Per oltre due anni abbiamo voluto osservare un religioso silenzio in virtù di una necessaria presa d’atto su quanto abbiamo vissuto alle elezioni amministrative 2020. Nell’ultima esperienza elettorale abbiamo consapevolmente pagato a caro prezzo la nostra fermezza, ancorata alla coerenza politica e all’onestà intellettuale che abbiamo cercato di mantenere integre. Oltre che per il responso delle urne infatti, ci lecchiamo dignitosamente le ferite anche per aver vissuto sulla nostra pelle le conseguenze delle tante battaglie combattute contro le brutture di una concezione politica volta al “tornaconto personale” e alla “convenienza” prospettata dalle opportunità che offre la logica dei numeri più che la forza delle idee. Ferite che ci lecchiamo, è vero, ma felici di farlo, a puntello dei valori che hanno generato CivEs e a difesa dell’idea politica che manteniamo sempre viva.
Le cronache politiche di questi ultimi giorni ci spingono a rompere il silenzio ed esprimere il nostro disgusto nel vedere quanto ancora la vecchia concezione politica abiti ancora dentro le nostre mura cittadine: un agire politico arido e un rancido protagonismo fanno continuamente scivolare la nostra città nei baratri dell’illusione, dove sbatte la faccia sempre nella stessa melma a cui è condannata ormai da troppo tempo.
Ma quello che ci dispiace ancora di più è vedere l’increscioso scenario politico, corroborato da un consistente “sottobosco civile” che lo tiene in vita. C’è infatti una percentuale smisurata di tessuto sociale immaturo, per non dire ignavo, convinto ancora che la politica è “sporcizia” da cui stare alla larga, di cui però, all’occorrenza, è utile servirsene.
Non c’è alcuno scatto d’orgoglio negli ennesi! Non diciamo quello che nasce dall’offesa al “senso civico”, sarebbe troppo, ma neanche l’orgoglio tipico di chi si è sentito preso in giro. Non bastano infatti le promesse di un rinnovamento della politica mai portato a termine, ma non basta neanche lo scenario deprimente cui assistiamo, per i continui litigi, come l’ultimo, che sta causando (per la 2ª volta in due anni e mezzo) il terremoto politico che fa tremare Sala Euno (l’istituzione che rappresenta proprio i cittadini) e che mette a rischio il governo della città.
Piuttosto il piglio curioso del “gossip” (perché, ahinoi, è a questo tema che la maggior parte della gente si appassiona) fa emergere un blando interesse di quanto succede nel Palazzo comunale, ma solo per conoscere chi tradisce e perché tradisce, chi lascia e chi subentra. Lontanissimo, dall’animo degli ennesi, un qualsivoglia atteggiamento reattivo: né quello costruttivo e intraprendente che scatena idee, progetti e iniziative, nemmeno quelle reazioni di sdegno e protesta scaturite dal vedere la propria città capoluogo rassegnata al ruolo di paesello senza anima, senza ruolo e senza futuro. D’altra parte, se nemmeno le forze politiche di opposizione danno segni di vita, appiattite e assenti del tutto nella scena politica locale, figuriamoci!
Questo è purtroppo il quadro tragico nella nostra amata Enna: un sistema “bicefalo” di compiacente complicità tra una cittadinanza apatica ma servile e la politica camaleontica e qualunquista di chi sa vendere fumo mentre coltiva interessi di parte e ambizioni di carriera. Non è nell’interesse di nessuno purtroppo accingersi a iniziative lungimiranti per formare una classe dirigente rinnovata, né per favorire una coscienza popolare più matura. Conviene così!
Eh già, perché la nostra terra, come bene l’hanno descritta i suoi figli, da Verga a Pirandello, da Sciascia a Bufalino, è la terra dei recinti. E guai a demolirli!
Noi di CivEs abbiamo sviscerato abbastanza questi temi sin dalla fondazione di OPEN e con strumenti di partecipazione abbiamo provato, per anni, ad innestare nella politica una cultura nuova, sostanziata dal dialogo, dall’apertura, dall’inclusione, dal rispetto delle diversità, ma restando sempre dentro gli argini di un agire politico limpido e coerente a difesa dell’unico ed esclusivo interesse per il Bene Comune.
