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Interris.it; Il coronavirus non paralizza l’Italia: stretta sulle aziende, ma non su tutte. I sindacati: “Pronti a scioperare”

Su Marzo 23, 2020 5 minuti letti

Il coronavirus non paralizza l’Italia: stretta sulle aziende, ma non su tutte. I sindacati: “Pronti a scioperare”
In Italia contagi in lieve calo, diminuiscono anche i decessi. Il nuovo decreto vieta gli spostamenti da una città all’altra, ma non serra tutte le aziende.
Non è stato proprio un respiro di sollievo, ma il bilancio grave della pandemia di Covid-19 in Italia ieri ha avuto un leggero calo: 3.957 positivi in più rispetto al giorno precedente, ma 651 morti, che sono 142 decessi in meno. Diminuiscono i casi al Nord, ma si aggrava il contesto epidemiologico di Toscana, Marche e Lazio. In questo scenario, entra in vigore il decreto firmato a tarda sera dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L’ennesima misura, che dal 23 febbraio cambia gli scenari sociali, economici e culturali di un Paese che nella lotta al “misterioso virus” sembra dimenarsi tra il bollettino medico e il dibattito politico. Con la settimana, infatti, s’inaspriscono le tensioni con i sindacati: avevano chiusura di tutti i settori produttivi per ridurre al minimo l’impatto del contagio sugli operai e lavoratori, salvo poi vedersi quel tutti trasformato in alcuni. L’elenco delle aziende che potranno continuare l’attività produttiva è lungo: si va dal tessile – abbigliamento escluso – alla chimica. Per Confindustria, le filiere della produzione sono lunghissime e sarebbe troppo radicale chiudere un’azienda senza considerare in toto l’asset strategico-industriale del Paese.
Al supermercato con la mascherina – Foto © Abc News
Cosa resta aperto
Alcune aziende – fiore all’occhiello del Belpaese – hanno deciso di fermare la loro produzione: si tratta del gruppo Luxottica, Sogefi, mentre Pirelli ha sospeso l’attività nelle fabbriche di Bollate e Settimo Torinese. Ma l’ultimo decreto garantisce i servizi essenziali:
Sanità.
Trasporti: logistica, essenziale per fornire gli alimentari di merci garantire la consegna di prodotti acquistati online.
Settore agroalimentare: coltivazioni agricole, allevamento e acquaculutra, produzione di bevande.
Chimica: resta aperta tutta la filiera della produzione chimica, non solo farmaceutica. Sì anche alla produzione di gomma, plastica, carta e imballaggi.
Meccanica: fatta eccezione per il settore tessile – riservato solo alla produzione di mascherine – l’industria meccanica resta aperta, non solo quella legata agli apparecchi medicali.
Manutenzione: ok alle società di manutenzione, dagli impianti industriali a quelli domestici.
Forniture: resta aperto il settore energetico, dalla fornitura di acqua e gas alla raccolta differenziata.
Servizi collaterali: restano aperte le imprese funebri, il settore dell’aerospazio e della difesa, la società di consulenza, call center, veterinari e servizio colf, tabacchi, edicole e alberghi.
Cosa chiude
Abbigliamento: l’industria tessile chiude, fatta eccezione per la produzione di mascherine.
Ristorazione: i bar e i ristoranti erano già stati chiusi nel decreto dell’11 marzo scorso.
Trasporti: vengono ridotti, ma non si fermano.
Acciaierie: il 70% delle imprese metalmeccaniche del Paese.
Aziende non smartworking.
Cultura: il settore della cultura, rappresentato dai musei, teatri e cinema. Si moltiplica l’offerta online, anche con mostre e visite virtuali.
Sport: restano chiuse le palestre, piscine e stadi. Rimane, con le dovute restrizioni, lo jogging solitario vicino casa.
Un bistrot chiuso a Milano – Foto © Andrea Pattaro per AFP
Sindacati delusi
I primi ad essere delusi dal nuovo decreto sono i sindacati. A fronte dell’incontro tenutosi sabato con i vertici di Palazzo Chigi e gli “aggiornamenti” forniti dal premier Conte via Facebook, Cisl, Cgil e Uil lamentano la “discrepanza” fra l’annuncio del premier e l’esito del documento. Le sigle sindacali si dicono pronte allo sciopero generale per difendere la salute dei lavoratori. Dal canto suo, il Governo alza le mani: “Ci basiamo sul confronto quotidiano che abbiamo con il comitato tecnico scientifico e con l’Istituto superiore di sanità” – dichiara dalle colonne di Repubblica il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. E a chi accusa Palazzo Chigi di aver “ceduto alle pressioni di Confindustria“, Patuanelli risponde con un secco: “No. Anche perché c’è un grandissimo senso di responsabilità di tutti i settori produttivi e dei singoli imprenditori” aggiunge.
Sud: “Non ci abbandonate”
Mentre il decreto si gioca sul braccio di ferro tra Governo, Confindustria e sindacati, sul tavolo c’è anche il Sud: il documento, infatti, prevede il divieto di movimenti, sia pubblici che privati, su tutto il territorio nazionale, salvo che per “comprovate esigenze lavorative” o ragioni di “assoluta urgenza” o di “salute”. Il Governo ascolta i governatori del Sud, Vito Bardi (Basilicata) e Vincenzo De Luca (Campania) in prima linea. Ma stamane su Facebook il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha lanciato un monito a Conte: “Il governo nazionale intervenga perché noi siciliani non siamo carne da macello“. Il governatore fa riferimento ad alcune segnalazioni sull’arrivo di “persone non autorizzate”. “Pretendo che quell’ordine venga rispettato e che vengano effettuati maggiori controlli alla partenza” ha ribadito Musumeci.
Le tappe del Governo
Dalla fine di febbraio a oggi, sono 5 i decreti legge di Palazzo Chigi per far fronte all’emergenza del coronavirus:
23 febbraio: il primo decreto punta ancora a misure di contenimento del contagio e gestione dell’emergenza coronavirus, dalla quarantena obbligatoria per chi è a rischio alla chiusura delle scuole.
2 marzo: si varano le prime misure di sostegno economico ai lavoratori, alle famiglie e alle imprese.
9 marzo: è il Dpcm valido a livello nazionale. Tutta l’Italia diventa zona rossa e si vieta ogni tipo di assembramento.
17 marzo: sono varate misure di sostegno ai lavoratori, alle imprese e alle famiglie. Ok all’assunzione di 10mila medici senza esame di Stato.
23 marzo: entra in vigore un nuovo decreto: la produzione italiana rallenta, ma non si ferma.

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