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Interris.it: “Un pezzo di vita che va via” il ricordo di Ennio Morricone del maestro Zampini

Riccardo Luglio 7, 2020 5 minuti letti

“Un pezzo di vita che va via” il ricordo di Ennio Morricone del maestro Zampini
“Un insegnante di vita, un punto di riferimento fuori e dietro le quinte. Con lui finisce un capitolo della mia vita” Paolo Zampini, direttore del conservatorio di Firenze, racconta ad InTerris il suo rapporto con Ennio Morricone

da Rossella Avella -ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:03Luglio 7, 2020
Morricone

“Abbiamo perso la colonna sonora della nostra vita” con queste parole il Maestro Paolo Zampini, direttore del conservatorio Cherubini di Firenze, racconta il dolore per la perdita del maestro Ennio Morricone. “Tutti abbiamo avuto una colonna sonora nella vita e per chi ha avuto la fortuna di lavorare con il maestro Morricone, lui è diventato la colonna sonora. Per questo oggi un pezzo della nostra esistenza è andato via per sempre”.

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Nell’audio il ricordo del Maestro Zampini di Ennio Morricone

Allievo e poi amico fraterno, il maestro Zampini, ad InTerris ha raccontato una versione inedita del maestro, che in un momento del tutto inaspettato ha lasciato la sua famiglia.

“La conoscenza con Ennio Morricone risale al 1985 quando io ero un flautista free lance e fui chiamato per una registrazione diretta dal maestro – racconta Zampini -. Era noto a tutti quanto avesse un carattere molto difficile e soprattutto diffidente verso i musicisti che non conosceva ancora. Quella volta però il destino mi premiò. Feci un paio di turni di registrazione ed evidentemente andarono bene. Dopo qualche giorno fui richiamato e lui rimase molto colpito dal fatto che io non avessi pregiudizi nei confronti dei vari generi musicali. Un’altra cosa che lo colpì positivamente fu la mia conoscenza musicale di tutti gli strumenti appartenenti alla famiglia del flauto. Fu così che mi scelse ed iniziarono le varie collaborazioni, tra le più belle “Il segreto del Sahara”, uno sceneggiato che andò molto bene e poi venne fuori “Nuovo cinema Paradiso”.

Com’era nell’approccio con i suoi allievi?
“Lui era rigorosissimo. Ma questo il grande pubblico lo sa. Grazie a vari programmi ed in particolare a Fabio Fazio che l’ha ospitato più volte nel suo programma, tutti lo hanno conosciuto dal punto di vista strettamente personale. Era uno studioso, integerrimo, rigorosissimo verso sé stesso e quindi verso gli altri. Aveva ritmi di lavoro impressionanti e quando registrava amava seguire una tabella di marcia molto precisa e rigorosa. Iniziava sempre il lunedì mattina alle nove e iniziava sempre con il pezzo più difficile di tutto il film. Affittava la sala di registrazione che all’epoca era il Forum Village di piazza Euclide a Roma ed era lì che si svolgevano i lavori. Le registrazioni andavano avanti per una settimana e lui regolarmente finiva prima perché programmava talmente bene che si lasciava anche lo spazio adatto per fare eventualmente qualcosa in più. Lui era rigoroso, arrivava in sala e sapeva esattamente cosa sarebbe successo. Quello che mi piace ricordare sempre è che lui quando si fidava dei musicisti aveva un affetto particolare per coloro dai quali sapeva cosa aspettarsi. Una fiducia quasi incondizionata tanto che alla fine della realizzazione di un film lasciava loro sempre uno spazio particolare per far si che potessero creare qualcosa in base a delle linee che lui diceva di seguire”.

Cosa ha significato per lei essere un suo allievo?
“É stata una scuola di vita. Parliamo di un maestro che è venuto da una scuola di grandi musicisti, nomi quali Trovaioli, Piccioni, Bruno Canfora. Tutti musicisti di grandissimo livello che hanno fatto i loro studi classici, ma che sono transitati nel teatro e nel cinema ed erano estremamente professionali. Questo rigore era dato anche da una situazione di estrema esigenza, spesso ci si sentiva dire ‘se non lavori bene domani ne viene un altro’. Parliamo di professionalità sull’orario, professionalità sugli strumenti, sulla preparazione, sullo studio e credo che questo sia stato l’insegnamento più grande per la mia generazione”.

Com’era Morricone uomo, quando non era sul palco a dirigere l’orchestra?
“Ennio era simpaticissimo, tanto burbero sul lavoro quanto simpatico fuori dal lavoro. Era un barzellettiere bravissimo e quando intratteneva con questi brevi racconti si divertiva così tanto che portava avanti la narrazione anche per dieci minuti perché creava una vera e propria souspance”.

Un legame speciale con la famiglia, con la moglie Maria in particolare, e con i suoi quattro figli…“Un rapporto strettissimo! Lui si faceva consigliare sempre dalla moglie. Credo che anche con i figli sia stato un padre amorevole, ma allo stesso tempo molto diretto. Quando Andrea decise di dedicarsi alla composizione, lui lo mise in guardia nei confronti delle difficoltà che avrebbe incontrato e che non sarebbe stato il cognome ad aiutarlo nella vita. Una scommessa nonostante le paure vinta perché oggi Andrea è un grandissimo compositore ed un musicista a 360°.

Come trasmettere alle nuove generazioni, che si avvicinano al mondo della musica, gli insegnamenti di Morricone?
“Più o meno io ho insegnato 35 anni e mi sono fermato solo facendo il direttore. Quello che mi capita di ripetere però costantemente ai miei studenti, e non solo agli studenti di flauto, è che nella vita si può trovare sempre qualcuno più veloce di te. Il virtuosismo non è tutto, il virtuosismo è anche saper porgere la musica, riuscendo ad interpretarla, per cui è necessario avere delle idee musicali ed è soprattutto necessario essere delle persone serie, educate, rispettose e professionali. Questi sono i requisiti che sono necessari nella vita di tutti i giorni. Nella musica c’è un’ interpretazione e una comprensione veloce di quello che ti succede e sta succedendo per cui c’è bisogno di essere vicini alla musica in tutti i sensi. Questo è l’insegnamento che ci è stato trasmesso e che bisogna trasmettere”.

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