Mignemi, Franco Mirabella, Olivia Spigarelli, Luana Toscano, Franz Cantalupo, Giorgia Boscarino, Ornella Brunetto, Chiara Barbagallo, Luna Marongiu
produzione Teatro Stabile di Catania / Teatro Biondo Palermo
Virdimura racconta le vicende realmente accadute della prima donna medico della storia, nella Catania del 1300. Lo spettacolo nasce dal romanzo di Simona Lo Iacono, vincitore del Premio Vittorini 2024, con la drammaturgia di Angela Dematté e la regia di Cinzia Maccagnano. Figlia di un medico che le insegna a curare tutti gli esseri umani, Virdimura cresce radicata nella sua città, forte come il muschio sulle mura a cui deve il suo nome. A interpretarla è Donatella Finocchiaro, che incarna una figura coraggiosa e pura, quasi mitologica, capace di guarire corpi e anime. In un’epoca in cui una donna guaritrice correva il rischio di essere bollata come strega, Virdimura fondò un ospedale aperto a tutti, un luogo in cui si accoglieva e si leniva la sofferenza senza privilegi né distinzioni di razza o religione.
Accanto a lei, altri nove interpreti evocano mondi e atmosfere, arricchendo uno spettacolo che affronta con delicatezza temi universali: l’accesso alle cure, la libertà delle donne, il valore della ferita come segno di un’umanità che sa essere compassionevole.
dal 15 al 23 maggio 2027 – prima nazionale
Vestire gli ignudi
di Luigi Pirandello
regia Piero Maccarinelli
con Euridice Axen, Graziano Piazza, Giovanni Crippa, Lorenzo Cervasio, Francesco Bonomo, Franca Penone
produzione Teatro Biondo Palermo
Testo di grande potenza drammaturgica, scritto da Pirandello negli anni ’20, influenzato da una vicenda occorsa allo scrittore Luigi Capuana, Vestire gli ignudi è un potente atto d’accusa del maschilismo e del potere esercitato nei confronti delle donne. Narra la tragica storia di Ersilia Drei, che dopo una vita di umiliazioni e abbandoni cerca di costruire una menzogna, di “vestire” un’identità rispettabile, per morire con dignità. Il dramma esplora l’impossibilità di difendere la propria verità contro le maschere imposte dalla società, culminando nel suicidio come unico atto di ribellione.
«Tutti vorrebbero impossessarsi di lei – spiega il regista Piero Maccarinelli – strumentalizzando un passato che progressivamente affiora per accusarla, per ridurla un oggetto nelle loro mani. La signoria Onoria ha affittato una stanza allo scrittore Ludovico Nota che vorrebbe scrivere la storia di Ersilia. In questa stanza, accanto ad una dormeuse e ad uno scrittoio è un letto a dominare, un letto su cui tutti vorrebbero spingere o hanno già spinto Ersilia: un giornalista, un capitano di vascello, un console, che insieme allo scrittore costruiscono la progressiva spoliazione di Ersilia, spoliazione psicologica, sociale e fisica. Il testo scorre fra due suicidi, uno tentato ed uno portato a conclusione da Ersilia, che costituiscono il suo percorso di crescita, portandola alla consapevolezza di non essere altro che un oggetto. Il mio spettacolo vuole essere un omaggio a Massimo Castri, grande esegeta pirandelliano».
Sala Strehler
dal 14 al 25 ottobre 2026 – prima nazionale
L’invasione delle api
di Maria Teresa Berardelli
regia Andrea Baracco
cast in via di definizione
produzione Teatro Biondo Palermo
testo vincitore del “Premio Nazionale Teatro Biondo per la nuova drammaturgia under 40 – 2025”
Una famiglia si riunisce in occasione della Pasqua ma arriva uno sciame di api a minacciarne la serenità. Esplode il conflitto, che sfocia ben presto in un ingestibile caos, fino a che la famiglia decide di accogliere le api e fondare un nuovo equilibrio.
Questa insolita condizione mette però in luce il disequilibrio familiare. Lontano, poi, in un altro luogo, c’è una donna rimasta vedova da poco tempo; sembra una figura simbolica eppure è reale, esiste, anzi la sua presenza diventa, con lo scorrere del tempo, sempre più necessaria.
Imitando il comportamento delle api, votate al sacrificio e capaci di qualsiasi cosa, anche di morire per il bene della loro comunità, la famiglia mette in campo delle strategie per la sopravvivenza e per il raggiungimento del loro presunto “bene”.