Purtroppo però, per le motivazioni sopra accennate, hanno prevalso “i recinti”.
E sono quei recinti che hanno permesso il plebiscito fittizio dell’attuale compagine di maggioranza che ha mascherato l’evanescenza di un’accozzaglia elettorale spoglia di idee e di progetto politico, priva di sguardi lungimiranti per non aver saputo valutare la vitale importanza del “dopo di noi”. Una compagine capitanata da chi ha sempre dimostrato di non saper condividere le proprie scelte, calpestando piuttosto con consapevole ed autoritaria fallosità le opinioni altrui. Carenze, tutte queste, che sottolineano quanto distanti siano certe concezioni politiche dalle nostre in termini di metodo, strategie, visione politica. Basta infatti leggere attentamente l’ultimo comunicato dei due assessori dimissionari, Contino e Campanile, o anche riascoltare i loro interventi nella seduta del Consiglio del 23 ottobre 2021 in cui si è consumata la loro prima rottura, che ritorna l’eco delle stesse parole pronunciate in aula dal Consigliere Bruno nel maggio 2019, quando tuonò con accuse dure e taglienti che la coalizione di maggioranza non volle accettare, rifuggendo tutte quelle incongruenze, sia politiche che di metodo, che CivEs da tempo denunciava e che avevano ormai distrutto il progetto civico originario.
Sono gli stessi recinti che hanno spento le luci del Consesso civico, che hanno messo all’angolo il dibattito, che hanno atrofizzato il dialogo e il confronto, che hanno spento l’ardore di chi credeva nel “vero civismo”, che hanno frenato le iniziative coraggiose e lo spirito politico diverso che nasceva.
Sono i recinti che hanno impedito la condivisione e le scelte collegiali, che hanno favorito i personalismi e la solitudine dei singoli; i recinti di chi ha fatto prevalere l’opportunismo allo spirito di squadra, di chi ha preferito il piedistallo personale ai progetti di cambiamento, di chi ha deragliato perché non ha avuto il coraggio di andare controcorrente, di chi ha bruciato anni di battaglie e che ha preferito riattivare livori antichi e far rivivere gli scheletri negli armadi.
E sono purtroppo anche i recinti di una generazione che ha fallito, di un’opinione pubblica ovattata, di una società imbruttita; sono i recinti di chi non osa, di chi se ne sta a guardare, di chi sguazza nel torbido e di chi trama compromessi, di chi si mimetizza a seconda di ciò che conviene usando bene l’arma della doppia identità, di chi spende fiumi di parole con proclami senza mai entrare in scena o fare proposte concrete; sono i recinti di chi tira la giacca e di chi succhia nettare dal denaro pubblico.
E’ superfluo ovviamente precisare che la nostra analisi spazia in senso generale: lungi da noi fare di tutta l’erba un fascio, poiché siamo nel contempo consapevoli delle diverse realtà positive che esprime la nostra comunità. Anche se in minoranza, per fortuna c’è una parte di cittadinanza responsabile che opera e viaggia in senso opposto al degrado morale.
Ma volendo tornare alla politica, a giudicare dallo stato delle cose, continua ad emergere una realtà amara, determinata da una classe dirigente che persino si dimostra non idonea a trarre vantaggio da una maggioranza consiliare schiacciante; che riesce a dilapidare, in poche mosse, una corazzata di consiglieri per incapacità politica. Evitiamo di parlare delle prerogative del “civismo” a noi care, come la “co-governance” e le pratiche di partecipazione democratica che prospettavano una proposta politica innovativa, perché abbiamo ormai capito che non è nelle corde di questa Amministrazione adottarle: carenza di lealtà, troppa ipocrisia, ambiguità e doppi fini; su questo purtroppo si è preferito edificare il monumentale bluf.
Tutti elementi diametralmente opposti ai valori umani necessari alla partecipazione democratica, che invece richiede un robusto substrato culturale ed etico. Ecco perché la qualità politica da noi concepita non ha avuto spazio.
