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Il Mondo Islamico siciliano e la Pandemia: Intervista all’Imam di Catania Kheit Abdelhafid – di Giuliana Amata

Intervista all’Imam di Catania Kheit Abdelhafid
Il lockdown visto dagli occhi di un osservatore speciale, l’Imam Kheit Abdelhafid. Economista algerino, in Sicilia da trent’anni, catanese di adozione, profondo conoscitore del mondo islamico e delle sue connessioni con la nostra terra. L’abbiamo intervistato per capire come sta vivendo la comunità islamica nel nostro paese questa difficile pagina della storia attuale.
Lei è Imam di Catania, ma anche Presidente della comunità islamica siciliana e anche vice presidente delle comunità islamiche nazionali. Alla vigilia della riapertura, possiamo fare un bilancio della gestione di questo periodo da parte della comunità islamica?
«Fin dall’inizio la comunità islamica siciliana, italiana, ha preso seriamente la questione di questa pandemia che ha colpito l’intera umanità. Il rispetto prima di tutto per noi parte dal rispetto anche dei decreti governativi che sono stati alla base di una scelta fatta dalle direttive delle associazioni aderenti alla nostra organizzazione. E abbiamo anche provveduto a sensibilizzare le varie famiglie tramite incontri, accompagnando i fedeli in questo periodo difficile, ma posso dire che la comunità musulmana si è comportata con grande responsabilità e con un senso civico forte».
Imam, ci racconti alcune delle esperienze di solidarietà sociale vissute dalla sua comunità.
«Come comunità islamica di Sicilia noi abbiamo cercato attraverso le nostre iniziative di lavorare nel concreto dando aiuto in primis alle famiglie bisognose del quartiere, sia siciliane che immigrate, attraverso la nostra collaborazione con il Banco Alimentare Sicilia, la Caritas, il Centro Astalli da cui abbiamo ricevuto donazioni di generi alimentari e di medicine. Inoltre noi abbiamo portato avanti una campagna di raccolta fondi per la Protezione Civile e abbiamo comprato anche del materiale sanitario per l’Ospedale Garibaldi di Catania, tute, mascherine, etc. perché abbiamo ritenuto che questi uomini e donne, i medici e gli infermieri, tutti gli operatori sanitari in prima linea, avessero bisogno di una tutela per difendersi da questo male».
Come stanno vivendo i fedeli arabi questo momento la chiusura delle moschee?
«In realtà la chiusura delle moschee in questo periodo di profonda spiritualità – come voi sapete siamo nel mese sacro del Ramadan, mese del digiuno, mese del Corano – e la decisione di non fare niente durante questo mese, di non riunirsi per la preghiera della notte, fare le veglie di preghiera insieme, è stata veramente una decisione sofferta, ma spontanea, poiché riteniamo che la tutela della vita delle persone viene prima di ogni cosa. Abbiamo annullato anche la festa per la fine del Ramadan, che sarà così come stiamo svolgendo, ogni sera, le nostre attività spirituali per via telematica. Ognuno ha fatto della propria casa una moschea, come l’appello del Papa di fare della propria casa una chiesa».
Lei è in Sicilia da trent’anni e sicuramente ha visto cambiare il nostro paese in questo lungo tempo, da osservatore esterno privilegiato.
«Secondo me la Sicilia è stata e rimarrà sempre una terra accogliente. La sua storia è stata sempre un punto di incontro tra popoli. Io non ho notato di persona dei cambiamenti, tranne qualche voce isolata, che non rispecchia comunque la mentalità prevalente, caratterizzata da una disponibilità verso il prossimo e la voglia di integrare appieno le diverse realtà. Penso che la Sicilia in questo momento stia dando un esempio, un modello di convivenza pacifica, di dialogo basato sul rispetto reciproco, che noi negli anni abbiamo portato avanti. È stata consolidata un’amicizia, una fratellanza, perché ci sentiamo tutti quanti appartenenti alla famiglia umana. L’immagine che viene data alle volte della Sicilia è distorta, secondo me, dettata da quelle poche voci causate dall’ignoranza o da secondi fini. In realtà stando a stretto contatto con tutti, posso dire che questa terra ha mantenuto lo scambio interculturale e interreligioso che ha acquisito nei secoli».
È cronaca la liberazione della volontaria Silvia Romano. Senza entrare troppo nel merito della vicenda le chiedo perché questa storia ha destato tutto questo clamore mediatico? Cosa c’è di così incredibile in una conversione religioso?
«A me in realtà dispiace per questa povera ragazza che ha subito sulla sua pelle ciò che non si augura a nessuno: l’allontanamento dalla famiglia, la privazione della sua libertà, e tutta la sua vicenda che viene infine strumentalizzata solo per fomentare l’odio. Invece di parlare di una vita umana che riacquista la sua libertà, di una ragazza che può riabbracciare finalmente la sua famiglia, che può tornare a vivere normalmente e della nostra gioia per la sua liberazione – una ragazza, che è un esempio perché così giovane si è dedicata al volontariato e non è rimasta indifferente alla sofferenza di bambini, di uomini e donne di luoghi sperduti – tutto ciò passa in secondo piano per privilegiare invece le critiche, che lei ha trovato al suo rientro, per un fatto poi del tutto personale. Perché per quanto riguarda la sua conversione all’Islam, penso che in realtà la conversione di chiunque, la scelta cioè di abbracciare una fede o meno, appartenga alla sfera privata e che non possa essere messa in discussione da alcuno di noi. Io credo che dal punto di vista umano, sociale, politico questo è un fallimento su tutti i fronti. Mi stupisco infatti di quanto siano capaci gli uomini di fomentare un odio dettato dall’ignoranza, per raggiungere fini politici».
Giuliana Maria Amata

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