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Racconti da Enna: la Visita – di Luca Alerci

Riccardo Novembre 2, 2026 7 minuti letti
visita 3

Ho amato fin da ragazzo i libri di Georges Simenon. Mi hanno sempre colpito quegli incipit perfetti, solenni e tragici: i fumi dei comignoli, le brume delle pianure del nord, Le plat pays,come cantava il suo grande conterraneo (entrambi belgi, non francesi) Jacques Brel.
Tantissimi anni fa, nella libreria del mio caro amico M., trovai un libro di un particolare colore grigio azzurro, naturalmente pastello, come tutti i libri di quella famosa casa editrice che negli ultimi decenni sta ripubblicando l’opera omnia di Simenon. Il titolo evocativo, come sempre: Il viaggiatore del giorno dei Morti (Le voyageur de la Touissants, nell’originale). È un libro che leggo ogni anno; in questi giorni, qualche pagina, l’inizio, i capitoli che via via ricordo meno o quelli, al contrario, che ricordo meglio, perché ne voglio ritrovare il fascino. Ogni anno qualche pagina, solo per i Morti. Sono i piccoli riti che ci salvano dalla corrosione del tempo, dalla sua indemoniata velocità: il rito ci riporta indietro, ci illude che siamo sempre noi, quelli degli anni più belli, qualsiasi cosa questo significhi, qualsiasi età ce li abbia donati, gli anni più belli.
La visita al cimitero mi attende, mi sto attardando solo perché piove, il cielo è nero, il vento di neve: un clima che per i Morti non ricordo da almeno trent’anni. Accanto all’edicola di famiglia, ce n’è una più o meno dello stesso periodo, dei primi del Novecento, tra il 1920 e il 1930: Famiglia Francesco Mancadizorba riporta il cartiglio. Ogni volta che il mio sguardo vi si posa, noto sempre un cambiamento, un altarino rinnovato, un lumino più vivo, piccole gioie sempre lucidate, evidentemente i tesori di alcune di quelle vite ormai passate. I fiori, all’esterno, sono sempre curati; artificiali d’estate, quando nessun fiore può resistere al sole così alto, freschi e sempre nuovi da settembre a maggio, quando resistono intere settimane quasi intatti.
La cosa strana è che non c’è mai nessuno davanti all’edicola. La trovo ogni volta perfetta, in ogni sua parte, pulita e ricca, ma nessuno mai ho visto, mai ho potuto incontrare chi se ne cura così amorevolmente.
Ha smesso per poco di piovere, vado. Il crepuscolo incombe, ed io devo arrivare a chiudere in tempo, la cappella. E poi temo che la pioggia fredda ricominci il suo canto.
Mentre pulisco il vetro dello sportello che custodisce le fotografie (per l’ennesima volta, piccole manie), sento accanto a me avvicinarsi qualcuno. I passi sono impercettibili ma nel vuoto dei viali del cimitero ogni minimo rumore diventa ben definito e netto. Si ferma proprio davanti l’edicola accanto, mi giro verso di lui e accenno un saluto. È una persona sulla cinquantina, penso mio coetaneo, molto elegante, e mi saluta con un dolce accento francese. Lo guardo a lungo, quasi indiscreto, ma il motivo c’è: è identico all’uomo ritratto in foto dentro la cappella, uguale in tutto. “Era mio nonno, il padre di mio padre – mi sussurra – lo conosceva? E’ morto durante i bombardamenti del ‘43”.
Gli rispondo che sì, o meglio no, ma è come se lo avessi conosciuto da sempre, ne osservo il bel viso da quando bambino venivo tutto contento a scorrazzare per queste strade della città dei morti.
“Ma siete due gocce d’acqua – riprendo – uguali in tutto, se posso permettermi”.
“Beh, sì siamo molto somiglianti è vero. Ma non l’ho mai conosciuto. Vengo qui molto di rado. Quando ancora ero poco più che un ragazzino, la mia famiglia si è trasferita in Francia a Clermont-Ferrand; mio padre, appunto orfano, non aveva altri legami e partimmo. Era un tecnico bravissimo e ha lavorato alla Michelin per anni”.
“Posso chiederle una cosa che mi incuriosisce da tantissimo tempo? Se la famiglia non è più qui, chi cura questa edicola in modo così attento?”
“Non lo so – mi risponde flemmatico. Me ne stupisco anch’io le poche volte che riesco a tornare per i Morti. Nessuno è rimasto qui della famiglia, ma lo vedo bene, la tomba è sempre in perfetto stato. Ha ragione, dovrei stupirmene eppure no, in fondo è stato sempre così.”
Ci siamo salutati con molta cortesia e l’ho visto allontanarsi come stanco, distaccato.
