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Cambio delle regole sull’intramoenia in Sicilia. Bonsignore (Cimo Sicilia): “Un provvedimento punitivo che spingerà i medici fuori dal sistema pubblico e favorirà il privato”

Riccardo Aprile 29, 2026 3 minuti letti

Cambio delle regole sull’intramoenia in Sicilia. Bonsignore (Cimo Sicilia): “Un provvedimento punitivo che spingerà i medici fuori dal sistema pubblico e favorirà il privato”

La Segreteria Regionale Cimo, in una nota, esprime ferma contrarietà rispetto a quanto sta accadendo nelle Aziende Sanitarie siciliane a seguito delle recenti disposizioni assessoriali sull’attività libero-professionale intramuraria (ALPI), che si configurano come un intervento ideologico, punitivo e gravemente miope. Dietro la retorica della “equità” e della riduzione delle liste d’attesa, nel Decreto Assessoriale n. 3 del 23 gennaio 2026, si nasconde, nei fatti, un attacco diretto ai professionisti del Servizio sanitario regionale, che rischia di produrre effetti opposti a quelli dichiarati. “Tutto ciò l’avevo già evidenziato all’Assessore regionale della Salute Daniela Faraoni, nel mese di febbraio, in sede di confronto sindacale – afferma il segretario regionale Cimo Sicilia Giuseppe Bonsignore – ottenendo risposte interlocutorie ed evasive in attesa dell’attuazione delle nuove linee guida da parte delle varie Aziende sanitarie. Oggi registriamo che ciascuna azienda sembra procedere, come al solito, in maniera individuale e senza la dovuta uniformità a livello regionale e stanno adesso emergendo le criticità che avevamo paventato”. “Il vincolo che equipara il volume dell’attività libero-professionale a quello istituzionale, inteso non come attività complessiva come avviene nelle altre Regioni ma unicamente riferito all’attività ambulatoriale, trasformandolo di fatto in un tetto rigido e restrittivo – sottolinea Bonsignore – rappresenta una compressione inaccettabile dell’autonomia professionale e una misura che renderà impraticabile la libera professione intramuraria per molti medici”. “Le conseguenze – aggiunge Bonsignore – saranno inevitabili: un progressivo abbandono dell’intramoenia e il passaggio dei professionisti verso l’attività extramoenia se non addirittura dimissioni dall’ospedale pubblico e passaggio al settore privato. Una scelta obbligata, determinata da condizioni sempre più insostenibili all’interno delle strutture pubbliche, di cui a farne le spese saranno come al solito i pazienti. Questo provvedimento, lungi dal rafforzare il Sistema sanitario regionale (SSR), finirà per indebolirlo ulteriormente, drenando professionalità e competenze verso il mercato privato e creando un evidente vantaggio competitivo per le strutture private accreditate, che si troveranno a beneficiare di una fuga indotta di medici e pazienti”. “Ancora una volta – evidenzia Bonsignore – si interviene sugli effetti e non sulle cause: le liste d’attesa non derivano dall’ALPI, ma da carenze croniche di personale, posti letto, tecnologie e organizzazione. Colpire l’intramoenia significa colpire uno degli strumenti che, se ben gestito, contribuisce a dare risposte di salute ai cittadini e non il contrario come qualcuno tenta di far credere. L’impianto complessivo del decreto – fatto di controlli invasivi, verifiche stringenti e burocrazia crescente – tradisce un approccio punitivo e deprimente nei confronti dei professionisti, considerati impropriamente come il problema anziché come parte della soluzione”. Cimo Sicilia denuncia con forza il rischio concreto che questo provvedimento si traduca in un ulteriore impoverimento del servizio sanitario pubblico, un aumento della migrazione dei professionisti verso il privato, ampliamento delle disuguaglianze nell’accesso alle cure, vantaggi diretti e indiretti per il sistema sanitario privato. “Chiediamo l’immediata sospensione del provvedimento e l’apertura di un tavolo di confronto reale con le rappresentanze dei medici. In assenza di un cambio di rotta – conclude Bonsignore – saranno intraprese tutte le iniziative necessarie, comprese forme di mobilitazione, per tutelare la dignità professionale dei medici e la tenuta del servizio sanitario pubblico”.

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