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Siciliana la prima donna a poetare in un volgare d’Italia

Riccardo Marzo 8, 2026 4 minuti letti

Siciliana la prima donna a poetare in un volgare d’Italia
In occasione dell’otto marzo l’Accademia della Lingua Siciliana ricorda una donna siciliana illustre: la misteriosa Nina

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La figura della Nina Siciliana – conosciuta anche come Nina da Messina o “Monna Nina” – resta una delle più affascinanti e misteriose della poesia medievale. Di questa autrice in lingua siciliana, attiva alla fine del XIII secolo, non conosciamo né il nome completo né il cognome, e neppure il luogo di nascita. Le ipotesi degli eruditi oscillano tra Messina, indicata da Allacci e Ragusa, e Palermo, suggerita dal Mongitore: supposizioni basate unicamente sulla diffusione del nome “Nina” nelle due città nel periodo in cui sarebbe vissuta. Non a caso, entrambe le città le hanno dedicato una via. Inoltre, fino al 1930, nella chiesa palermitana di San Domenico – il Pantheon dei siciliani illustri – un monumento la celebrava con i versi di Agostino Gallo, che la definiva “ornamento del siculo Parnaso” e “astro d’amor nel ciel sicano”, ricordando come la sua fama avesse acceso l’interesse del poeta toscano Dante da Maiano.
Secondo la tradizione, infatti, Dante da Maiano si sarebbe invaghito di lei senza averla mai incontrata, colpito dai suoi versi. Le scrisse un sonetto, al quale Nina rispose con un altro componimento, dando vita a un breve scambio poetico ed a una relazione amorosa di natura platonica. Da qui l’appellativo di “Nina del Dante”.

La sua importanza nella storia letteraria è notevole: sarebbe la prima donna, di cui si abbia notizia, a poetare in volgare nel territorio che oggi fa parte dello Stato italiano. Di lei possediamo un sonetto conservato nella raccolta “Sonetti e canzoni di diversi antichi autori toscani”, stampata dai Giunti nel 1527 e nota come “Giuntina di Rime Antiche”, che contiene anche i componimenti del suo Dante da Maiano. Il Trucchi le attribuì inoltre il celebre sonetto “Tapina me”, tramandato dal codice Vaticano latino 3793 (fine XIII – inizio XIV secolo), definendolo “un prezioso gioiello” della lirica medievale. Secondo Agostino Gallo, Nina potrebbe essere stata anche l’autrice del sonetto “Onde si muove, e donde nasce amore?”, indirizzato a un Guido – forse Cavalcanti – e tradizionalmente attribuito a Guido Orlandi.

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Sulla reale esistenza della Nina Siciliana gli studiosi si sono divisi per secoli. Nel 1877 il Borgognoni, in “Studi d’erudizione e d’arte”, avanzò la tesi – poi ribadita sulla Nuova Antologia nell’articolo dal titolo eloquente “La condanna capitale di una bella signora” – che Nina fosse una figura fittizia, nata nell’officina tipografica dei Giunti nel 1527. Una teoria che applicò anche a Dante da Maiano, la cui esistenza fu però confermata nel 1907 da Santorre Debenedetti grazie al ritrovamento, in un manoscritto di epoca precedente, di due componimenti in occitano attribuiti al poeta. I dubbi sulla storicità di Nina non derivano soltanto dalla scarsità di dati documentari, ma probabilmente anche dalla difficoltà, per alcuni studiosi del passato, di accettare che una donna potesse, in un’epoca di diffuso analfabetismo femminile, passare da oggetto a soggetto della poesia, raggiungendo un livello linguistico che il De Sanctis considerava “esempio dell’eccellenza a cui era venuto il volgare”.

Eppure, pochi decenni prima, nel sud della Francia, un gruppo di circa venti poetesse – le trobairitz – aveva cantato con successo la fin’amors al femminile. La loro esistenza è oggi accertata senza margini di dubbio, benché anche su di loro, in passato, non fossero mancati gli scettici. Non è difficile notare una certa affinità tra l’unico componimento giunto fino a noi di una trobairitz, Alamanda de Castelnau, e la produzione attribuita a Nina Siciliana. Se Nina è realmente vissuta, è plausibile che conoscesse i testi delle sue colleghe provenzali, che – come quelli dei trovatori – circolavano nelle corti e negli ambienti colti della Sicilia del XIII secolo.

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Riccardo

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