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Interris.it: “La pandemia non ha aumentato il rispetto per la vita”

“La pandemia non ha aumentato il rispetto per la vita”

Intervista di Interris.it sul rispetto della sicurezza al prefetto Roberto Sgalla, già direttore centrale della Polizia stradale, ferroviaria e delle comunicazioni e responsabile della commissione dei direttori di corsa e sicurezza della Federazione ciclistica italiana
da
Giacomo Galeazzi –

 

Sos rispetto per la vita. “Un paese civile, una democrazia avanzata non può tollerare 3.173 morti (dati Aci/Istat 2019)- afferma a Interris.it il prefetto Roberto Sgalla, già direttore centrale della Polizia stradale, ferroviaria e delle comunicazioni e responsabile della commissione dei direttori di corsa e sicurezza della Federazione ciclistica italiana. Una scelta che dovrebbe vedere schierata al primo posto la politica. Oggi, purtroppo, è presa da altri problemi, dalla pandemia, e il rischio è di non avere una visione. La vita oggi deve essere un valore assoluto“.
Rispetto insufficiente

Secondo Sgalla “accanto ai ritardi e inadempienze del governo e del Parlamento (uno per tutti, la difficoltà di emanare un nuovo codice della strada) ci sono i ritardi enormi dei comuni e degli enti locali”. La sicurezza stradale urbana, evidenzia il prefetto, “non porta molti consensi”.

Durante il lockdown si ripeteva che tutto sarebbe cambiato. È stato davvero così per la mobilità e la sicurezza sulle strade?

“Durante il lockdown la comunicazione ripeteva ‘nulla sarà come prima’. Declinata per la sicurezza stradale avrebbe significato un maggior senso di responsabilità, rispetto delle regole, consapevolezza dei rischi che si incontrano nella strada. Credo che purtroppo non sia così”.Perché?

“Siamo tornati ad abusare di alcol e droghe, ad usare in modo parossistico il cellulare, a violare i limiti di velocità. Sono tornati incidenti e morti, un po’ meno rispetto ad analogo periodo del 2019; ma è anche vero che abbiamo un minor numero di veicoli in circolazione. Ma nel frattempo si sono aggiunti nuovi fattori di rischio. Un incremento dell’uso dei veicoli di mobilità dolce (bici, E-bike e monopattino) e già nel 2019 abbiamo avuto un incremento dei morti tra i ciclisti (253, + 15,5% rispetto all’anno precedente)”.A cosa si riferisce?

“Il monopattino, in particolar modo, ha un alto indice di rischio. La soluzione è regolare l’uso del monopattino uscendo da una fase sperimentale troppo lunga. Un consiglio per tutti i veicoli di mobilità dolce: adottare obbligatoriamente il casco per tutte le età. Se vogliamo dagli automobilisti rispetto per gli utenti deboli, dobbiamo offrire comportamenti rispettosi delle regole del codice. La strada è di tutti gli utenti, in molti casi va condivisa; laddove non ci sono spazi dedicati ai veicoli “alternativi”, tutti devono e possono usare la sede stradale. Serve tolleranza, educazione; invece assistiamo a rabbia, frustrazione”.Sono gli effetti del lockdown?

“Forse sì. Altro tema sarà passare da una segnaletica e infrastrutture di “emergenza” quale quella prevista dal decreto rilancio, in particolare le linee ciclabili, a vere e proprie ciclabili infrastrutturate, con limiti di velocità per i veicoli”.Cosa serve per arrivare a una presa di coscienza collettiva del valore della sicurezza stradale?

“Servirebbe una condivisione del valore della sicurezza stradale. Farla diventare una priorità. Occuparsi di mobilità urbana, avere una segnaletica congruente, una polizia urbana dedicata alla sicurezza stradale sono tra le principali funzioni dei comuni”.L’Italia sconta un deficit di responsabilità collettiva?

“Sì. C’è una responsabilità collettiva. La nostra comunità ha scarso senso di responsabilità. Un senso di appartenenza ad una collettività molto basso, una coscienza civica che fa prevalere i nostri egoismi ed individualismi. Come affrontare il tema? Serve un grande e condiviso impegno di tutti, agenzie educative, mezzi di comunicazione per percorsi formativi, campagne informative, incremento del senso di responsabilità”.Nel 2010 l’Unione europea aveva fissato per l’Italia l’obiettivo di una riduzione del 50% degli incidenti mortali. La situazione sulle strade, però, non è migliorata. Perché?

“Nel 2020 l’Italia dovrebbe registrare meno di duemila morti per rispettare l’obbiettivo che l’Unione Europea ci ha affidato con il piano per la sicurezza stradale del 2010. Purtroppo siamo molto distanti. Nel 2019 abbiamo registrato 3.173 morti e oltre 240 mila feriti. Cosa impedisce di centrare questo risultato? In Europa siamo al sedicesimo posto nella graduatoria della riduzione degli incidenti. I problemi li hanno anche altri paesi anche se ce ne sono alcuni virtuosi. Cosa manca e cosa servirebbe?

