La vrama degli Ignudi .
Tra le forme più caratteristiche della “letteratura del popolo” in onore della Madonna della Visitazione , un ruolo di prim’ordine rivestono le vrame devozionali con cui i nudi inneggiano a Maria lungo tutto il percorso processionale.
Sono delle forme immateriali di orazioni dialettali che, con pathos e veemenza, vengono pronunciate sotto il baiardo. Si tratta del modo più efficace ed immediato di manifestare il sentimento religioso: non necessitano di particolari specializzazioni tecniche e garantiscono un contatto diretto con il sacro .Queste vrame, abbanniate, giaculatorie diffusissime in tutta la Sicilia, hanno funzioni non solamente devozionale o legate all’appartenenza civica al proprio santo patrono e viceversa. Se originariamente queste giaculatorie,
invocazioni cadenzate, venivano utilizzate per rimanere impresse nelle menti delle grandi masse di confrati, portatori o più semplicemente devoti, le grida di vara oltre a servire ad elogiare il santo, diventano un mezzo necessario per il singolo, per l’individuo per potersi far sentire, risvegliare lo
spirito di festa ma anche per essere parte attiva nella festa stessa.
“Abbannìare” o “vanniare” non è facile da tradurre in italiano. Il verbo che gli si avvicina è bandire: annunciare con avviso pubblico, diffondere, gridare. Ma non rende. Non rende il pathos, il suono che queste parole dialettali, come altre, racchiudono al loro interno.
Le vrame ono retaggi di una genuina attestazione di affetto, stima, ma che prendono sicuramente origine dalla vita nei campi, nella stagione di mietitura, o dai mercati rionali tipici siciliani, dove le abbanniate sono elemento imprescindibile.
L’ evviva contraddistingue la nostra devozione a Maria; l’evviva cantato con melodia nella coroncina, l'”Evviva Marì” gridato, “vanniato” dagli ignudi come “vrama”, grido di esultanza, di appartenenza. Esso è esclamazione di approvazione e di applauso, di augurio, di esultanza. E’ il grido di esultanza e di appartenenza di un intero popolo alla Sua Santa Patrona e Regina.
E così i nudi sembrano fare a gara, soprattutto nei punti più ostici e difficoltosi della processione, in una sorta di agone poetico, nell’innalzare le vrame alla Vergine rivestita d’oro. Singolare anche come questo avviene : il confrate pone la sua mano sulla spalla dell’ignudo vicino, stretto a lui dalla calca del baiardo, gridando con tutta la forza che ha in corpo, rauco o meno: questa particolare posizione crea una sorta di cassa armonica che amplifica la vrama e la rende udibile a tutti.
La voce di uno, a cui si amalgamano quelle di tutti. Appartenenza.
Ci sono poi i gesti: le mani che si agitano verso l’alto in segno di esultanza, o di invito ad elevare la voce, i fazzoletti che si sventolano al cielo .
Le vrame hanno tutte la stessa struttura: l’invito ai fedeli di unirsi nell’invocazione, che compie uno dei nudi, “e cu voli, e chiamamu” a cui rispondono in coro gli altri con l’abbanniata “Evviva Mari “.
Il Viva Marí diventa a volte preghiera personale, altre volte vere e proprie urla di intercessione , di sostegno liberazione da questo peso così forte, così ambito che é quello di sorreggere la Nave d’Oro.
A queste vrame si uniscono i movimenti, i comandi, le incitazioni dei confrati addetti alla sicurezza processionale , gli applausi e le grida della gente, in una grande partecipazione popolare.
Ognuna di queste vrame ha un significato religioso e devozionale ben preciso, vale la pena davvero riprenderle e gustare la genuinità di questo popolo che si affida con tutto se stesso a Maria , Madre e Regina.
“Prorompi in grida di gioia, o figlia di Sion! Alza grida d’esultanza, o Israele! Rallègrati ed esulta con tutto il cuore, o figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna ”
E se ci pensiamo bene, queste parole di Sofonia calzano perfettamente: il grido di gioia della Gerusalemme Terrena, come la nostra città, per la revoca della condanna, la presenza del Cristo Redentore in braccio a sua Madre.


