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  • Cultura

Racconti di Enna: il luglio del 1943 – di Luca Alerci

Riccardo Luglio 9, 2025 5 minuti letti
luglio 1943

Alcuni anni fa, decisi di raccogliere una serie di testimonianze, di racconti del tempo di guerra, del fatale luglio del ‘43. Ne sentii il bisogno dopo aver osservato a lungo il muro perimetrale di un grande palazzo che campeggia nella zona occidentale della nostra città: se ne possono osservare le ferite, gli sfregi, anche gli squarci, effetto dei combattimenti e delle esplosioni.
Tra i racconti che ho trascritto, non mancano delle storie, drammatiche, come quella dell’allora giovane Razio, che me la narrò ormai ottantenne.
La sua famiglia, in preda al terrore, non era riuscita a raggiungere i rifugi antiaerei scavati nella roccia. Le bombe esplodevano tutto intorno, le mura tremavano, ogni cosa cadeva dalle mensole, dalla cucina, le tegole scivolavano in strada dal tetto. Ad un certo punto, il tremendo fragore andò diminuendo e si udivano sempre meno anche i rombi dei bombardieri. Poi, però, un fischio acutissimo e tetro irruppe nell’aria che sembrava ormai silente e cadde così l’ultima bomba. Tutti si guardarono convinti che quello fosse il loro ultimo momento, il loro ultimo fiato, e si tennero per mano. L’esplosione sfiorò la casa, scavando un’enorme voragine nel basolato. E furono proprio le pietre nere della via che piombando come obici finirono per bersagliare la loro casa: i massi caddero dentro portando con sé una luce di devastazione. Come per miracolo, rimasero tutti illesi e, guardando attraverso il tetto distrutto, videro gli ultimi aerei in volo verso oriente.
Razio, la sera stessa, lasciò la casa, o quel che rimaneva, e seguì i genitori e le sorelle in una piccola campagna fra le creste solitarie di Monte Strazzavertole. Il pericolo lì era minore eppure le bombe restavano abbastanza vicine, in quanto una batteria di contraerea si era posizionata nella cresta vicina di Portella dei Monaci, poco più a nord.
Molte famiglie, tutte quelle che potevano, si trasferirono quindi in campagna durante quegli interminabili giorni, ma non sempre si riusciva a tenere lontana la terribile realtà della guerra. Tra i racconti che ho avuto la fortuna di ascoltare, mi è sempre rimasto in mente quello di una famiglia che aveva (ed ha ancora) una bella masseria in una contrada fertilissima a ovest del lago. Erano tutti scesi laggiù, cugini, zii, nonni, ogni generazione una accanto all’altra, per proteggere la vita ognuno dell’altro. La solidarietà in tempo di guerra è forse altrettanto forte della brutalità inumana dei combattimenti.
Nei primi giorni dello sbarco e della successiva offensiva di terra, in Sicilia spirava un forte vento di tramontana, figlio di quelle onde fredde che spezzano la canicola mediterranea tra luglio ed agosto. La tramontana regala cieli alti e azzurrissimi, avvicina gli orizzonti, rende le creste così nette e vicine che sembrano potersi toccare. Un pomeriggio, tra attesa, paura, speranza, follia, i ragazzi che giocavano nel cortile davanti alla casa padronale videro due sagome che si avvicinavano, spettrali pur nel culmine della giornata estiva. Presi dallo spavento per quella visione, corsero ad avvertire il capofamiglia, il decano di quel clan, Ciccu Accippatu, come era noto a tutti. Era un uomo saggio, quieto, possente, dal colore rossastro. Fece allontanare tutti, le donne scesero nelle cantine, i ragazzi nei magazzini insieme agli uomini cui Ciccu impose di non farsi vedere: ne conosceva il carattere vanamente aggressivo, la smafera, e capì che non dovevano partecipare a quel fatale incontro. I soldati erano due tedeschi, smagriti, smarriti, probabilmente fuggiaschi: la disfatta nazifascista era finalmente iniziata in Italia. Ma erano pur sempre soldati, tedeschi, e bisognava avere molta cautela. Ciccu Accippatu, quando ancora erano lontani dal cortile, fece capire loro che potevano avvicinarsi, anche se non erano i benvenuti: il vecchio decano aveva subito rifiutato l’idea di uno dei nipoti di farsi trovare con il fucile in pugno (eppure Ciccu Accippatu il fucile aveva imparato a usarlo molto bene, nella Sicilia rurale del tempo). No, si fece trovare seduto davanti al portone di ingresso, placido, solenne, bonario. I due erano effettivamente dei disertori, o qualcosa di molto simile, e volevano solo pane, acqua, nulla più. Ciccu Accippatu fece portare il pane della casa, fresco di poche ore, la tuma bianca, anch’essa fatta la mattina stessa, l’acqua del pozzo lì accanto. Nessuno disse nemmeno una parola: e cosa dovevano e potevano dirsi, in effetti? Erano uomini soli, tutti, in quel momento, soli di fronte alla paura di morte, alla fame di guerra, alla fine di una civiltà. Lo scambio del cibo e dell’acqua poteva essere simile alla solidarietà originaria degli uomini primitivi, per una volta uniti dallo sgomento per la funesta fragilità della condizione umana.

La nostra città-monte subì molti danni, in quelle due settimane di bombardamenti, che furono intensi a causa della sua posizione, anche se nei piani di attacco, nelle discussioni spesso accese tra americani e britannici, la sua importanza strategica fu più volte avvalorata e svalutata, alternativamente. In ogni caso, era presente il comando della Sesta Armata e già a giugno del 1943, prima dello sbarco, ci fu, presso il comando, l’incontro tra i comandante generale Alfredo Guzzoni e i tedeschi Von Senger, ufficiale di collegamento, e lo stesso Kesselring.
La storia si stava prendendo la vita, anche del nostro altipiano, rombava oscura nelle carlinghe.
Quando nei giorni di luglio si rinnova la memoria di quel 1943, i testimoni di quella tragedia anno dopo anno sono sempre di meno. E allora scrivo queste poche parole per non dimenticare, e mi affido a Quasimodo per dare alimento alla memoria:
“T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.”

Luca Alerci

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Riccardo

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