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Il Coronavirus ha inferto la "quarta umiliazione" al Genere Umano? – le riflessioni della Psicologa Vincenza Cannella

Per Sigmund Freud la nascita della psicoanalisi aveva inferto la terza umiliazione al genere umano. Prima di essa c’era stata quella di Darwin che aveva rovesciato la concezione antropocentrica considerando l’uomo al pari delle scimmie, e prima ancora Copernico che aveva scardinato il sistema tolemaico, detronizzando la Terra dalla sua centralità. Allo stesso modo anche la psicoanalisi, perché come sancì di lì a poco lo stesso Freud “l’Io non è padrone in casa propria”: la coscienza è spesso soppiantata dall’inconscio. Questi e molti altri rovesciamenti, inversioni, cambi di prospettiva nel susseguirsi delle epoche, hanno consentito all’uomo di progredire nel suo camminio evolutivo.
Sono giornate in cui l’umanità ha imboccato la curva più angosciante e dolorosa degli ultimi decenni. Siamo tutti lì a sterzare un volante su un tornante che ancora non fa intravedere il rettilineo. È ancora presto per dire se il Coronavirus ha inferto la quarta umiliazione al genere umano, ma di certo, finora ciò che sembra aver messo in crisi è la centralità dell’uomo post-moderno. Claudio Widmann, studioso di psicologia del profondo, qualche anno fa ebbe a scrivere che se anche il “male” possiede un parte d’ombra, questa è rappresentata proprio dal “bene”. Sono moltissimi ormai coloro i quali stanno provando a dare senso a questa epidemia. “Ci dovevamo fermare” ha risposto poeticamente Mariangela Gualtieri in quei versi tanto toccanti quanto severi che interpretano l’attacco del virus come l’“urgenza” di rallentare una corsa.
Ma a proposito di rovesciamenti, anche la pandemia, secondo le prime impressioni, sembra avere ribaltato un pò di cose. Si riflette ormai da giorni su quanto tutta l’umanità sia impegnata a eliminare gli eccessi dando forza all’essenziale. La tecnologia tanto demonizzata perchè strumento di isolamento sociale si è trasformata nell’unico mezzo che ci tiene in contatto. Forme di isolamento che penalizzano il contatto fisico dimostrandone l’insostituibilità. I Cinesi… che spesso nel nostro quotidiano locale sono oggetto di svalutazione, sono diventati esempi da imitare. E poi ci sono le file davanti ai supermercati, icona straordinaria di quanto l’uomo post-moderno in fondo può anche aspettare prima di soddisfare un piacere. E quante altre cose stanno aspettando..
Appare ormai chiaro che vittima dei rovesciamenti è innazitutto “l’onnipotenza” dell’uomo post-moderno che sottoposto a rigidi e restrittivi divieti, in questi giorni si trova miseramente “impotente” dinanzi alla dimensione per me più tragica e traumatica di tutto ciò: l’impossibilità di celebrare il rito funerario. Familiari e amici “scompaiono” non più solo metaforicamente. “Potremmo chiamarlo il Virus del Contrappasso dantesco”, arguisce F. Morace in un post su fb. Ed è anche un rovesciamento quello che consente a Dante e Virgilio di oltrepassare il basso Inferno e approdare in Purgatorio: superare il corpo del demonio diventa un passaggio obbligato per evitare di rimanere nel suo “pan-demonio”. Chissà se la strada per venir fuori da questa pan-demia non sia la stessa.
“Emergenza” viene da e-mergere, affiorare, venir fuori. Questa emergenza è “sanitaria”. Sanitaria viene da “salus”, salute. È verso un’altra forma di “salute” che stiamo andando? L’umanità deve prima uscire da un Inferno? Hans Gadamer scriveva qualche tempo fa che la salute è qualcosa di misterioso che va ogni volta riscoperto.
L’esercizio simbolico che stuzzica la mia mente ormai da qualche tempo, mi porta a pensare all’emergenza sanitaria imposta dal Coronavirus come metafora del bisogno di tornare a occuparsi dei più deboli, alla cura dei più fragili. Dove fragili sono i poveri, i disabili, gli immigrati la natura….. il clima. Così si legge nella lettera che alcuni rappresentanti del CIPA Meridionale hanno inviato ai loro soci: “Viviamo in una società infettata dal successo a tutti i costi, dal guadagno facile, da un’economia che abbandona i più fragili, in una sorta di evoluzione della specie in cui va avanti quello che è più spregiudicato, capace e, molto spesso, non onesto nel suo operare. Quello che, pur di raggiungere una posizione sociale ed economica importante è disponibile a vendere la sua “anima”, la sua sensibilità, la sua identità. Costruire una società non infetta significa rispettare la natura, l’ambiente e le fragilità umane, siano esse fisiche o psichiche”. Proprio lo scorso autunno la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix nei panni del Joker ci ha fornito su questo tema, un esempio cinematografico di straordinaria bellezza e tragicità.
Forse si stanno cogliendo i primi effetti. Proprio in questi giorni l’Europa non più piegata al solo dictat dell’economia, all’egoismo nazionalista, alla competizione finanziaria, e ormai invasa dal virus, ha invertito il suo atteggiamento guardando le popolazioni già colpite (in questo momento Cina e Italia) come esempi da imitare. Un’altra magistrale interpretazione, forse, a questo proposito, verrebbe oggi dal saggio e lungimirante Antonio De Curtis con la sua “livella”. In questo caso non è la morte a livellare gli uomini, ma l’angoscia di morte sperimentata da vivi.
Se sul piano metaforico il Coronavirus può portarci a riflettere su una nuova cura dell’anima mundi è indubbio che gli stravolgimenti di questa pandemia stanno inevitabilmente già agendo sui più fragili, che, parafrasando Freud, sono i meno padroni in casa propria: non tutti infatti sono psichicamente attrezzati per rimanere soli, per rimanere con sé stessi. Non tutti, ricorda lo psicologo analista Ferdinando Testa, sono capaci di “trasformare l’isolamento in solitudine”. Non tutti sono ugualmente pronti a rinunciare ad un abbraccio, specialmente chi sente in un abbraccio il vero e solo nutrimento. E il pensiero in questo momento va agli utenti e agli operatori dell’Oasi di Troina.
Molti guardano già al futuro. E meno male, direi. Ma come bisogna guardare al futuro in questa situazione? Per fronteggiare una psiche (individuale e collettiva) che, come diceva Freud, per sua natura è portata a “rimuovere” il dolore e la sofferenza, il compito fondamentale deve essere, come sempre, affidato alla memoria. Una volta compiuto il suo percorso purgatoriale, prima di accedere alla valle dell’Eden a Dante viene imposto un altro passaggio rituale: immergersi nelle acque del Letè per dimenticare il peccato e nelle acque dell’Eunoè per rafforzare la memoria del bene. Nei mesi che seguiranno, l’elaborazione costante dei cambiamenti interni ed esterni che questa emergenza sta determinando, anche e soprattutto in termini di relazioni familiari e comunitarie deve essere obiettivo continuo di educatori, insegnanti e operatori della salute mentale. Alla fine di una faticosa scalata, ci sarà concessa nuova vita solo se alla necessità dell’oblio si affianca il giusto peso dato alla memoria che in questo caso parte dal racconto e dalla narrazione.
E allora forza. Carl Gustav Jung diceva: “nella caduta ci sono già i germogli della risalita, fragili ma verdi. Vanno coltivati con premura”.
Il tempo dei compiti a casa, insomma, non è finito.
Vincenza Cannella

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