“Il tema della sicurezza stradale è fortemente interconnesso. C’è l’esigenza di un piano straordinario di manutenzione delle infrastrutture stradali. La strada è uno dei tre elementi nella strategia della sicurezza stradale (gli altri sono i comportamenti umani e il veicolo). In Italia abbiamo strade anche a livello urbano che sono pesantemente ammalorate. Sono senza un’adeguata manutenzione, con asfalti scivolosi e pieni di buche e fratture”.Da esperto di sicurezza stradale, quali sono le possibili soluzioni?

“Ci sarebbero le condizioni per un grande rilancio dell’iniziativa pubblica anche per sostenere l’economia partendo da un piano per le strade e i manufatti.Rimane, poi, il tema centrale dei comportamenti degli utenti. È necessario un nuovo quadro normativo per prevenire e reprimere alcuni comportamenti particolarmente pericolosi, partendo dal fenomeno della distrazione. È oggi la vera emergenza. Tra le prime circostanze di incidenti riscontriamo: distrazione alla guida 15,1%, mancato rispetto della precedenza 13,8%, velocità troppo elevata 9,3%”.Quanto incide la distrazione provocata dalle nuove tecnologie?

“Molto. Siamo sempre connessi e non tolleriamo non rispondere ad uno squillo o ad un sms. Ancora, altre cause, abuso di alcol, di droghe. Le risorse umane per i controlli non saranno mai sufficienti. Occorre passare a strumenti di controllo da remoto. Purtroppo troppi non vogliono sentir parlare di controlli con le tecnologie”.Lei ha appena terminato di scrivere un libro con Cassani e Guidetti. Sotto quale punto di vista viene affrontato nel testo il tema della sicurezza?

“Ci siamo chiesti quale avrebbe potuto essere il nostro contributo mettendo in comune la passione per la bicicletta, l’esperienza sportiva di alto livello, la conoscenza delle leggi e dei regolamenti e la scienza medica. È evidente infatti che non basta lamentarsi di una data situazione ma è preferibile cercare di analizzare il problema e di trovare soluzioni per i difetti rilevati, che verosimilmente non possono essere di un solo tipo. Muoversi in sicurezza in qualsiasi ambiente richiede infatti un perfetto equilibrio fra tutte le sue componenti”.

Quali insegnamenti è possibile trarne?

Tutto il libro è basato su questo modello. Educazione adeguata stradale ad iniziare dalla prima infanzia. Conoscenza del mezzo bicicletta nelle sue diverse tipologie, delle componentistiche meccaniche e degli accessori utilizzabili per garantire la sicurezza in ogni condizione di uso. Conoscenza delle caratteristiche generali della fisiologia umana che garantiscono il massimo livello di sicurezza in ogni circostanza di uso della bicicletta. Conoscenza dell’importanza di una alimentazione corretta prima, durante e dopo l’utilizzo della bicicletta. Conoscenza delle possibili interferenze farmacologiche e delle sostanze dopanti sulle funzioni cognitive”.
Triangolo per la segnalazione di un incidente stradale

Quali altri consigli?

“Suggerimenti per un allenamento fisico e mentale ottimale per garantire sicurezza. Proposte di adeguamento delle strade alle esigenze di sicurezza dei ciclisti. Proposte di professionalità adeguatamente preparate allo sviluppo delle tecnologie applicate e delle metodiche di training inerenti la preparazione di atleti o semplici amatori. Proposta di creazione di piste ciclabili amatoriali e di strutture e circuiti adeguati alla preparazione sia degli atleti che dei semplici amatori della bicicletta, in particolare in funzione delle nuove tipologie di bicicletta (e-bike, handbike, monopattini)”.

Per il 2050 l’impegno che l’Italia ha preso con l’Europa è quello di azzerare questa strage avvolta dal silenzio. Invece di andare avanti, l’Italia va indietro?

Un auspicio e un augurio: Salutare il 2050 con morti zero. Ci credo anche perché per quella data avremmo i veicoli a guida automatica e questi saranno i nostri ‘angeli custodi’. Risultati, nel tempo, ne abbiamo comunque raggiunti. Nel 1973 si sono contati oltre undicimila morti con un parco veicoli molto basso. Nel 2010 quando è stato avviato il secondo piano per la sicurezza avevamo 4.114 morti. L’Europa è passata da 31.595 a 25.191 vittime. Un primo segnale che potremmo raggiungere prima del 2050 è morti zero tra i bambini”.incidente

Il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti ha inserito questo obiettivo nel piano nazionale…

“I bambini (nel 2019 sono deceduti 35 bambini nella fascia di età tra 0 e 14 anni) non muoiono a causa dei loro comportamenti ma per quelli degli adulti che non usano i seggiolini, non li assicurano a questi dispositivi con le dovute attenzioni, nell’attraversamento pedonale gli adulti non hanno la dovuta attenzione”.

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