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Quando il silenzio diventa una lezione: il caso Aidone

Riccardo Gennaio 23, 2026 3 minuti letti

Quando il silenzio diventa una lezione: il caso Aidone
C’è una lezione che non compare in nessun programma scolastico, ma che resta impressa più di tutte.
È la lezione del silenzio. Ad Aidone, mentre le scuole aprono le porte a una visita pastorale che divide
e interroga, un cittadino chiede risposte e non ne riceve. La vicenda non è religiosa: è una storia di
legalità, responsabilità e coerenza istituzionale.
Il punto non è la fede.
Il punto è la coerenza delle istituzioni pubbliche.
Monsignor Gisana non è un visitatore qualsiasi. Il suo nome compare in una sentenza del Tribunale
Penale di Enna del 5 marzo 2024 che, nel ricostruire un diverso procedimento, descrive una condotta
che i giudici qualificano come gravemente omissiva nella tutela dei minori, in relazione alle attività
di un sacerdote già segnalato per presunti abusi. Oggi lo stesso Monsignore è imputato in un
procedimento penale con l’accusa di falsa testimonianza, in relazione a dichiarazioni rese ai
magistrati. La sua posizione è al vaglio della Giustizia e, come impone la Costituzione, per lui vale
la presunzione di innocenza. Proprio per questo, tuttavia, la scelta di offrirgli una tribuna istituzionale
in una scuola statale appare, a molti, quantomeno problematica.
A sollevare la questione non è un polemista, ma una persona che quella storia l’ha attraversata sulla
propria pelle. Antonio Messina, sopravvissuto a quegli abusi e cittadino che continua a credere nello
Stato, ha scritto ai vertici scolastici competenti con una comunicazione formale inviata il 15 gennaio
scorso. Ha chiesto una cosa semplice e profonda insieme: quali valori si intendono trasmettere agli
studenti consentendo quell’incontro?
A oggi, non è arrivata alcuna risposta.
Nessun chiarimento. Nessuna spiegazione. Nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzio. Un
silenzio che pesa ancora di più perché cala su un istituto che porta il nome di Giovanni Falcone,
simbolo di una legalità che non ha mai fatto sconti all’omertà e che ha pagato il prezzo più alto per
affermareÈ legittimo domandarsi perché una scuola pubblica scelga di aprire le proprie porte a una figura
coinvolta in un procedimento per reati contro l’amministrazione della Giustizia, anziché investire con
pari determinazione in percorsi di prevenzione, ascolto e tutela dei minori. Questa non è un’accusa:
è una domanda educativa. È la domanda che ogni comunità dovrebbe porsi quando si parla ai ragazzi
di legalità, responsabilità e fiducia nelle istituzioni.
Di fronte al vuoto lasciato a livello locale, la questione è ora approdata sul tavolo del Ministro
dell’Istruzione e del Merito. A lui si chiede ciò che altri hanno evitato: assumere una responsabilità
politica e morale. È compatibile con la missione della scuola pubblica offrire visibilità istituzionale a
chi è imputato, secondo l’accusa, di aver ostacolato l’accertamento della verità?
Il diritto di critica non è un abuso: è il fondamento di una democrazia sana. Qui non si invocano
condanne, ma coerenza. Perché se la scuola deve insegnare la legalità, deve anche incarnarla nelle
sue scelte, nei suoi simboli e perfino nei suoi silenzi.
La domanda resta sospesa, pesante, impossibile da ignorare: da che parte sta lo Stato, ad Aidone?

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Riccardo

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