Nel suo testo Maria Teresa Berardelli, vincitrice dell’edizione 2025 del bando per la Nuova drammaturgia under 40 del Teatro Biondo, indaga il concetto di “bene superiore”, quell’attitudine interna, spesso difficile da decifrare, che spinge l’essere umano ad agire oppure a sottrarsi all’azione. L’autrice ricrea un mondo al confine tra la dimensione reale e surreale, dove la minaccia dello straniero può diventare insormontabile, difficile da accettare. Quest’ultimo può tramutarsi in qualcosa di mostruoso, che distrugge e uccide. È l’irrisolto, il non detto, il nemico che portiamo dentro la nostra stessa minaccia ed è difficile, forse impossibile, liberarsene.
dal 10 al 22 novembre 2026 – prima nazionale
Pentesilea
Allenamento per la battaglia finale
di Lina Prosa
regia Massimo Verdastro
con Bruna Rossi e Alfonso Veneroso
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Dora Argento
disegno luci Marcello D’Agostino
drammaturgia musicale Francesca Della Monica
movimenti di scena Alessandra Fazzino
aiuto regia Ivan Graziano
produzione Teatro Biondo Palermo
in collaborazione con Associazione Arlenika ETS
Lina Prosa ritorna al mito di Pentesilea con una nuova scrittura, affidando la regia a Massimo Verdastro, con il quale condivide un sodalizio “artistico-umano” da oltre quarant’anni.
Il testo evoca da lontano il mitico incontro-scontro tra Pentesilea, regina delle Amazzoni, e l’eroe greco Achille durante la guerra di Troia. I due personaggi sono sottratti alla gloria del mito ed esposti alla contemporaneità, scoperti e inconsapevoli in un nuovo campo di battaglia, altrettanto tragico, nel quale la sfida questa volta riguarda direttamente l’Uomo e la Donna.
Lina Prosa sceglie di ambientare questa originale versione del mito in un luogo poco riconoscibile, forse un manicomio, dove una donna immagina di essere Pentesilea, o forse lo è, e si allena per affrontare la battaglia finale con Achille. A sua volta un uomo, in un altro luogo non definito, si prepara allo stesso evento. Lo scontro non avverrà ma nell’essere immaginato rivelerà il drammatico confronto a distanza tra due solitudini.
Sulla scena si alternano due monologhi incessanti, febbrili, a volte struggenti, in cui l’evocazione del mito diventa mediazione tra realtà e condizione esistenziale. Sul corpo delle due creature, dunque, si consuma la sfida finale dell’umano dinanzi ad una realtà soggetta ad una continua deriva, ad una insistente cancellazione.
Lo spettacolo è presentato in prima nazionale nell’ambito delle manifestazioni per il trentennale del “Progetto Amazzone”, ideato e diretto da Anna Barbera e Lina Prosa per promuovere un approccio alla malattia e all’esperienza del cancro al seno dal punto di vista globale, attraverso il Mito, la Scienza, il Teatro.
dal 3 al 13 dicembre 2026 – prima nazionale – Focus Scaldati
La locanda invisibile
di Franco Scaldati
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Antonio Rinaldi
musiche Gianluca Misiti
con Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Rosario Palazzolo, Simona Malato
produzione Teatro Biondo Palermo
La locanda invisibile è un luogo immaginario, il rudere di una casa bombardata, le cui macerie possiamo ancora ritrovare tra i vicoli e le piazze di Palermo. Ma il suo aspetto ricalca anche quello delle case sventrate che ci tocca quotidianamente di vedere in cronache di guerre che sembrano di un’altra epoca. È il luogo simbolo di una condizione umana in eterna lotta per la sopravvivenza, abitato da un’infinita varietà di personaggi e di ombre, proiezione e incarnazione dei sogni del Poeta, delle “presenze” che vede e sente attorno a se. Ciascuna di loro ha una storia da raccontare: desideri, paure, dubbi, contraddizioni, certezze che ci attraggono, ci divertono, ci lasciano sbigottiti. Storie che ci sembrano fantastiche e fantasiose e che diventano, gradualmente o all’improvviso, specchio della realtà che ci circonda, storie intrise di un’umanità che ce le fa sentire vicine, nostre, universali.
Ci accompagnano, in questa giostra in bianco e nero, Fortunato e Spardaquasetta, due omini stralunati in bilico tra ingenuità e genialità, fratelli di sangue di Totò e Vicé, che appaiono e scompaiono distillando le loro gocce di alta filosofia tra domande improbabili e racconti surreali. E appaiono e scompaiono anche un postino che da cinquant’anni cerca di consegnare una lettera a un destinatario che non è mai a casa, una guardia che non riesce ad arrestare nessuno perché vive in un paese dove tutti sono buoni e onesti, due eterni amanti, ormai vecchi, che rivivono sempre con le stesse parole il tragico amore di Romeo e Giulietta, e poi una vecchia puttana, bambole e animali, corpi e ombre, becchini e anime di morti.
