Partigiani siciliani. Storie che non si possono dimenticare
Quale che fu la spinta — il coraggio improvviso, la rabbia, la fame, la voglia di riscatto o il semplice istinto di sopravvivenza — duemilaseicento siciliani presero la via della montagna.
Non si trattò di una marcia trionfale, ma di una scelta interiore, spesso fatta nel silenzio, nello sbandamento, quando tutto sembrava perduto.
Di questi, duecentoundici non fecero ritorno. Caddero. Uno a uno. Senza fanfare, senza medaglie appuntate sul petto. Eppure, perché oggi siamo liberi, lo dobbiamo anche a loro.
Queste sono storie che raramente trovano spazio nei manuali. Storie di uomini e donne del Sud, spesso ragazzi appena ventenni, mandati al Nord da una guerra imposta, e che là scelsero di combattere non per una patria astratta, ma per la dignità dell’uomo.
C’è chi fu catturato dopo un rastrellamento, chi fucilato sul ciglio di una strada, chi tradito, chi torturato e poi dimenticato.
Nel giugno del 1944, a Fondotoce, 43 prigionieri vennero costretti a sfilare per il paese con un cartello al collo: “Sono questi i liberatori o i banditi?”
Tra loro c’era il siciliano Giovanni La Ciacera. Alla fine del corteo, li uccisero. A gruppi di tre.
A Mondovì, la vigilia di Natale, tre siciliani furono fucilati. In una casa a Prea, altri due furono bruciati vivi. A Carignano, l’impiccagione fu il finale crudele per altri due isolani.
E poi ci fu Forno Canavese, dove il sangue fu spettacolo. La popolazione venne costretta ad assistere alla fucilazione di diciotto prigionieri, picchiati e torturati prima dell’esecuzione. Tra i loro nomi, Nicolò Marino, palermitano, e Mario Toro di Palagonia.
Ma la Resistenza non fu solo fatta di uomini.
Ci furono donne. Donne partigiane siciliane, silenziose e coraggiose, spesso cancellate dalla memoria.
Come Graziella Giuffrida, giovane catanese trovata in possesso di una pistola. Arrestata, portata nella sede del Comando fascista a Fegino, fu torturata, violentata, assassinata, e poi gettata in una fossa.
Con lei furono ritrovate, il 28 aprile 1945, le salme di altre donne: Alessandra Marrale, Giuseppina Cosolito di Caltagirone, Amalia Gregorio di Santa Teresa Riva, Emilia Ermellino di Messina.
Queste non sono solo vittime. Sono nomi da sussurrare e ricordare, ogni volta che parliamo di Resistenza.
La storia della Resistenza non è mai stata semplice. Non fu solo gloriosa. Fu fatta di dubbi, contraddizioni, lotte fratricide. Ma fu, prima di tutto, una guerra per la libertà. Una guerra giusta. Una guerra necessaria.
Le province di Cuneo e Torino raccolsero il tributo di sangue più alto tra i partigiani siciliani. Più di cento caduti.
Cinque furono fucilati alle Fosse Ardeatine.
E poi ci furono i comandanti, i “convinti”, quelli che avevano scelto la lotta fin dall’inizio. Come Pablo, nome di battaglia di Crollallanza Aliotta, tanto stimato dai suoi compagni da dare il nome a una divisione partigiana.
Più di quaranta partigiani siciliani ricevettero riconoscimenti per il loro valore. Dieci medaglie d’oro, venti d’argento, dieci di bronzo, due croci di guerra.
Ma le medaglie non bastano. Perché il valore vero si misura col ricordo.
E allora, per noi che quei giorni non li abbiamo vissuti, il 25 aprile non è una ricorrenza da calendario, ma un dovere morale.
È un giorno che ci ricorda quanto è costata la libertà.
E quanto è fragile.
Perché la libertà non è data, è conquistata. E può essere persa.
E chi ha risposto al suo richiamo con la vita, merita di essere ricordato. Uno per uno. Sempre.
Buona festa di liberazione a tutti.
Fonti reteparri. it ; repubblica. it
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