Appena quell’uomo cupo ma molto gentile si è allontanato, ho visto in fondo al viale avvicinarsi un vecchio amico di mio padre, il signor A., che, appena mi ha scorto, ha subito accennato un saluto.
Si è fermato davanti all’edicola e mi ha abbracciato, senza dire nulla, commosso.
Ricordo che una volta ci invitò presso il suo casale, tra le colline sopra l’alta valle del Dittaino. Ci fece visitare tutti i suoi olivi uno ad uno, quell’anno erano particolarmente ricchi di frutti, e poi ci diede appuntamento per i giorni dopo la raccolta, che ci avrebbe donato i rami e le branche che aveva deciso di potare. La legna di olivo era per noi come un dono divino, imbalsamava l’aria di casa e rendeva il camino una fonte inesauribile di calore soave.
Mentre insieme ricordiamo quei tempi, vedo che si dirige verso la misteriosa cappella accanto. Si scopre il capo, nonostante il vento quasi di neve, si segna lentamente e inizia una sorta di cantilena, una sua preghiera evidentemente, di cui non riconosco parole o formule. Subito dopo, prende una chiave da una tasca interna del cappotto e apre lo sportello mettendo a posto tutti gli oggetti, che del resto erano già perfettamente ordinati. Poi accarezza i fiori, ne vaglia lo stato, la freschezza, la lucentezza dei petali.
Richiude con calma e fa per andare via, dopo avermi salutato ossequiosamente.
“Allora è lei!” quasi gli urlo senza neanche pensare che potessi disturbare un momento per lui intimo e solenne.
“Io? Ah, si riferisce alla cura della tomba. Sì, me ne occupo da quando tutti i suoi parenti sono andati via. Mi ha salvato la vita, da ragazzo, don Francesco. Eravamo tutti ospiti nella sua casa, dopo che la nostra era crollata in seguito ai bombardamenti del luglio ‘43. C’era poco spazio, ma lui insistette a ospitarci, non ammise rifiuti.
Era la notte, ormai, e da tante ore nessun nuovo sorvolo minaccioso di morte aveva raggiunto la nostra città. Ci illudemmo che tutto stava per finire. Ma, come sempre accade, nei momenti di quiete si avvicinano le cose più terribili. In pochissimi istanti, il sibilo arrivò insieme ad un calore mai sentito: sembrava che stesse esplodendo l’universo. La casa non avrebbe retto ad un tale bombardamento e in effetti, dopo l’esplosione, cominciammo a sentire scricchiolii e rumori di crollo. Lui, il don Francesco. prese me e mio fratello insieme ai suoi figli, ci sollevò con la sua forza d’altri tempi, in un attimo era come se volassimo e fu quasi divertente. Uscimmo appena prima che la casa cadesse giù, sembrava che in fondo fosse andato tutto bene. Ma non era così, una lastra di marmo del ballatoio precipitò su di noi: don Francesco ci coprì appena in tempo con il suo corpo solido e possente. Fummo tutti salvi, noi bambini, ma per lui non ci fu scampo. Socchiudendo gli occhi ci sorrise e ci sussurrò in uno spasimo: ho salvato la mia vita salvando la vostra. Morì sotto i nostri occhi, attoniti.”
Il signor A. non riuscì per un po’ ad andare avanti con il racconto: pianse amaramente e io non riuscii a impedirmi il pianto a mia volta.
Poi riprese, cercando di allontanare le scosse del dolore: “Capisce bene quale devozione io abbia per la memoria di quest’uomo. Onorarla è una delle cose più sacre che ho nella mia esistenza. E allora, vengo qui, ogni giorno, nell’ora che nessuno mi vede, alla chiusura e parliamo. I morti ascoltano e, se noi ascoltiamo, parlano. E la loro vita, pure, parla per loro”.
L’ho salutato stringendogli la mano che ancora ha piena di energia.
Dopo che si è allontanato, ho ripreso la mia meditazione davanti alla cappella di famiglia.
La sirena dei custodi ha già suonato più volte, intanto, devo andare.
Ora sono a casa, al caldo. Prendo tra le mani il libro di Simenon e ne leggo, anche quest’anno, qualche pagina. Poi però ripenso al gesto di don Francesco Mancadizorba, al fatto che l’uomo è capace di tutto, anche di sacrificare sè stesso, che la vita e la morte non devono mai restare dei fatti individuali. E allora decido di scrivere queste pagine perché qualcuno ascolti questa storia, perché, vivi e morti, hanno bisogno tutti di essere ascoltati. E poco più.

Pomeriggio del giorno dei Morti
2 novembre 2026

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Riccardo

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