«Abbiamo lavorato tanto su Franco Scaldati da sentirci ormai degli alter-ego di Totò e Vicé – affermano Vetrano e Randisi – ci siamo divertiti a incarnare la vecchia e l’omino di Assassina e siamo stati rapiti dal mondo lirico e tragico di Ombre folli. Siamo adesso ad un nuovo capitolo della sua scrittura, che ci riporta idealmente al Pirandello dei Colloqui coi personaggi, dove l’Autore parla con le sue creature, le interroga e le ascolta. Scaldati ascolta i propri pensieri e vive i suoi sogni nelle parole delle Ombre e dei Personaggi che popolano la sua Locanda, tra macerie e detriti. In ogni pietra di quel rudere c’è una vita passata, e di notte quelle pietre tornano alla loro antica origine umana».
dal 12 al 17 gennaio 2027
Il cappotto
di Nikolaj Vasil’evič Gogol’
traduzione e adattamento Fausto Russo Alesi
diretto e interpretato da Fausto Russo Alesi
consulenza drammaturgica Fausto Malcovati
assistente alla regia Davide Gasparro
scene Marco Rossi
costumi Emanuela Dall’Aglio
luci Max Mugnai
musiche Giovanni Vitaletti
azione danzata a cura di Alessio Maria Romano
produzione Teatro Biondo Palermo / Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale
Protagonista de Il cappotto è Akakij Akakievič, un mite impiegato vessato dai colleghi, deriso dai superiori ed escluso dalla vita sociale di Pietroburgo; così povero da dover risparmiare un intero anno per permettersi un nuovo cappotto. Quando finalmente ci riesce e lo indossa, diventa per lui un bene inestimabile. La felicità dura però un solo giorno: invitato a una festa tra colleghi per brindare al nuovo acquisto, sulla via del ritorno viene assalito e derubato del suo prezioso indumento. La polizia lo tratta malamente e non ha successo neppure una colletta tra i colleghi, così dopo pochi giorni Akakij Akakievič muore di disperazione e di freddo.
«Il cappotto di Gogol – spiega Fausto Russo Alesi – è un racconto poetico con un risvolto finale fantastico in cui il grottesco si mescola a uno sferzante realismo. Vite in affanno nelle quali le città e i suoi posti di lavoro possono diventare luoghi di infelicità e frustrazione incapaci di difendere i più deboli e con abusi di autorità a volte opprimenti. Eppure, Akakij Akakievič ama profondamente il suo pur semplice lavoro di copista e vi si dedica con solerzia, anima e corpo».
«Il cappotto – continua Russo Alesi – denuncia con ferocia un sistema in cui il valore dell’individuo è subordinato sempre più alla posizione gerarchica, alle apparenze e all’immagine trionfale di sé. E se il “valore” è sempre più ridotto ai beni materiali, Akakij, che vive in condizioni di povertà e precarietà, come potrebbe non faticare enormemente per ritagliarsi un posto in questo mondo? Quanto ci sentiamo vicini a lui, che sacrifica tutto per acquistare un bene che lo renda accettabile agli occhi degli altri? Che lo renda parte di una società che pretende una tragica omologazione? Quel cappotto “per cui morire o per cui si muore”, è quello su cui voglio interrogarmi andando in scena. Un racconto tragicomico ed esistenziale in cui un uomo si mette a nudo, derubato del suo riscatto sociale e del suo amore disperato per quell’oggetto desiderato e ragione totale di vita. Ma i fantasmi del nostro bisogno di esistere e di essere amati e ascoltati, vittime dell’indifferenza e della cattiveria umana, riposeranno mai in pace?».
dal 27 al 31 gennaio 2027
La tripla vita di Michele Sparacino
di Andrea Camilleri
adattamento e regia Mario Incudine
con Mario Incudine
e con i musicisti Antonio Vasta e Pino Ricosta
scene Enzo Venezia
costumi Dora Argento
musiche originali Mario Incudine
con la collaborazione di Antonio Vasta
produzione Centro Teatrale Bresciano
A Vigata circola il nome di un misterioso agitatore di folle: Michele Sparacino. È lui, si dice, ad aizzare i lavoratori delle miniere di zolfo e a innescare uno sciopero generale che contagia tutta la città, unendo panettieri e netturbini, maestri e impiegati. In realtà, Michele Sparacino nasce dalla fantasia di Liborio Sparuto, giornalista pigro e bugiardo che, per spiegare ai lettori i fatti che sconvolgono Vigata, inventa di sana pianta la figura di un pericoloso sovversivo.
Il destino vuole però che un Michele Sparacino esista davvero: viene al mondo alla mezzanotte spaccata tra il tre e il quattro gennaio del 1898. Puntualmente fuori tempo e fuori posto, questo povero innocente si ritrova trascinato dentro una vorticosa commedia degli equivoci, diventando senza volerlo il protagonista di una storia che non gli appartiene.
Con la sua ironia affilata e irresistibile, Andrea Camilleri costruisce una vicenda amara e grottesca, troppo crudele per essere vera, eppure troppo verosimile per non diventare lo specchio di una certa Italia. Mario Incudine la porta in scena con il suo stile inconfondibile, dove parola, musica e racconto si intrecciano trasformando la narrazione in una vera e propria favola musicale. Sul palco, accompagnato da due musicisti, Incudine dà corpo e voce a un racconto in cui il tragico e il comico si inseguono continuamente, tra ritmo teatrale, canto e momenti di intensa emozione.
