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Diocesi di piazza Armerina: Messaggio del Vescovo all’inizio dell’anno scolastico

Diocesi di piazza Armerina
Ufficio diocesano
per la pastorale della scuola e dell’università
Messaggio del Vescovo all’inizio dell’anno scolastico
L’ufficio diocesano per la pastorale della scuola e dell’università, promuove l’iniziativa
dell’incontro del Vescovo mons. Rosario Gisana con i dirigenti delle scuole che insistono nel
territorio diocesano, nel contesto della ripresa delle attività scolastiche. In tale occasione il Vescovo
consegnerà ai dirigenti una lettera-messaggio rivolta a tutta la scuola.
“UN LUOGO PRIVILEGIATO PER LA PROMOZIONE UMANA”
Il titolo della lettera sintetizza il messaggio che il vescovo intende dare al mondo della scuola. La
scuola, secondo mons. Gisana, è il luogo della ferialità: “ma cosa c’è di più feriale, se non il tempo
che si trascorre a scuola, durante il quale cogliamo sollecitazioni a diversi livelli, nell’unica
direzione possibile: crescere assieme per sentirci compagni di strada, superando il peso delle
solitudini che non sono solo e sempre affettive.”
La scuola è anche e soprattutto il luogo della speranza. In questo tempo, contrassegnato dalla
“rassegnazione, dal fatalismo, dall’inerzia: rispetto a tutto quello tende ad essere acquiescente, e
che soffoca i piccoli focolai dell’entusiasmo e della gioia di vivere, è necessario fare spazio alla
speranza” che solo la scuola, insieme alla famiglia e alla parrocchia possono generare.
Nel messaggio il Vescovo affida alla scuola una vera e propria missione che consiste nel diventare
“luogo significativo per vincere l’insipienza, per sottoporsi ad una vitale metamorfosi”, secondo
quanto afferma Papa Francesco nella Christus vivit: nella scuola «si attua il miracolo di
sperimentare che qui si nasce di nuovo; qui tutti nasciamo di nuovo perché sentiamo efficace la
carezza di Dio che ci rende possibile sognare il mondo più umano e, perciò, più divino».
La portata del messaggio del Vescovo – dichiara don Giuseppe Fausciana, direttore dell’ufficio
diocesano della scuola e dell’università – investe trasversalmente tutta la scuola nella sua
compagine e consegna alla responsabilità del corpo docente e agli alunni l’impegno di generare
speranza per vitalizzare questo tempo contrassegnato dalla rassegnazione e dalla apatia. Per il
vescovo, la scuola oggi è un luogo della fertilità fondamentale per lo sviluppo umano e integrale
della persona. Un vero atto di affidamento in cui si coglie tutta la sua sensibilità per questo “spazio
educativo”.
Piazza Armerina 28 settembre 2020
don Giuseppe Fausciana
direttore ufficio scuola e università

 

