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A Beddivì Da Santu Lí a Cirasa, do Vadduni o Fuddaturi alla scoperta di un quartiere, quello di Valverde, culla della cristianità ennese – di Luca Ballarò

Riccardo Agosto 21, 2023 10 minuti letti
chiesa valverde

A Beddivì
Da Santu Lí a Cirasa, do Vadduni o Fuddaturi alla scoperta di un quartiere, quello di Valverde, culla della cristianità ennese.
Ai piedi del castello di Lombardia e della zona Duomo si affaccia una grande vallata tanto cara agli ennesi. Essa è preceduta da “Santu Lì” o “Santu Liu” così come viene chiamata in gergo ennese la via che ne da accesso, nome che non si deve alla presenza della chiesa parrocchiale di San Leone così come molti pensano, bensì alla via Sant’Elia che più sopra serpeggia tra scalinate e anfratti. Camminando lungo la strada di “Santu Lì ”, appena si svolta la curva che supera la chiesa parrocchiale di San Leone, si apre agli occhi una gande vallata verde e gialla per via della macchia erbacea tipica del luogo, un mix tra spighe selvatiche ed “erba di vintu” fatta di case, tetti, comignoli, rocce, sentieri scoscesi su cui sembra essere quasi poggiato placido un santuario: è il quartiere di Valverde, Beddivì o “Beddivirdi” per gli Ennesi, uno dei quartieri che più di tutti mantiene il fascino di un tempo passato e che ancora si rende presente. Una radura che si estendeva anticamente dalla vallata fino alle pendici del monte su cui si adagia Enna, nella periferia orientale della città. Anticamente il posto si chiamava “u fuddratùri” perché abitato da artigiani che, nel fabbricare i “sidduna” (le selle) usavano questo particolare attrezzo (un’asticina di ferro arcuata e biforcuta) per pressare la paglia nel cuscino del “sidduni”.
Compiere “u viaggiu ‘a Madonna”, o semplicemente passeggiare in queste strade nei giorni di fine Agosto permette di fare un cammino esperienziale, di tornar indietro nel tempo. Lo capisci quando percorri le antiche salite e discese, le grotte accanto alla chiesa di Santu Lì, “u vadduni” ed i suoi insediamenti rupestri dove un tempo abitavano i “fullones”, gli antichi cardatori di pelle e lana, i viddani e gli allevatori di caprini, primi inquilini di queste spelonche.
Queste “rutte” dalla folta vegetazione rampicante ed “erba di vintu” infestante adornano ancora “Cirasa”, o “via Cerere Arsa”, una stretta via dove si dice che un tempo gli ennesi avessero dato fuoco all’immagine della Dea Cerere, madre delle messi e della terra, avendo conosciuto e accolto la fede in Cristo.
Sembravi tornare indietro nel tempo sino a qualche mese fa quando, in un baglio di questa via, vedevi ancora il pascolo di qualche capra “du Zze Ginu” che, nonostante l’età, trovavi lì chino a mungere e a chiamare le sue “girgentane” insieme al figlio, mio padre, con i fischi di un tempo mentre queste, al suon dei loro fragorosi campanacci, correvano frettolose e a volte, incontrandosi in avvincenti duelli a suon di corna, trascorrevano gli afosi pomeriggi estivi al riparo degli alberi di fico. Purtroppo stanco per l’età ha dovuto dar via le sue capre Zze Ginu, mio nonno, ma quei luoghi parlano ancora, con i loro colori, con i loro odori.
Non troverai più a Zze Carminedda, mia nonna, salita in cielo un anno fa, che aspettava impaziente davanti l’imbocco della stradina il marito, pronta a rimproverarlo per essersi attardato con altre, le capre ovviamente, mentre ormai era tutto pronto per la cena. La sua presenza però sembra ancora vivere quei luoghi nei ricordi, nella memoria della sua famiglia, dei suoi vicini.
Non ci sono loro ma ci sono tanti residenti che, in queste sere di Agosto, o di particolare calura, con le sedie si pongono dinanzi alla porta di casa a conversare, mentre i bambini giocano fuori, a palla, in piazzetta a Valverde, o imitano la processione della Madonna con una piccola vara di legno portata, tra le vrame che ricalcano perfettamente quelle dei confrati, lungo le stradine del rione.