La storia di Michele Sparacino parla al presente: è una riflessione pungente sul potere dell’informazione e sulla facilità con cui una menzogna può diventare verità. Il protagonista, infatti, si ritrova a vivere una vita da colpevole quando è ancora un bambino, e a essere celebrato come un eroe quando ormai è troppo tardi. In questo irresistibile gioco teatrale, la scrittura limpida e visionaria di Camilleri incontra ancora una volta il talento poliedrico di Incudine , dopo la messa in scena di Cannibardo e la Sicilia e Il Casellante, capace di trasformare la satira in racconto popolare e la storia in emozione condivisa.
dal 3 al 7 febbraio 2027
Il berretto a sonagli
di Luigi Pirandello
regia Gino Auriuso
con Irma Ciaramella, Ivano Falco, Gino Auriuso, Marina Zanchi, Gioele Rotini, Ottavia Orticello
scene e costumi Francesca Serpe
assistente alla regia Alessandra De Concilio
produzione Compagnia Artenova
‘A birritta cu ‘i ciancianeddi è il titolo originale dell’opera che Luigi Pirandello scrisse nel 1916 in dialetto siciliano e che due anni dopo trasformò in italiano ne Il berretto a sonagli, dove riprende le tematiche delle due novelle La verità e Certi obblighi, entrambe del 1912.
Il testo, considerato uno dei capolavori del grande drammaturgo agrigentino, narra la vicenda di Beatrice Fiorica, la quale viene a sapere che il marito la tradisce con la moglie di Ciampa, scrivano del cavalier Fiorica, e decide di farsi aiutare dal delegato Spanò per sorprendere in flagrante i due amanti. Fiorica decide di allontanare Ciampa mandandolo a Palermo per sbrigare certe commissioni e poco dopo fa scoppiare lo scandalo; ma la soddisfazione di Beatrice ha breve durata poiché dal verbale risultano solo elementi negativi e non vi è alcuna prova di adulterio. Ciampa, che si ipotizza fosse a conoscenza della relazione tra i due, in città viene tacciato come “becco” e dunque non gli resterebbe altro da fare che uccidere i due amanti; ma la soluzione che egli propone è un’altra: che la signora Fiorica si faccia credere pazza e venga internata, giacché solo in questo modo il suo onore e quello del marito potranno essere salvi.
Il regista Gino Auriuso rivisita il salotto borghese di casa Florica, aggiornandolo alle usanze dei nostri tempi. Contemporaneamente, sgretola questo stesso immaginario domestico, offrendo frammenti di una vita qualunque, troppo simile ad altre “vite qualunque” (un ambiente astratto, una simbolica gabbia); frammenti che, avulsi da un contesto coerente, si presentano come incubi in un mondo in cui a essere vivi, veri e “riconoscibili”, sono solo gli oggetti, agiti da attori che sono ormai solo algidi pupi.
dal 16 al 21 febbraio 2027 – prima nazionale
Il sogno della Luna
di e con Lollo Franco e Nicola Franco
produzione Teatro Biondo Palermo
Una voce riecheggia all’interno di una stanza dell’anima. È quella della Luna. Evoca suoni e figure che riportano alla memoria personaggi, speranze e desideri nascosti, rimpianti e fantasie. Tutti cuciti indelebilmente sulla pelle di due anime in cerca di sé stesse, di ciò che sono state, che sono e saranno: due uomini, le cui immagini riflesse sono in continua mutazione. L’illusione e la verità del proprio vissuto li accompagneranno in questo viaggio emozionale da un punto di non ritorno a una volontà di accettazione. Un volo di rinnovamento, che guarda al passato per affrontare un possibile futuro. Il sogno della Luna è la condizione sospesa, in bilico tra realtà e finzione, che svela, scoprendone delicatamente i dettagli, i lati chiari e scuri dell’esistenza di due girovaghi satellitari, persi in un’Odissea spaziale. La Luna diventa portavoce e specchio della natura poetica profondamente legata alla cultura popolare mediterranea e palermitana, evocando vicoli, voci vibranti, danze, canti e tradizioni destinate a vivere della stessa sensazione che rimane attaccata alla mente quando si è tra il sonno e la veglia. Personaggi frammentari, incompleti, di una Palermo che cerca di raccontarsi ancora una volta per mantenere viva la memoria di un tempo perduto.
dal 23 al 28 febbraio 2027
Tre donne alte
di Edward Albee
adattamento Micaela Miano
regia Guglielmo Ferro
con Nadia De Luca, Fioretta Mari, Francesca Ferro
scene Salvo Manciagli
costume Sartoria Pipi, Palermo
light design Santi Rapisarda
produzione Teatro Biondo Palermo / Associazione Culturale Progetto Teatrando
Tre donne alte di Edward Albee, premio Pulitzer alla miglior opera teatrale nel 1994, è un dramma che esplora l’identità e l’animo di tre figure femminili colte in fasi diverse della vita, giovinezza, maturità, vecchiaia: tre versioni della stessa esistenza. Non sono personaggi separati ma riflessi di un unico corpo, una sola anima che attraversa il tempo. Come le Parche, esse tessono, misurano e recidono il filo della propria esistenza, ma qui il filo è interiore: memoria, identità, desiderio.
