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La Fase Due – il pensiero della Psicologa Vincenza Cannella

La ripresa, la riapertura, il risveglio, sono alcune delle parole e delle immagini che sentivamo costellarsi con l’avvio di questa cosiddetta Fase 2 della pandemia. E insieme ad esse, speranze, prospettive, desideri di riprendere ciò che è rimasto incompiuto, interrotto. Non senza tuttavia gli stessi dubbi, interrogativi, perplessità e paure di due mesi fa che forse si accompagnano soltanto una maggiore istruzione e preparazione sulle norme igieniche e sulle misure di protezione.
Si tratta davvero di una ripartenza? Per molti di fatto ancora non lo è. È un po’ una messa in prova, un rodaggio, è un “vediamo che succede….”. Si riaccendono i motori insomma con addosso ancora un certo carico di incertezza, indecisione e sfiducia dovuta tuttora all’incapacità di prevedere il futuro. Stati emotivi in cui possiamo facilmente riconoscere i principali ingredienti psichici dell’ansia. Durante la pandemia, in realtà, è la paura ad essersi presa possesso del nostro quotidiano. La paura, per sua stessa definizione testimonia di uno stato d’animo legato alla percezione di una minaccia reale e concreta. L’ansia, pur nelle sue mille sfaccettature, è dovuta invece alla percezione di una minaccia non ancora presente. I due stati emotivi, in talune circostanze, non sono facilmente distinguibili, l’uno può trasformarsi nell’altro. Non a caso il neuroscienziato LeDoux, nella sua più recente pubblicazione ha definito ansia e paura come un “intricato groviglio”. Ma allora siamo ansiosi? impauriti ? probabilmente, in qualche occasione stiamo facendo esperienza di quell’intricato groviglio di cui parlava LeDoux. A questo proposito, proprio in concomitanza del lockdown, un’interessante e utilissima ricerca, condotta dal prof. A.Schimmenti, docente di Psicologia Dinamica dell’Università Kore di Enna, insieme ad un gruppo di ricercatori di varie parti del mondo, ha fornito, potremmo dire “a caldo”, una messa a fuoco sulle varie declinazioni della paura al tempo del Covid. I risultati hanno mostrato che gli individui hanno fatto esperienza di una paura:
1. del proprio corpo/paura per il proprio corpo;
2. dei propri cari/paura per i propri cari;
3. di non sapere/paura di sapere;
4. di compiere un’azione/paura di non compiere un’azione.
La paura, dunque, ha investito più dimensioni psichiche, da quelle cognitive a quelle relazionali e comportamentali. Nella ricerca si evidenzia, inoltre, che da un lato la pandemia ha sconvolto la vita quotidiana, causando stress e sintomi post-traumatici, dall’altro ha fatto emergere anche inaspettati comportamenti di “resilienza”. La psicopatologia sul trauma, del resto, da tempo ci informa che le conseguenze sul piano psichico di un evento traumatico non sono uguali per tutti: dipendono dall’impatto soggettivo, dalla storia individuale e non dall’evento in sé. Non sorprende, pertanto, che vi siano atteggiamenti e risposte diverse in questa nuova fase, che vanno dall’estrema paura per il contagio alla più completa indifferenza. C’è chi non vedeva l’ora di uscire e di ritrovare le proprie abitudini, c’è invece chi preferisce ancora rimanere a casa (quasi avendo colto il lato positivo del quotidiano casalingo) osservando con scrupolosità divieti e restrizioni.
Se il lockdown ha imposto senza alternative il categorico “restate a casa”, costringendo tutti alla limitazione della libertà personale, alla solitudine, all’isolamento, sperimentando angoscia del presente e del futuro, oggi l’inizio di questa Fase 2, come sappiamo frutto di un compromesso tra l’esigenza di proteggere la salute e la salvaguardia dal tracollo economico, sta concedendo margini di libertà che tuttavia si accompagnano al rischio di nuovi contagi. I comportamenti non sono più regolati, come nel lockdown, dal divieto assoluto, e da un punto di vista psicologico questo richiede l’esigenza di fare appello a categorie psichiche quali la responsabilità personale, l’autonomia decisionale, l’esercizio del libero arbitrio, il senso civico (da cui deriva l’essere cittadini) e non in ultimo, il buonsenso che ognuno di noi ha maturato nella propria esperienza personale. Rispetto al rigido e insindacabile lockdown, a partire dalla Fase 2, ci troviamo a dover rispondere non solo ad una legge esterna, ma anche e soprattutto ad una legge interna. Un compito di mediazione tra dentro e fuori che, com’è noto alla psicologia psicodinamica, è gestito dal buon funzionamento dell’Io, responsabile tra l’altro della regolazione emotiva.
