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Interris.it: Ecco le fonti di informazione più credibili ai tempi del Covid

Riccardo Ottobre 7, 2020 6 minuti letti

Ecco le fonti di informazione più credibili ai tempi del Covid

Uno studio del Reuter Institute for the Study of Journalism indica quali sono le fonti di informazioni più affidabili in tempo di pandemia
da
Marco Managò –
ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:01 Ottobre 7, 2020

Il Reuter Institute for the Study of Journalism ha pubblicato, la scorsa estate, il Digital News Report 2020, per offrire molti dati e statistiche sulla fruizione dell’informazione a livello mondiale. I risultati sono tutti molto interessanti, alcuni in linea con le attese, altri più sorprendenti. Per il sondaggio, l’istituto di ricerca inglese ha contattato, telematicamente, 80.000 persone in 40 Paesi. I primi dati sono stati raccolti all’inizio dell’anno poi, complice l’arrivo della pandemia, gli autori hanno completato con altre ricerche effettuate nel mese di aprile. I dati sono indicati in percentuali multiple.

Nella prefazione del report, il professor Rasmus Kleis Nielsen, direttore dell’istituto, evidenzia anche il minor gettito delle entrate pubblicitarie per i media; un problema legato alla crisi a sua volta innescata dal Coronavirus. A ragione, si chiede “Quali lezioni possiamo imparare su cosa potrebbe convincere più persone a pagare direttamente per le notizie?”.

A livello mondiale, l’irrompere del Coronavirus ha mutato le abitudini, accentuando il crollo dei giornali cartacei e ha posto, nella lista delle fonti più accreditate, i medici e gli scienziati (83%), seguiti dalle organizzazioni sanitarie nazionali (76%). Scarsa la fiducia nelle enunciazioni dei singoli politici (35%).

Un dato curioso e interessante è quello riposto sulle singole persone. Per quelle personalmente conosciute, la fiducia si misura in un 43%, più il 36% di indecisi e il 21% che non vi crede. Per quelle non conosciute di persona, il rapporto è quasi ribaltato: 17% di gradimento, 38% insicuro e 45% di sfiducia. La serietà e l’attendibilità di un’informazione da “passaparola”, dipendono, in tal caso, solo dalla variabile se la persona sia conosciuta oppure no, indipendentemente dalla sua documentazione personale. Il paradosso è che si potrebbero conoscere 50 persone, poco informate o disinformate, a cui far riferimento, a fronte di altre 50 ben documentate ma a cui non ci si rivolge perché sconosciute.
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A livello di informazione, analizzando l’utilizzo dei social in 12 Paesi campione, nel periodo 2014-2020, si riscontra il primato di Facebook (giunto al 63%), poi YouTube (dal 53% al 61%), l’enorme balzo di WhatsApp dal 17% al 48%, l’incremento di Messenger (dal 31% al 38%), la dirompenza di Instagram (dall’8% al 36%), la leggera crescita di Twitter (19%-23%) che delude, in ogni caso, le attese, infine l’incremento di Snapchat (comunque fanalino di coda) dal 5% al 13%. Sorprende la grande crescita di WhatsApp, in quanto informazione di rimando, non diretta, privata e legata al solo scambio di video o testi fra conoscenti, in cui si insinua maggiormente il rischio “fake news”.

Gli autori del report, tuttavia, precisano il duplice aspetto “Forse non sorprende che le persone vedano i social media come la principale fonte di preoccupazione per la disinformazione (40%), ben prima dei siti di notizie (20%), delle app di messaggistica come WhatsApp (14%) e dei motori di ricerca come Google (10%). Analizzando ulteriormente i dati social, in tutti i Paesi il 29% afferma di essere più preoccupato per Facebook, seguito da YouTube (6%) e Twitter (5%)”.

Nel considerare le proporzioni di coloro che hanno utilizzato il podcast (fenomeno in crescita) nell’ultimo mese di riferimento, primeggia la Spagna con il 41%. L’Italia si trova in una posizione centrale, con un dato, il 32%, stabile rispetto allo scorso anno. Il Regno Unito, a sorpresa, chiude la classifica: 22%.

Per quanto riguarda la situazione italiana, in cui la penetrazione di internet è stimata al 93%, il social più seguito in materia di informazione è Facebook (56%), rincorso da WhatsApp (29%), YouTube (24%), Instagram (17%), chiudono Messenger e Twitter al 9%. La fiducia nell’informazione italiana è scesa al 29%, con un calo dell’11% rispetto allo scorso anno e colloca il Belpaese al trentesimo posto fra le 40 nazioni oggetto del sondaggio. La media fra tutti i Paesi non è esaltante: 38%.

Per quanto riguarda l’utilizzo di tv, radio e stampa, la classifica è guidata dai tg della Rai, seguiti da quelli di Mediaset. Corriere della Sera e Repubblica, a pari merito, sono le testate più diffuse. Porta a Porta è la trasmissione televisiva di approfondimento più vista. A livello di testate on line, primeggia il TgCom24, seguito da SkyTG24. Fanpage precede le concorrenti Ansa, Repubblica, Corriere della Sera e Rai News. Tra i “brand” più accreditati, mantiene il primo posto l’Ansa, segue SkyTG24 poi Il Sole 24 ore. Colpisce la scarsa disponibilità a pagare per informarsi che, nonostante il minimale incremento di un punto percentuale, si ferma al 10%.

Molto importante è capire la tendenza dei vari mezzi di comunicazione negli anni in Italia, la ricerca si estende in un intervallo che oscilla tra il 2013 e il 2020. In prima posizione si trova l’intera comunicazione on line (comprendente anche i social), passata dall’80% al 74%. La televisione ha tenuto e, con un leggero incremento nella metà dell’intervallo, è tornata al punto originario (74%-73%). I social sono partiti dal 27%, poi hanno conosciuto un gran balzo sino a rimanere molto stabili negli ultimi anni (50%). Rimane costante il crollo della stampa: dal 59% al 22%. Il dato mondiale è in linea con questi italiani, salvo una crescita costante dei social e un ruolo poco più incisivo per quanto riguarda la televisione.

Il report è interessante anche perché tende a misurare la fiducia dell’individuo in un mezzo anziché in un altro e a capire l’interazione che intercorre fra fruitore e informatore. “C’è da avere più paura di tre giornali ostili che di mille baionette” ammoniva già Napoleone.

In un’epoca dominata dalle fake news quasi incontrollate, dove la tribuna di un social può divenire legge e l’informazione non si lega spesso a una formazione culturale e scientifica preesistente o alla deontologia professionale di chi informa, il risultato può facilmente essere falso o vero solo in parte.

La tecnologia spinge i giovani e, in parte, anche gli adulti, a un’informazione sempre più digitale e immediata. Occorre, tuttavia, filtrare e valutare sempre le fonti, altrimenti si rischia di rimanere in balia dei cosiddetti influencer, capipopolo o similari, così persuasivi e ammalianti. In tema di pandemia, l’informazione soffre il pericolo “viralità”: quando una notizia, seppure di poco conto o verosimile scavalca, per esclusivo effetto di visualizzazioni e scambi, quella più importante e vera, in un sovvertimento di valori e priorità.

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Riccardo

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