Il palcoscenico è uno spazio sospeso, neutro e simbolico: un luogo dell’anima piuttosto che un ambiente realistico. Le tre donne si osservano, si giudicano, si consolano. Si parlano in risonanza: le parole dell’una nascono nella bocca dell’altra, come un coro di voci che condividono la stessa memoria. A volte si sfiorano senza toccarsi, a volte si sovrappongono come ombre. L’azione non procede linearmente, ma per cerchi concentrici, ritorni, echi, confessioni che si ripetono diverse.
L’età dell’esistenza diventa così età della sostanza: non ciò che si è state, ma ciò che si è diventate restando fedeli a una traccia invisibile. Le tre donne portano in scena il lavoro del tempo sul corpo, sulla voce e sul respiro stesso, interrogano la memoria per giungere all’accettazione della morte, al perdono e alla riconciliazione.
dal 10 al 14 marzo 2027 – Focus Teatro di figura
Storie di Pulcinella
di e con Bruno Leone
musiche dal vivo Gianluca Fusco
produzione Teatro delle guarattelle
Pulcinella è l’uomo della strada che riesce a sfuggire la morte, a prendersi gioco del potere e della prepotenza pur manifestando egli stesso paura, timore e tutti quei sentimenti che non appartengono all’eroe da favola ma all’uomo di tutti i giorni. Storie di Pulcinella è un modo di presentare i canovacci antichi nella loro modernità e universalità alternandoli con altre storie antiche e moderne, e oltre che spettacolo può diventare incontro, lezione, storia, viaggio condiviso nel mondo meraviglioso delle guarattelle napoletane.
Nel 1978 Bruno Leone apprende l’arte delle guarattelle da Nunzio Zampella, ultimo maestro guarattellaro napoletano, ed evita in tal modo la scomparsa di una tradizione che risale a girovaghi e saltimbanchi medievali. Un’arte antica che deve la sua vitalità alla capacità dei burattinai di coniugare memoria e attualità in un rapporto molto attento col pubblico. Leone ha ripreso canovacci e stili di quest’arte, contribuendo con efficacia alla ripresa di un genere teatrale molto importante per la storia della cultura popolare napoletana ed europea.
Pulcinella, sempre in scena alla destra del burattinaio, scandisce con la sua caratteristica voce – ottenuta col segreto strumento della pivetta – l’alternarsi delle storie. Gianluca Fusco accompagna lo spettacolo con musiche della tradizione napoletana e brani originali, dando un tocco di magia in più, allietando il pubblico e i burattini.
dal 17 al 21 marzo 2027
Eccoci qui
Tre inattese disavventure di coppia
drammaturgia e regia Gioele Dix
con Valentina Cardinali e Francesco Aricò
scene Angelo Lodi
costumi Noemi Brolatti
disegno luci Cesare Agoni
assistente alla regia Beatrice Cazzaro
produzione Centro Teatrale Bresciano
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di NAACP Empowerment Programs, Inc.
Lo spettacolo è realizzato con il contributo di Next – Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo – Edizione 2025/2026
Eccoci qui si compone di tre brevi atti unici che raccontano, in epoche diverse, tre differenti relazioni fra l’uomo e la donna. Nel primo, Amour et piano di Georges Feydeau, ambientato nella Parigi di fine Ottocento, l’incontro fra i due protagonisti avviene per puro errore, dando vita a un’imbarazzante ed esilarante commedia degli equivoci. Anche se l’epilogo farà presagire un possibile seguito amoroso dell’incontro nato da un capriccio del caso. Nel secondo, Here we are di Dorothy Parker, la scena è occupata da due novelli sposi in partenza per il viaggio di nozze e la sala d’attesa della stazione diventa lo sfondo per una serie di schermaglie, non detti e incomprensioni apparentemente senza speranza. Una coppia che si dibatte fra slanci libertari e capitolazioni nostalgiche, immersa com’è nel sogno americano anni Quaranta. Nel terzo, Ti ho postato per allegria, scritto da Gioele Dix, lui e lei sono due millennials che si incontrano per la prima volta dopo essersi frequentati per lungo tempo soltanto sui social. Attese, malintesi, comici inciampi e segrete speranze saranno gli ingredienti di una fitta conversazione che avvicinerà i due, forse più di quanto la reciproca diffidenza potesse far loro supporre.
