Pochi conoscono la storia della “Lupa”, la fossa che durante l’epidemia di colera del 1867, inghiottì a Enna centinaia di persone. Nel 1902, il poeta Gaetano Pregadio nei suoi “Sepolcri” descriveva il cimitero ennese e così tristemente narrava:
“Al Monte delle Querce
Terminata fin qui la ispezione,
Sul monticello delle celse antiche,
Che al lembo tiene il piano, ove sepolti
Dell’orrendo Colèra furo i morti,
Ci recherem – Colà tu apprenderai
Dal mio racconto, quanto fu tremenda
La strage fatta da quel tristo morbo.
Ed ecco giunti siamo… Questo piano,
L’anno sessantasette, anno funesto!
Fu destinato ai morti di colera,
Nel principio che il morbo, già invadente,
Attaccò la Città; fossi profondi
Si scavarono allor pei colerosi:
Ma, quando desso imperversò di troppo,
Si apri la fossa nominata Lupa,
Che sta qui da vicino, oggi murata.
Là dentro si gittavano in confuso
Senza riguardo di persone, o rango,
E nobili, e plebei, uomini e donne.
Morivano le genti, a cento, a mille,
D’ogni conforto prive : sia di cibi,
Di Medici, e di Santi Sacramenti.
Non bastaro i Becchini Comunali,
E fur chiamati quelli forestieri
Per lo sgombro dei miseri decessi !
Giravan per le vie con carri orrendi
Tirati dalli muli con sonaglie,
Il di cui tintinnio recava orrore!
Entravan nelle case, ove li morti
Stavano abbandonati dai parenti
Per tèma del contagio — E trascinando,
Come carogne fetide, le salme
Le gettavano su quei carri; e poi
Col sigaro alla bocca avvinazzati, Sferzavano li muli a mezza corsa.
Orribile a vedersi!.. Da quei carri
Penzolar si vedean bracci nudi,
Gambe squarciate, e teste scarmigliate,
Corpi bocconi, e facce esposte al sole,
Che parevan da Dio pietà implorare.
Col movimento irregolar del carro
Qualche morto cadea sotto le ruote,
Ed il Becchino col maggior cinismo
Lo raccoglieva, e lo gittava sopra:
Con una fune poi assicurava
Sopra del carro queila morta massa.
E giunti qui li carichi funèbri,
A terra scaricavansi, qual fossero
Scannati agnelli dall’ovil venuti
Per recarli al mercato. Li becchini
Caricavanli quindi sulle spalle,
E nella fossa Lupa li gettavano.
Piombavano in quel baratro profondo
I corpi dei colerici sfregiati,
In parte nudi, in parte mal vestiti.
Sul corpo di una nobile Signora
Cadde un irsuto contadino, e tutta
L’ha sfregiata nel volto, orribilmente!…
Un facchino piombò sopra un Signore,
E nel tonfo squarciogli una mascella.
Cadde un villano sopra una donzella,
E le ha scassato col suo piè la pancia.
Un bambino schiacciato è dal corpaccio
D’un gigante facchino. E un giovanotto
Molto elegante, ha su di sè un villano,
Che, cadendo, gli franse ambo le braccia.
E gittando… gittando corpi morti, Fu quasi piena la gran fossa Lupa.
…Quella gran fossa, che ingoiò le salme
Di tanti colerosi, alfin si chiuse
Quando arrivò in suo seno il corpo morto
Di Savoca Marcello, ultima preda
Dell’orrendo flagello; e si è murata,
Onde non esalar fetido puzzo,
Che di continuo i firmamenti offenda!..
…Informato che ti ho di tanta strage,
Del monticello andremo sulla cresta,
Ove schierati sono altri sepolcri:
Ed ecco, già che si presenta il primo !…
(da “I sepolcri” di Gaetano Pregadio – Castrogiovanni 1816-1908. È possibile leggere il testo integrale su https://www.hennaion.it/pregadio-gaetano/)


