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RIFONDAZIONE COMUNISTA: DANIELA ZINNANTI UCCISA A MESSINA. NON E’ DEVIANZA, E’ PATRIARCATO

Riccardo Marzo 11, 2026 3 minuti letti

Daniela Zinnanti, 50 anni, è stata uccisa a coltellate nella sua casa, in via Lombardia a Messina. A trovarla è stata la figlia, dopo ore di silenzio che già annunciavano l’irreparabile. L’ex compagno, Santino Bonfiglio, 67 anni, ha confessato l’omicidio: era agli arresti domiciliari per reati contro la persona e solo un mese fa aveva già aggredito Daniela. Un’altra donna uccisa da un uomo che non accetta la fine di una relazione.

E mentre a Messina si consumava questo femminicidio, nelle stesse ore a Ispica (Rg) la Polizia di Stato arrestava un uomo tunisino di 45 anni per un tentato femminicidio. Due aggressioni quasi simultanee, due donne colpite dalla stessa matrice di violenza. E già sappiamo come verranno raccontate: Bonfiglio “era un pregiudicato”, l’altro “un immigrato”. Si getterà la responsabilità oltre lo steccato, verso il margine sociale o il confine nazionale, pur di non guardare al centro del problema. Ma noi sappiamo che non è così.
L’omicidio di Daniela Zinnanti non è un caso isolato: è l’ennesima conferma di un modello che si ripete con una precisione crudele. I media continueranno a sottolineare che l’assassino era pregiudicato, e che a Ispica l’aggressore era straniero, come se questo potesse assolvere gli uomini “perbene”. Ma Daniela Zinnanti non è stata uccisa perché aveva accanto un “mostro”: è stata uccisa perché viviamo in una società che insegna agli uomini il possesso e alle donne la sopportazione.

Il femminicidio di Daniela riapre la ferita ancora viva lasciata da Sara Campanella, la ventiduenne uccisa a coltellate in pieno giorno. Le piazze messinesi, già attraversate dalla rabbia degli studenti e dei collettivi, avevano denunciato con forza ciò che questo Paese continua a non voler vedere: la violenza maschile non è un’emergenza, è un sistema. Non è un fatto privato, non è un incidente, non è un raptus. È patriarcato.

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Il femminicidio è la punta dell’iceberg di una violenza millenaria, oggi funzionale anche a un capitalismo in crisi che produce precarietà, militarizzazione e guerre permanenti.
La risposta della politica continua ad apparire drammaticamente inefficace. Si continua a puntare sulla repressione invece che sulla prevenzione, come se l’aumento delle pene introdotte dal Ddl che punisce con l’ergastolo i femminicidi, fosse una soluzione. Ma l’unica vera deterrenza è la prevenzione, non la punizione.

E invece? Non si consolidano i percorsi di protezione, rimangono ignorati i Centri Antiviolenza, interviene, addirittura il Ddl Bongiorno, in cui è previsto che sia la donna a dover dimostrare la forma del suo “no”.

Mentre l’Istat certifica un tasso di inattività femminile superiore al 40% e viene impietosamente bocciata la proposta di legge di congedo parentale paritario.

E parallelamente si continua a non inserire percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole che rappresenta l’unica strada percorribile.

La morte di Daniela, il tentato femminicidio di Ispica, ci dicono la stessa cosa: non siamo davanti a tragedie isolate, ma a un ordine sociale che produce sistematicamente violenza contro le donne. E questo ordine si cambia solo con la lotta collettiva, nelle piazze, nelle scuole, nei territori.
Perché le donne si vogliono vive. E libere.

Stefania De Marco, segretaria del Circolo “Lidia Menapace”, Riviera jonica messinese

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

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