Dalle ormai sorpassate trepidazioni di fine Ottocento alle inquietudini digitali dei nostri giorni, passando per le smanie analogiche del secolo breve, Gioele Dix e i suoi attori ci guidano con feroce ironia in un viaggio di conoscenza, tra amori, incomprensioni e irresistibili cortocircuiti sentimentali. Tre epoche, tre coppie, un solo eterno enigma: capirsi tra donne e uomini è proprio impossibile?
dal 6 all’11 aprile 2027 – prima nazionale
La metamorfosi
di Franz Kafka
adattamento e regia Giancarlo Sepe
scene e costumi Carlo De Marino
musiche Harmonia Team
con Fabrizio Indagati, Elvio La Pira, Riccardo Pieretti, Federica Stefanelli
e con Pino Tufillaro
produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro La Comunità Roma
Quanto spesso accade che un essere umano si senta all’improvviso straniero agli occhi della madre, del padre e della sorella? Cosa vuol dire sentirsi estraneo tra la gente, tra familiari che non si riconoscono più?
In questo originale adattamento del più celebre racconto di Franz Kafka, Giancarlo Sepe trasporta il personaggio di Gregor Samsa – che “destandosi un mattino da sogni inquieti si trova tramutato in un enorme insetto” – nella realtà di tutti i giorni, ponendoci dinanzi a una crisi di identità che percepiamo familiare.
La trasfigurazione del protagonista sembra un processo di trasformazione volontaria, come afferma Kafka: «Ho bisogno di tormentarmi, voglio mutare continuamente condizioni, mi sembra di intuire che la mia salvezza sta nel mutamento di cui ho forse bisogno, mediante questi piccoli mutamenti che altri compiono nel dormiveglia, io invece mettendo in agitazione tutte le mie facoltà intellettuali».
dal 20 al 25 aprile 2027 – prima nazionale
Dittico della fine
di Fabrizio Falco
liberamente ispirato ad Eugene Ionesco
regia Fabrizio Falco
con Fabrizio Falco, Federica D’Angelo
regista assistente Ksenija Martinovic
scena Luca Mannino
musiche Sergio Beercook
produzione Teatro Biondo Palermo
Dittico della fine nasce dall’incontro con due testi di Eugène Ionesco, Delirio a due e Il re muore, ma è solo un’ispirazione, perché tutto si colloca radicalmente altrove: non più in uno spazio borghese minacciato dall’esterno, bensì dentro un mondo già collassato. Quando la vicenda inizia, non c’è più niente da difendere: la casa di Delirio a due è già distrutta, le pareti sono crollate, la guerra non è più un rumore lontano ma una condizione già presente. I due personaggi emergono dalle macerie come sopravvissuti, impolverati, disorientati, impauriti, vivi per caso.
Senza soluzione di continuità, nella seconda parte ispirata a Il re muore, non cambia lo spazio, non cambiano i corpi: cambia lo sguardo. L’uomo si proclama re, non perché lo sia, ma perché ha bisogno di una forma per attraversare ciò che sta accadendo. La donna accetta questa trasformazione e ne diventa la testimone, la guida. Il mondo esterno continua a crollare, ma ora questo crollo trova un riverbero interno nel corpo dell’uomo, che progressivamente si spegne. La morte non è improvvisa, ma è un processo: un lento svuotamento, un progressivo distacco. E con lui non muore solo un individuo, ma l’idea stessa di ordine, di continuità, di futuro.
Portare oggi in scena questo lavoro significa confrontarsi con un presente in cui le immagini della distruzione non sono più simboliche. Dittico della fine non vuole rappresentare la guerra in senso diretto, né raccontarne le cause o le dinamiche. Ci interessa vedere i sintomi, ciò che accade dopo o durante: il modo in cui gli esseri umani reagiscono all’insostenibile. Lo spettatore si trova costretto a porsi una domanda semplice e senza risposta: quando il mondo intorno crolla, cosa resta del nostro modo di stare insieme?
dal 5 al 9 maggio 2027
La difficilissima storia della vita di Ciccio Speranza
di Les Moustaches
scritto da Alberto Fumagalli
regia Ludovica D’Auria, Alberto Fumagalli
con Damiano Spitaleri, Alberto Gandolfo, Federico Bizzarri
costumi Giulio Morini
assistente alla regia Tommaso Ferrero
produzione Les Moustaches / Accademia Perduta Romagna Teatri, Società per attori
Ciccio Speranza è pieno di sogni, a volte decisamente fuori dalla sua portata, ma ha il diritto di provarci e di vivere la vita che vuole. Uno di questi sogni, troppo grande per poter restare nel cassetto, è che Ciccio vuole danzare.
La famiglia Speranza, però, vive in una vecchia e soffocante catapecchia di provincia. Con un padre violento e un fratello molto chiuso mentalmente, Ciccio è solo, in fondo alla sua fragilità e vorrebbe scappare da quel luogo che mai ha sentito come casa. Attraverso il suo gutturale linguaggio, il suo corpo grasso per nulla aggraziato e il suo sogno impacciato, il nostro protagonista in tutù rosa non smetterà mai di danzare, raccontandoci la sua vita così come la desidera. Ciccio appartiene ad un mondo lontano, senza alcuna possibilità di esaudire il proprio sogno. Il suo destino è segnato, il suo carattere è condizionato, la sua vita è soffocata da un ambiente che gli sta stretto sopprimendo ogni possibilità di esprimersi. Dunque, perché rattrappire i propri istinti? Anche se la cicogna ci ha fatto cadere lontano dalla terra promessa non siamo condannati all’oppressione di una famiglia che non vuole conoscere il mondo oltre il proprio campo di fagioli.