Fra i compiti psichici necessari alla crescita, come sappiamo, non vi è solo la maturazione dell’Io; molto prima vi è la capacità di socializzazione. La nostra capacità di socializzare, dello stare insieme è, ahimè, duramente compromessa dall’ormai noto “distanziamento sociale”, che se ci pensiamo è quanto di più innaturale possa applicarsi, visto che l’evoluzione dell’umanità, da sempre “va per gruppi”. Mi chiedo, da questo punto di vista, se non sia più corretto, realistico e meno inquietante parlare solo di “distanziamento di sicurezza”. Come ha giustamente ricordato in suo post il prof. Daniele La Barbera, il tema con cui dobbiamo confrontarci è quello di una nuova “convivenza”, ostacolata e resa difficile “dall’approssimazione, dalla difficoltà a comprendere bene i meccanismi del contagio, dalla rigidità difensiva di alcuni e con l’estrema superficialità di altri, con l’inevitabile stanchezza di tenere la guardia alta, con il comprensibile desiderio di recuperare i riti della convivialità e della relazionalità, con il rischio di un incongruo senso di onnipotenza diffusa che senza alcuna ragione logica ci potrebbe far sentire ormai al sicuro dal contagio e immuni dal virus”.
I temi del distanziamento/avvicinamento, della socializzazione, la più recente normativa che consente di riunirsi ai “congiunti”, il necessario compromesso fra leggi esterne/interne, sembrerebbero richiamare simbolicamente proprio la creazione delle relazioni primarie che avviene in età precoce, se non addirittura prima della nascita. La ricerca e la creazione di relazioni di lì in poi, “forma” la psiche del bambino. Mi piace poter credere, allora, che il termine Fase 2 si presti quasi a richiamare le ben note “fasi di sviluppo” così come le hanno concepite i massimi teorici della psicologia evolutiva, Piaget ed Erickson, che non a caso identificavano i cosiddetti “stadi”. Forse, questa umanità che prova a uscire dalla pandemia, si comporta come quei bambini che iniziano a muovere i primi passi nel mondo.
Ma cosa ci serve per andare avanti? Per resistere nel sopportare ancora le limitazioni imposte? E soprattutto per evitare il rischio d nuovi contagi? Trovo anche questa volta, nella saggezza di Dante e nell’universalità del suo messaggio, la risposta migliore. Il sommo poeta, quando inizia a muovere i primi passi nell’Antipurgatorio, si trova davanti a sé la ben nota montagna da scalare. Quasi immediatamente vede in lontananza illuminarsi quattro stelle, che la critica dantesca concepisce come le quattro virtù cardinali: temperanza, prudenza, fortezza, giustizia. Mai come in questo periodo, a mio avviso, è utile l’esercizio della “temperanza”, intesa come virtù necessaria che aiuta l’uomo a modulare le risposte agli istinti e ad osservare la giusta misura (comprendere se è veramente necessario uscire, sapere procrastinare la soddisfazione di un piacere); la “prudenza” ovvero la capacità di valutare in maniera flessibile tenendo conto di ciò che può mutare in base alla circostanze (il rischio del contagio); la “fortezza” indispensabile per superare gli ostacoli o sopportare le avversità (limitazioni della libertà), infine la “giustizia”, la volontà di riconoscere e rispettare quanto è dovuto a Dio e all’uomo (e su questo non servono altre specificazioni). Strumenti utili non solo alla crescita psichica e alla maturazione individuale ma anche per la continuazione di questo difficile momento di transizione, di prova, che ancora richiede fatica, impegno e apertura al nuovo.
Vincenza Cannella

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