UN LUOGO PRIVILEGIATO PER LA PROMOZIONE UMANA
La riapertura delle scuole, sotto l’egida del subdolo coronavirus, incita a praticare una virtù che
costituisce il fulcro delle nostre relazioni: la speranza. L’apostolo Paolo la colloca a fondamento
del rapporto con la creazione (cfr. Rm 8,22-23), sia per il rispetto che dobbiamo a ciò che
garantisce la nostra sussistenza sia per scorgere, in un tempo così difficile, approcci veri che si
ispirano all’essenzialità. Tale atteggiamento coinvolge tutti: dirigenti, insegnanti, alunni,
protesi al superamento di quanto si impone come limitazione della crescita umana, spirituale e
culturale. È importante, in questo nuovo incedere attraverso il tempo, tenere gli occhi fissi sulla
meta, su quella linea di confine che tende a dilatarsi con gli stimoli quotidiani che l’educazione
assicura, promuove e struttura. È l’atto educativo a confermare la vitalità di quest’umile virtù,
i cui effetti riguardano la vivificazione di quello che in noi sembra aver ceduto. Bando dunque
alla rassegnazione, al fatalismo, all’inerzia: a tutto quello tende ad essere acquiescente,
soffocando i piccoli focolai dell’entusiasmo e della gioia di vivere, che fanno dell’esistenza lo
spazio giusto per la speranza.
Occorre pertanto imparare a coniugare questa virtù negli ambiti che configurano i nostri atti
feriali. Ma cosa c’è di più feriale, se non il tempo che si trascorre a scuola, durante il quale
cogliamo sollecitazioni a diversi livelli, nell’unica direzione possibile: crescere assieme per
sentirci compagni di strada, superando il peso delle solitudini che non sono solo e sempre
affettive. Non possiamo dimenticare che la più grande solitudine è l’ignoranza, quello stato di
oblio dell’intelligenza che dà spazio alle molteplici schiavitù che serpeggiano e dominano il
nostro modo di vivere. La scuola è, accanto alla famiglia e alla parrocchia, un luogo
significativo per vincere l’insipienza, per sottoporsi ad una vitale metamorfosi, dalla quale
emerge con forza la certezza che la vita continua nella generatività. Insegnare è generare e,
mediante quest’atto di rigoglio, apprendere significa nascere. Entrambi gli atti, che
corrispondono ad un’azione munifica dell’animo umano, assicurano l’avvicendamento di ciò
che deve ancora realizzarsi, e si attuerà nella forma innovativa che corrisponde all’evoluzione
dello spirito di questo mondo. Le sue operazioni non sono scontate: non è la grazia di Dio che
è donata con gratuità al di là delle debolezze. È invece lo spirito del mondo, energico e
dinamico, che attende di essere risvegliato sia dalla grazia, per chi si lascia condurre dalla fede,
sia dall’etica che configura la bellezza delle sinergie umane.
Questo spirito del mondo, colto dall’apostolo Paolo interlocutore dello Spirito di Dio: «lo
Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio» (Rm 1,16), necessita di
essere educato, cioè condotto fuori da noi per vitalizzare il mondo ed essere, appunto, spirito
del mondo: anima che vitalizza gli atti umani. La scuola, come d’altronde ogni ambito
educativo similare, ha questo compito. Esso è fondamentale, prezioso, inevitabile, e compete a
tutti coloro che sono impegnati a rigenerare lo spirito del mondo: ciascuno secondo il proprio
ruolo, con uno sguardo alto e segnato dal quel senso di responsabilità che si matura a forza di
capire che la nostra esistenza, qui ed ora, non è casuale e che la rinascita del mondo ci riguarda
personalmente. Il bisogno di tornare a scuola nasce da qui, un bisogno impellente al quale nulla
può resistere, neppure la virulenza di questo morbo che, se da una parte ha occluso
l’applicazione di certi modi di vivere, dall’altra ci ha indotti a ripensare che quello che conta è
praticare la virtù della speranza. Essa, oltre ad aleggiare nei nostri sogni, consentendo di
protenderci nella loro realizzazione, ci supporta nel tentativo di amalgamare relazioni più vere,
considerando quello che realmente è importante ed essenziale, quello che resta e si incide nelle
menti, quello che fa di ciascuno intelligenze capaci di scrutare l’ineffabile.
Nella scuola si è coinvolti nella formazione dello spirito che dovrà animare il mondo. Anzi,
quest’ultimo attende, nella prospettiva della crescita intragenerazionale, che dirigenti,
insegnanti ed alunni si impegnino a dinamicizzare, attraverso l’umile atto della recettività, il
difficile processo dell’apprendimento. Lo spirito si nutre non solo di quello che riceve, ma
anche di quello che dà. Tale principio è fondamentale per cogliere la bellezza dello stare
assieme in un contesto di crescita, come è la scuola; un contesto desiderato da docenti ed alunni:
per gli uni, animati dalla consapevolezza che insegnare è praticare un servizio allo spirito di
questo mondo, per gli altri di apprendere quelle novità che innovano il nostro quotidiano.
Seppure è faticoso insegnare, sappiamo che la comunicazione, sotto la spinta vigorosa e mite
del processo educativo, diventa una grande opportunità per scorgere in sé stessi l’orizzonte
splendente di albe che confermano nuovi inizi. E seppur è faticoso imparare, sappiamo che la
recezione non è fine a sé stessa: l’apprendimento consente di accrescere una nota importante
dell’esistenza che è la criticità, unica modalità possibile per attestare la forza dirompente dello
spirito di questo mondo che accultura e aggiorna, ma soprattutto dischiude varchi di dialogo
nella maturazione di quello che è reale nel genere umano. Cosa s’intende per reale se non la
constatazione che ciascuno ha bisogno dell’altro e che solo nella riscoperta dell’alterità può
esprimersi pacificamente quello che siamo e non quello che vorremmo essere.
La speranza che propina la scuola è il consolidamento del nostro essere che non cede alla
voluttà dell’avere. Più si impara e maggiore saranno le opportunità per accrescere in noi il senso
critico di ciò che si è, poiché soltanto nel riconoscimento della nostra identità sussiste l’idea
dell’altro, la cui presenza non fa più paura; anzi, permette di poter migliorare la conoscenza di
noi stessi. La scuola è veramente luogo di promozione: luogo di speranza ove si coniuga
costantemente il verbo crescere. Da esso, spazio vitale per aperture in dialogo, la speranza che
si fonda sulla crescita rivela alcune sfumature di unità, o meglio di consapevolezza sulla
necessità dell’altro. Qui risalta l’elemento più peculiare di quest’ambito privilegiato della
crescita: il processo di coeducazione che investe insegnanti ed alunni nell’ascolto vicendevole:
un modo singolare di incedere nella crescita, camminando assieme, l’uno a fianco all’altro, con
atteggiamento di umiltà, insegnando e imparando con mutua attenzione e docile apertura, nella
certezza che, stando sulla soglia della vita dei nostri alunni, si può tradurre in esperienza quanto
si è appreso dai libri. Nella scuola si impara a ricominciare ogni giorno, cogliendo la bontà delle
nostre limitazioni e, applicando un passo dell’Esortazione apostolica Christus vivit al n. 217 di
Papa Francesco, nella scuola «si attua il miracolo di sperimentare che qui si nasce di nuovo;
qui tutti nasciamo di nuovo perché sentiamo efficace la carezza di Dio che ci rende possibile
sognare il mondo più umano e, perciò, più divino».
✠ Rosario Gisana

 

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