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Enna la festa do “Santu Patri” – di Luca Ballarò

Riccardo Aprile 19, 2026 6 minuti letti
santu patri

In questa domenica terza di Pasqua, quando ormai la terra si risveglia ed esplode la primavera, a due passi da piazza Mazzini verso il castello di Lombardia le campane a frotta annunziano il giorno di festa.
Un tempo copiose le signore a braccetto salivano con una corona in mano, scalze o con un lumino da accendere, frettolose, verso il Castello.
Svoltando l’angolo le bancarelle assiepate una dopo l’altra facevano da sfondo ai “Tri Palazzi”: palloncini, ombrelloni bianchi ed esposizioni, borse, vestiti, scarpe, giocattoli di ogni sorta, “pignate e cazzeroli”: la fiera.
I bambini contenti tiravano le mamme per sostare nella bancarella e strappare da loro una bambola, un piccolo tamburo, u “friscalettu” ad acqua acquistato da “u bummularu”, tipico di quella domenica, la festa do Santu Patri. Il fischietto aveva la forma del santo o si presentava in altre forme, come galli e uccelli, costruito in argilla, facevano felici i bambini.
Gioia ed allegria in quel rione: le coglievi dalle lenzuola ricamate e rigorosamente bianche ai veroni, i profumi di cibo dalle case, il via vai continuo di gente ben vestita, la musica delle marce sinfoniche della banda che mattina e sera sfilava in Via Roma e nelle viuzze adiacenti.
Tutto si svolgeva lungo quella via e aveva il suo fulcro nella chiesa barocca che si staglia al suo apice, gioiello della città.
Sorta dai resti di una precedente devozione a Santa Maria di Loreto, o del Rito, i confrati della suddetta concessero la chiesa all’ordine dei minimi o Paolotti, affinché potessero venerare il loro patrono San Francesco di Paola. Grazie ai donativi della casa appartenente alla sig.ra Maria Parisi e di una ricca famiglia, si poté costruire il convento che fu completato nel 1601.
Nella chiesa, tra stucchi e capitelli, aspettava e aspetta i pellegrini il Santo Vegliardo con il saio bruno, la lunga barba, il cappuccio e il bastone in mano invitando alla Carità cristiana, quel CHS che campeggia ovunque.
Del resto entrando in chiesa, una cassetta ammonisce ” la carità è il culto di questa chiesa”, proprio perché il Santo e la carità sono sinonimi.
Dell’immagine del Santo Padre, in realtà, è piena la chiesa. Una accoglieva e accoglie subito i pellegrini all’ingresso, assai semplice e bonaria, veniva chiamata affettuosamente “U Patataru”, probabilmente perché il suo volto ricordava qualcuno del posto che svolgeva tale professione. Ben più antico e prezioso il mezzo busto nella teca nei pressi dell’altare centrale, a cui le donne offrivano le proprie trecce. Sull’altare maggiore, dietro un quadro , conservato tutto l’anno il simulacro venerato nei tre giorni di festa. Aspettava e aspetta ancora i suoi devoti Francesco di Paola, u Santu Patri, santo calabrese fondatore dell’ordine dei Minimi, taumaturgo e protagonista di miracoli e prodigi.
Grande devozione per San Francesco di Paola sin dagli anni successivi alla morte ad Enna e in buona parte della Sicilia, come testimoniato dagli innumerevoli ori ed ex-voto in chiesa, tavolette che ne ricordano miracoli ed intercessione. Tanti in città portano il suo nome: quanti “Ciccu Pa”, ovvero Francesco Paolo, Francesca Paola, anche tra i giovani; nomi ereditati da nonni e nonne votati “o Santu Patri” a cui i bambini venivano offerti, a cui le donne facevano voti, a cui contadini e artigiani innalzavano preghiere. Una volta giunte in chiesa le pie donne recitavano la corona dialettale “do Santu Patri”, particolarmente in casi di pestilenze o di siccità: si narra, infatti, di alcune processioni del santo sino in duomo, avvenute proprio in periodi di profonda penuria d’acqua. La coroncina, trasmessa da nonna, Francesca Paola anche lei, perché votata a lui dopo la prematura morte di due sorelline, recita così:
“Diu vi sarbi Santu Patri,
siti chinu di carità.
Aiutatimi e assistitimi
Nnè li me necessitati.,
Su un cci atu vinuti prima
Vinitici ora e datimi ajutu”.
E poi ancora:
“Santu Patruzzu miu dilettu
Viniti a la mè casa, ca V’aspettu
Viniti ccu amuri e carità
E ricanusciti li me necessità”
La me casa fa quattru cantuneri
Livaticci lu mali e mintitici lu beni”.
San Francesco di Paola era proprio definito dai contadini “U Miraculusu”, uno tra i santi con il bastone a cui il popolo di Enna tributava rispetto, reverenza, confidenza. Dal santo di Paola il popolo, narrava la nonna, a frotta si recava orante ogni venerdì dell’anno, effettuando “u santu viaggiu”. Davanti al Santo si facevano voti, si donavano ceri ed ex- voto, simbolo del siculo privarsi di qualcosa a cui si è legati per riscattare qualcosa di più grande, la grazia, ottenuta da Dio con il suo intervento. Venivano, inoltre, presentati a lui tutti i bambini appena battezzati quale gesto di affidamento e devozione, rito definito “trasuta a Santu” e che prevedeva anche un padrino, come nel Battesimo.
Protettore dalle pestilenze e malattie, come riportato nelle tavolette votive in chiesa, invocato nelle calamità e nelle difficoltà familiari, persino quando si cucina e si bruciacchia qualcosa si dice: “vinni Co Santu Patri”, a ricordo del bruno saio che il bruciacchiato richiama, ma anche simbolo dell’attaccamento degli ennesi al santo taumaturgo.
Sebbene la chiesa ricordi la sua nascita al cielo il 2 aprile, Enna come gran parte della Sicilia lo onora la terza domenica di Pasqua : Gregorio XVI il 10 maggio 1839, accogliendo la supplica di Padre Gaspare Montenero, Procuratore Generale dell’Ordine, considerato che spesso il 2 aprile ricade nell’àmbito della Settimana Santa, concesse che la solennità di Francesco da Paola, con la recita dell’Ufficio, fosse in perpetuo trasferita alla seconda domenica dopo Pasqua.
La festa è composta dai giorni del triduo e culmina con le solenni funzioni nel giorno di festa. È tradizione che la sera della Domenica, durante l’ultima messa, il parroco del Duomo compia nell’omelia il panegirico del Santo.
La festa ha perso negli anni il suo mordente, ma un tempo era una delle più sentite della città. Nei giorni precedenti alla festa, dal Martedì dopo Pasqua alla Domenica in Albis, si faceva a “cugliuta” (la questua) per realizzarla, come tipico di tante altre feste religiose cittadine. Durante la tre giorni si mescolavano momenti ricreativi a momenti liturgici: sabato sera si svolgeva la messa vespertina e la benedizione eucaristica, mentre fuori suonava la banda, che fino a qualche anno fa per l’intera giornata di Domenica allietava tutte le vie adiacenti alla chiesa. Venivano persino montate le giostre nel piazzale del Castello di Lombardia.
Sarebbe bello che tutto ciò descritto e tanto altro potesse svolgersi nuovamente, affinché passato e presente si leghino ancora al grido “Evviva u Santu Patri”.

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