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“UN’IMPRESA CHE SA DI LEGGENDA”: ETNA 1983, QUANDO CATANIA PIEGÒ LA LAVA

Riccardo Novembre 18, 2025 4 minuti letti

“UN’IMPRESA CHE SA DI LEGGENDA”: ETNA 1983, QUANDO CATANIA PIEGÒ LA LAVA
Memoria e resilienza: docufilm e testimonianze per ricordare l’operazione che salvò Nicolosi e i paesi etnei. Una storia di tecnica, disciplina e lavoro di squadra che pone l’accento su prevenzione e cooperazione

CATANIA – Era il 1983 e l’Etna parlava con la voce del fuoco. La colata scendeva testarda, divorando pietra e silenzio. In quei giorni – tra paura e determinazione – una comunità si mise di traverso al destino: tecnici esperti, istituzioni, operai e una famiglia che non arretrò. Nacque così un’impresa che sa di leggenda: deviare il fiume di lava per salvare Nicolosi e i paesi alle pendici del Vulcano.

Venerdì 28 novembre 2025, alle ore 18.00, il Teatro ABC riaccende quella memoria con una serata speciale promossa dal Prof. Ing. Rosario Colombrita e dalla famiglia: docufilm e testimonianze per ripercorrere le ore in cui il coraggio si fece metodo, la competenza si fece squadra, la città scelse di proteggere se stessa. Non fu soltanto un intervento tecnico: fu un patto civile. Una breccia aperta nella lava e, insieme, nell’idea che certe forze siano inevitabili. Lì si capì che lavoro di team, disciplina e senso del dovere possono piegare l’emergenza e trasformarla in sviluppo, sapere condiviso, prevenzione, responsabilità. L’evento (a inviti) è un atto di restituzione: alla famiglia Colombrita che tenne insieme energie e competenze; a chi lavorò in quota tra freddo, polvere e buio; alla comunità etnea che seppe aspettare, capire, sostenere. È un invito a guardare avanti con la stessa lucidità: coltivare scienza e tecnica, allenare la cooperazione tra istituzioni, imprese e cittadini, fare della memoria un motore di futuro. “Un’impresa che sa di leggenda” vedrà la proiezione del docufilm che ripercorre la vicenda con l’ausilio di testimonianze e interventi dal vivo. Una serata speciale dedicata a una delle pagine più straordinarie della storia recente dell’Etna.

La cronaca di quei giorni /Tra fine marzo e metà maggio del 1983 l’Etna attraversò una fase eruttiva intensa. A quota 2400 metri si aprirono nuove bocche e un nuovo torrente di lava prese a scorrere “improvviso e veemente”, aggredendo boschi e infrastrutture e lambendo gli impianti dell’area del Rifugio Sapienza: secondo le cronache del tempo, la colata — bene alimentata dai gas — segnò “l’inizio della vera eruzione”. Pochi giorni prima, la stessa sequenza di eventi aveva già messo a dura prova la viabilità e le strutture in quota, con danni a edifici e servizi e con l’interruzione della provinciale Nicolosi–Etna; il fronte lavico, a tratti rallentato, rimaneva comunque una minaccia concreta per i centri abitati a valle. La svolta arrivò all’alba del 14 maggio 1983: alle 4:09, dopo una lunga preparazione in quota e una giornata di attese e rinvii, brillarono le cariche esplosive predisposte nei pressi del fiume di lava, aprendo una breccia nell’argine naturale. La colata si biforcò e un braccio si riversò nel canalone artificiale scavato nei giorni precedenti, cambiando direzione. “Etna vinto”, titolò il Quotidiano cittadino “La Sicilia”, registrando l’esito positivo dell’operazione e lo sforzo congiunto di tecnici, operai, forze dell’ordine e comunità locali. Il racconto di quelle ore restituisce anche il clima nelle comunità etnee: prudenza, attesa, dubbi e fede si alternarono lungo la linea del fronte, mentre la Protezione civile rafforzava i posti di blocco e gestiva afflussi e curiosi sull’area eruttiva. Uno sforzo collettivo, dove coraggio, determinazione e responsabilità verso il territorio ebbero un ruolo decisivo. L’evento nasce proprio con la volontà di trasformare la memoria in patrimonio civico, condividendo materiali d’archivio, immagini e voci di chi c’era. Ricordare quell’episodio significa ribadire che competenza e gioco di squadra possono cambiare il corso degli eventi — anche quando la sfida è rappresentata da un vulcano. Significa riconoscere il valore della scienza e della tecnica, ma anche il ruolo insostituibile delle comunità che reggono l’urto delle emergenze. Significa, infine, educare le nuove generazioni a una cultura della prevenzione e della cooperazione inter-istituzionale, con la memoria come leva di sviluppo per il territorio.

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Riccardo

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