Il 26 dicembre del 1194 nasceva colui che sarebbe stato Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e (come Federico I) Re di Sicilia. Intorno al 1225, Federico diede vita, presso la sua corte, alla Scuola Poetica Siciliana. Notai, segretari, cancellieri e funzionari di corte, nonché lo stesso Re, si cimentarono nell’elaborare componimenti poetici ispirandosi alla lirica amorosa dei trovatori provenzali. Per farlo fecero una scelta rivoluzionaria: scelsero di usare la lingua siciliana. Fu così che il siciliano assurse a lingua letteraria e di cultura, prima di ogni altro volgare della penisola italiana, toscano incluso.
Le numerose poesie della scuola siciliana ci sono giunte attraverso alcune raccolte di fogli manoscritti tardo-duecenteschi, opera di copisti toscani, tra le quali la più importante è il codice Vaticano-Latino 3793. Per secoli si credette che furono scritte nella lingua che si poteva leggere in tali codici (molto simile all’italiano odierno).
Nel 1790 lo storico della letteratura italiana Girolamo Tiraboschi rinvenne in una biblioteca un libro manoscritto e inedito del XVI secolo del filologo modenese Giovanni Maria Barbieri (“L’arte del rimare”). In questo libro il Barbieri trascrive una poesia intera (“Pir meu cori alligrari”) e alcuni frammenti di altre poesie della scuola poetica siciliana – tra le quali anche le ultime due strofe di “S’eo trovasse pietanza”, del figlio di Federico II, Re Enzo – che dice di aver tratto da un “Libro Siciliano”, di cui oggi non si ha più traccia. Con grande sorpresa del Tiraboschi, il “Pir meu cori alligrari” e le altre strofe riportate nel libro del Barbieri non sono scritte nella stessa lingua usata nei codici toscani: sono scritte in una lingua completamente diversa, simile al siciliano odierno.