Non ci sorprende infatti che i motivi emersi da questa crisi siano gli stessi che hanno determinato la lunga serie di rotture, litigi e ricuciture che il sindaco ha collezionato in otto anni, con assessori, consiglieri e rappresentanti di forze politiche amiche. Di conseguenza non ci sorprenderà se questa crisi contribuirà a far crollare questo finto castello.
E per questo infatti una domanda ci sorge spontanea: quanto serve oggi ricordare agli elettori ennesi, specialmente ai diecimila di Dipietro, gli innumerevoli appelli che noi di CivEs lanciavamo per evitare che essi cadessero nelle trappole di una politica illusionista? Logiche che oggi, anzitempo, restituiscono a noi cittadini, come un pugno in faccia, il conseguente e drammatico risvolto.
Tutto questo avviene nel sommerso della nostra piccola città, che sembra essersi arresa ad una politica miope che non è riuscita a proiettarla fuori di sé. Non abbiamo mai nascosto il nostro apprezzamento per le tante azioni amministrative portate avanti in questi anni, siano esse sul piano urbanistico, sociale o economico/tributario, ma sono state e continuano ad essere, lo ribadiamo, operazioni di ordinaria amministrazione che, a fronte di finanziamenti europei cospicui e ad esse pertinenti, di cui si è goduto, sarebbe bastata la sola azione dei dirigenti e funzionari comunali a portarli a termine.
Tuttavia, Enna è ferma dov’è sempre stata: piccola, povera, isolata e sempre più vecchia, riflesso di una gestione infelice, scevra di connotazioni politiche, tipico di chi amministra un Ente e non invece una città. Una città dalle mille risorse e potenzialità che però rimane ripiegata su se stessa. Ed a tenerla inabissata nel mare del “nulla” è l’assenza di lungimiranza e di azioni forti a difesa e a promozione di una robusta identità territoriale che le appartiene e che la pone al centro dell’area vasta interna siciliana. Non un progetto di rilancio culturale, né turistico, per affermare il valore artistico e storico, che la città di Cerere esprime con i suoi luoghi, coi suoi monumenti, con la sua tradizione, con i suoi figli: da Euno a Colajanni, da Neglia a Coppola, da Savarese a Fontanazza, ecc. Eccetto qualche fatterello isolato (v. museo multimediale, anonimi gemellaggi, ecc…) che rispecchia la pochezza di idee, poi nessun progetto di rivalorizzazione della città alta e di ogni suo quartiere pregno di storia e di memoria. Nessuna iniziativa tesa a valorizzare l’identità produttiva che ha segnato intere generazioni, dai mietitori ai minatori, dagli scultori della pietra ai calderai,… Nessuna attività di promozione dell’artigianato locale, né del commercio… se non le fiere di cianfrusaglie. Alla fervente e vivace attività culturale che la città esprime con le associazioni, purtroppo non corrisponde un’altrettanta incisiva attività culturale dell’Amministrazione. Per non parlare della totale assenza di iniziative in favore delle eccellenze, dei talenti ennesi e soprattutto dei giovani coi quali, in otto anni, non si è tentato di attivare alcun dialogo. Siamo pressoché di fronte al nulla anche sul fronte dei rapporti istituzionali, dove non c’è rapporto con gli altri comuni ennesi, in forza al ruolo di città capoluogo che Enna riveste. Siamo di fronte a comportamenti bizzarri che inspiegabilmente precludono ogni collaborazione con l’Università Kore, con il Libero Consorzio di Comuni, con le scuole, con altri Enti siano essi pubblici che privati: carenze di sinergie istituzionali che penalizzano fortemente la comunità ennese (v. stazione ferroviaria).
Vorremmo chiudere questa nostra lunga e triste nota, ancora una volta con un appello agli ennesi liberi, per incitarli a riacquistare CORAGGIO e partecipare alle vicende che riguardano la nostra amata città e difendere ciò che più d’ogni altra cosa ci appartiene: la dignità!