Uno dei protagonisti di queste vie è l’albero di “fichi” e “bifiri” o “ fichi incoronati” dal caratteristico colore violaceo e dall’odore penetrante, alberi dal caratteristico fogliame grande e quasi vellutato. Togli una foglia dal ramo e ti si riempie la mano “do latti”, liquido linfatico biancastro e appiccicoso. Li raccogli i fichi, i più grossi, i più alti : uno, due, tre… ne mangeresti a dismisura.
Li trovi ancora a casa do Zze Ginu e do Zze Pinu Greco, con la sua Fiat panda bianca posteggiata poco più su, famosa in tutto il rione; lo potresti trovare all’uscio di casa che ti saluta festante e ti racconta, insieme alla sua amabile consorte, del tempo che fu .
E poi ancora le “pale di Ficudinia” (Pale di Fichi d’India), emblema della sicilianità, arrampicate sulle rocce impervie, difficili da raggiungere, spinose, ma cariche di prelibati frutti zuccherini e variopinti: rosso, giallo o ancora verdi.
I cuniculi “da sciata dei crapara” si aprono più su in inaspettati bagli, “catui” e rocce al cui interno trovano posto botti del vino o resti di mangiatoie di animali. Procedendo lungo la stretta via che si getta “o vadduni” c’è l’edicola votiva della Madonna della Grazia, che con il suo sguardo magnetico, orientale e quasi faraonico ti osserva, ti attira e ti benedice. E poi ancora una volta un altro baglio: case basse, finestre aperte, tendine.
E lì, da una di queste case, affacciata alla finestra, puoi trovare a “zzè Marì” , anziana donna ma pimpante e lucida, tiene a discorso tutto il quartiere: non ha mai perso il calore tipico di una Sicilia accogliente, votata alla cura e all’ attenzione degli altri.
È lì, rigorosamente con il suo “fadale” (grembiule) alla vita, pronta a salutarti con il suo “s’abbanadica” a cui devi rispondere tassativamente “santu e riccu sino o iurnu ri Pasqua”. Prendi un dolcino, quattro caramelle che sicuramente ti offre calorosa e continui a salire .
Dalla casa da zzè Mari si inerpica u “Fuddaturi”, altro posto caratteristico della nostra città, dove un tempo in grotte e vasche, in salamoia e con le foglie della pianta di sommacco venivano conciate in larga scala le pelli di cui l’agro ennese è ricco ancor oggi; salite di basolato, ma anticamente battute da “scecchi”(asini) carichi all’inverosimile di ogni sorta di stoffa e alimenti o adorni, “Bardati”, con campanelle in festa per la “cugliuta”, la questua per la festa della Madonna. Che gran festa facevano i campanelli e i campanacci di quei muli per le strade: all’indomani di “Menz’agustu” salivano e scendevano le vie basolate e battute dei quartieri portando la “santuzza” nelle case e chiedendo umilmente la “questua”, offerte da destinare alla festa che i procuratori prontamente organizzavano.
Anche qui vicoli, vanedde, dove da qualche finestra puoi ancora scorgere “ricotte” fatte essiccare e salate, fichi essiccati per la mostarda o pomodori esposti in cromatiche esposizioni dagli odori forti e penetranti.
E, adombre di alberi di fichi, scale e piccole viuzze conducono ad una grande rocca dove, nel non tanto lontano 1943, le genti del quartiere nascosero i tesori della chiesa e il simulacro della Madonna, miracolosamente scampato al bombardamento del 13 Luglio durante la II guerra mondiale. Un luogo votato all’accoglienza, alla cura è sempre stato Valverde, che in quel Luglio di guerra aveva aperto le braccia a tanti ennesi accorsi per rifugiarsi nelle sue “rutte” per scampare dai “bummi”.
Infine degli scalini che si affacciano su un superbo panorama dell’intera vallata che, all’imbrunire, regala uno dei tramonti più belli e caratteristici della nostra città, da dove puoi scorgere i monumenti più belli e importanti del paese, le vie e le case che tornano ad illuminarsi, una sorta di presepe vivente che ogni giorno si presenta a chi ha la fortuna di vivere questi luoghi e che, in base alla tipologia atmosferica presente, sia essa la nebbia, o la neve, o la pioggia o l’afa delle sere di Agosto, regala emozioni e sensazioni particolari.
Anche qui ad accoglierti è l’odore caratteristico di “beccume”, il cibo dato a gallinacei e animali d’allevamento presenti alle falde della vallata.