dal 18 al 23 maggio 2027 – prima nazionale
Il fuoco di Pound
di Roberto Russo
regia Fabrizio Bancale
con Gigi Savoia, Francesco Maria Cordella, Graziano Purgante
produzione Teatro Biondo Palermo
Il fuoco di Pound ci restituisce la poesia del grande Ezra Pound attraverso il mito di Prometeo, il quale, secondo la mitologia greca, fu punito dagli dei ed incatenato per aver donato agli uomini il Fuoco, cioè la téchne e la conoscenza.
Ezra Pound, a lungo emarginato, rinchiuso in un ospedale psichiatrico, demonizzato come uomo e poeta, dona fra gli anni ’20 e ’30 una grande, terribile verità agli uomini, una conoscenza che ancora oggi condiziona la nostra vita.
Roberto Russo traccia un parallelismo tra Pound e Prometeo immaginando un processo nel quale il poeta deve rendere conto all’inquisitore Efesto del proprio comportamento. Così come Prometeo consentì agli uomini, attraverso la conoscenza, di governare il mondo sviluppando la civiltà, Pound con la sua poesia e i suoi testi economici profetizzò il declino della nostra civiltà piegata dal capitalismo e dal dio denaro.
Attingendo ai Cantos e ad altri testi di Pound, e citando tra gli altri Hemingway, Montale e Pasolini, lo spettacolo apre uno squarcio sulle contraddizioni del nostro tempo, affidando alle parole del poeta l’unica possibilità di riscatto e di salvezza.
Teatro Nuovo Montevergini
dal 3 al 13 dicembre 2026 – prima nazionale – Focus Scaldati
Va’ va’ luci
da Indovina Ventura di Franco Scaldati
regia Giuseppe Provinzano
musiche e canti Serena Ganci
drammaturgia Davide Enia
scrittura fisica Alessandra Fazzino
con Serena Ganci, Julia Jedlikowska, Giancarlo Latina, Daniela Macaluso, Oriana Martucci, Alessia Quattrocchi, Luigi Maria Rausa, Riccardo Rizzo, Esdra Sciortino
tecnico audio-luci Jean-Mathieu Marie
produzione Babel / Teatro Biondo Palermo
con il sostegno di Spazio Franco
Finita la guerra, una famiglia di vavaluci (lumache, in lingua palermitana) – madre, padre, figli, zii, nonni – decide di concedersi una scampagnata sul Monte Pellegrino, il monte sacro per i palermitani, dove potranno anche ringraziare Santa Rosalia per averli protetti.
Ma le vavaluci, si sa, sono creature lente per natura, e così quel pellegrinaggio laico dura una vita e si trasforma in un viaggio interminabile, che attraversa il tempo, lo consuma, lo trasfigura. La famiglia avanza trascinando con sé desideri, memorie, paure, conflitti, segreti inconfessabili e tenerezze. Intorno, il mondo cambia, forse scompare, mentre loro restano intrappolati in quello che diventa un viaggio ostinato, metafora dell’esistenza stessa: una promessa mai del tutto compiuta, un ringraziamento sospeso, una fede fragile eppure resistente.
In questo paesaggio sospeso, i personaggi emergono come apparizioni, comici e struggenti, grotteschi e profondamente umani. La lingua scaldatiana costruisce un mondo in cui il reale si incrina continuamente, lasciando spazio a una dimensione onirica e metafisica. Va’ va’ luci è un attraversamento poetico e visionario nell’universo di Franco Scaldati, in cui il tempo si dilata fino a coincidere con una vita intera e l’esistenza si fa attesa, cammino, ostinazione. Lo spettacolo diventa così un racconto corale e intimo insieme, un’epopea minima in cui una famiglia (di lumache) si fa specchio fragile e potentissimo dell’umano, del suo procedere lento, incerto, eppure irriducibile, dentro il mistero del tempo e della vita, verso la Luce.
dal 9 al 14 febbraio 2027
Il Minotauro
drammaturgia originale di Dario Ferrari e Nina Lombardino
regia Nina Lombardino
con Dario Ferrari
produzione Liberiteatri
Un’opera teatrale ispirata all’intensa e provocatoria visione di Friedrich Dürrenmatt. Non si tratta di una semplice riscrittura del mito classico, ma una raffinata esplorazione delle dinamiche esistenziali che attraversano il tempo e la cultura. Dürrenmatt utilizza il mito come strumento critico, capace di riflettere le tensioni della società contemporanea e le fragilità insite nell’animo umano. Nell’adattamento scenico di Liberiteatri, il Minotauro non è più una creatura da temere, ma un simbolo complesso: emarginato, incompreso, prigioniero non solo del labirinto fisico ma anche della sua stessa identità.
Attraverso una narrazione intensa e carica di significati, Lombardino e Ferrari sfidano lo spettatore a riconsiderare le certezze consolidate e a interrogarsi su temi universali come la solitudine, la diversità e la ricerca di un senso profondo. Cosa accadrebbe se il Minotauro non fosse un mostro, ma un’anima innocente? Se Teseo incarnasse la figura del vero carnefice? Se il celebre filo rosso non fosse solo un espediente per ritrovare la strada, ma un fragile legame? A partire da queste domande, lo spettacolo si snoda come un racconto noir, un viaggio tra mistero, fantasia, magia e inquietudine nel mistero di Friedrich Dürrenmatt.
dal 10 al 14 marzo 2027 – Focus Teatro di figura
Varietà
con I Piccoli di Podrecca
maestro marionettista Marino Iermann
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Il teatro dei Piccoli di Podrecca, fondato nel 1914 a Roma da Vittorio Podrecca, originario di Cividale del Friuli, ha trionfato in tutto il mondo conquistando una fama internazionale.
Con grande soddisfazione, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia ripropone Varietà, lo spettacolo cult dei Piccoli di Podrecca, che a ritmo di musica e con grande ironia, alterna numeri vari, divertenti, incantevoli.
Guidati dal maestro marionettista Marino Ierman, gli animatori portano in scena una selezione dei più amati numeri, veri capolavori, applauditi da generazioni in tutto il mondo. Non ci sono infatti confini di lingua, generazioni, culture che possano resistere alla dirompente simpatia dei personaggi, alla loro dimensione musicale e al fascino esercitato dall’incredibile complessità del movimento delle marionette.
Ecco allora apparire alla ribalta figure molto celebri come Arlecchino, numeri divertenti ispirati al circo, al mondo dello spettacolo, iconici e sorprendenti come i Divisionisti, e anche alcuni grandi assieme musicali come la Rumba o l’Orchestra Viennese. E come resistere alle dispettose scimmiette che corrono sulla scena?
Dietro ad ogni movimento e ad ogni gag ci sono la perizia della costruzione dei diversi personaggi e l’affiatamento fra gli animatori, che dal bilancino, attraverso un gran numero di fili, trasmettono vita e movimenti anche molto minuti ai Piccoli, i quali possono aprire gli occhi, suonare uno strumento, addirittura muovere i capelli.
dal 2 al 4 aprile 2027
Pinocchio
o lo spettacolo del padre
da Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi
adattamento e regia Enrico Ianniello
con Moreno Bernardi ed Enrico Ianniello
scena Sergi Corbera Gaju
costumi Federica Del Gaudio
disegno luci Lluís Serra
videoproiezioni Jordi Homs
aiuto regia Montse Vellvehí
responsabile di produzione Meri Notario
assistente alla produzione Vinyet Vila
produzione Teatre Akadémia Barcelona / Casa del Contemporaneo, Napoli
Pinocchio, la marionetta più famosa del mondo, nasce dal desiderio di un povero falegname, che per alleviare la propria solitudine scolpisce un bambino di legno «che sa ballare soprattutto!».
Il piccolo Pinocchio, mosso da un’irrefrenabile curiosità verso la vita e i misteri del mondo, si rivela un’opportunità magica e fantastica per il vecchio Geppetto. Entrambi saranno trasformati da questa esperienza: tra un’avventura e l’altra Pinocchio imparerà ad essere figlio, il falegname imparerà ad essere un padre.
Enrico Ianniello prende in prestito il celebre personaggio di Collodi ed ambienta lo spettacolo
in un vecchio cinema parrocchiale abbandonato, ancora abitato dai fantasmi cinematografici del passato. In questo luogo, sulle note del popolare compositore e arrangiatore giapponese Isao Tomita, si sviluppa una tenera storia d’amore tra padre e figlio, un legame che porrà un interrogativo allo spettatore: che cosa significa, oggi, essere padre in un mondo che confonde la finzione dello schermo con la realtà?
dal 7 al 9 maggio 2027
La strage di Vergarolla
di Davide Rossi e Paolo Valerio
con Paolo Valerio
con un sand artist e un musicista dal vivo
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Dopo la lettura in anteprima al Mittelfest 2026, La strage di Vergarolla, testo scritto da Paolo Valerio e dallo storico Davide Rossi, giunge nella sua forma piena di spettacolo. A ottant’anni dai fatti, lo spettacolo ricostruisce una delle pagine più tragiche e rimosse del Novecento italiano: l’esplosione avvenuta il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla a Pola, durante una manifestazione sportiva, che causò decine di vittime civili, tra cui molti bambini. Un attentato terroristico legato al clima di tensione post-bellico e finalizzato a intimidire la popolazione italiana per accelerare l’esodo dall’Istria verso l’Italia.
Un evento ancora avvolto da silenzi, che si vuole restituire alla memoria collettiva come racconto vivo e necessario, capace di interrogare il passato e illuminarlo oltre un oblio troppo lungo.