Ormai la campana suona intermittente, chiama a raccolta frettolosamente le donne e gli uomini che lungo le vie di questo pittoresco quartiere confluiscono al santuario.
Il grande portone centrale è sormontato da uno stemma turrito: un monito, un riconoscimento: fu qui che Enna si “battezzò” alla fede cristiana. E’ proprio in questi luoghi che, secondo la tradizione, San Pancrazio predicatore annunciò il Vangelo di Cristo ai fullones. In un tempo di furente siccità, in cui Enna si votava ancora a Cerere dea delle messi, la Dea Madre della terra, del raccolto e del grano sostentamento per la città. Erano state promesse delle vergini come sacrificio umano per invocare la pioggia tanto sospirata e ristoratrice. Avendo saputo della brutale offerta Pancrazio interruppe il sacrificio umano. Egli convinse con la forza della sua prefazione la gente ad abiurare, convertendola alla fede in Cristo e alla Madonna. Questo atto provocò la sospirata pioggia dal cielo, una benedizione per mano della Vergine, secondo i padri, che aveva graziato le “Verginelle” divenute sacre così a Maria. Fu bruciata perciò nelle strade vicine, la Via “Cerere Arsa” (Cirasa), la statua della dea. Da quel momento la devozione alla Vergine si diffuse velocemente in città. Un culto antichissimo che, mescolandosi con alcune forme e riti pagani, è giunto fino ai giorni nostri. Il cuore del culto alla Madonna è il santuario a lei dedicato, di recente costruzione sul sito in cui si trovava un’antica chiesa dedicata a Maria.
Lì ad aspettarti sull’altare variopinto e scenograficamente allestito c’è da ieri sera la Madonna di Valverde, che gli ennesi chiamano “ a Madonna di Beddivì” nel suo simulacro slanciato, bello, sorridente, avvolta nel suo bellissimo manto, confezionato nel 1854 dalle devote del quartiere Fundrò che, su un lucente tessuto di seta, eseguirono accurati ricami raffiguranti sei litanie del Rosario: Vas Spirituale, Rosa Mystica, Turris Davidica, Domus Aurea, Foederis Arca, Salus Infirmorum. La statua della Madonna di Valverde, opera dello scultore ed ebanista Giovanni Gallina del 1646,raffigura la Vergine con il Bambino in braccio nell’atto di offrirlo a chi la osserva. Il Bambino benedice e reca in mano delle spighe di grano, a ricordo della vocazione cerealicola della città.
Una Madonna dai tipici tratti mediterranei, quasi una contadina o una vicina di casa, una massaia come quelle incontrate lungo il viaggio, una donna dei nostri giorni per dirla alla Tonino Bello, incoronata ma assai semplice, ornata di gioielli tipici delle mamme e delle nonne, con il suo bracciale alla schiava in una mano, i pendenti alle orecchie , pronta come le tante massaie del quartiere ad aprire l’uscio di casa, a donarti qualcosa come a Zze Carminedda, a ZZe Paolina o a ZZe Marì, in questo caso il Figlio giocondo con la spiga in mano: dona, come donano sorrisi, accoglienza, ospitalità, aiuto, le genti di Beddivì perchè Lei, in fin dei conti, è una di loro.
Beddivì testimonia la presenza di un culto antico, l’affidamento degli abitanti di questo lembo di città alla Madre, un culto che soppianta quello di Cerere, una Madre che chiama a raccolta umili, povere e semplici genti che del loro lavoro campano senza nulla di preteso, fermandosi alla fine di Agosto per due settimane di festa.
Chiama Maria, aspetta ed è pronta a porre sotto quel suo bel manto verde, che da secoli accoglie e protegge tutto il rione. Chiama ad unirsi insieme a quelle genti che da secoli gridano
“Evviva a Bedda Matri di Beddivirdi, Evviva a Bedda Matri ca n’ada guardari”.
Grido e devozione a cui mi unisco con grande gioia e gratitudine, sentendomi, per i natali, anche io figlio di questa Madre, di questa terra che è Beddivi.
Buona settimana di festa a tutti gli abitanti del quartiere di Valverde, ai confrati, ai devoti, ad Enna tutta, in festa ancora una volta per la Vergine, per mezzo della quale conobbe in questi luoghi la fede in Cristo.
Viva Marì 💚

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