La Chiesa Madre di Enna riconosciuta dall’UNESCO come “Monumento testimone per una cultura di pace” custodisce – oltre ai ben noti beni artistici facilmente ammirabili – quattro volti barocchi in basalto nero alla base delle colonne che delimitano gli scalini di accesso al presbiterio: difficile trovarli nell’immediato. La loro bellezza consiste soprattutto nella presenza celata sia dal punto di vista spaziale che cromatico. Il fascino della pietra lavica, usata per queste opere e recuperata alle pendici del vulcano Etna, promana dal nero che attrae il visitatore per il suo carisma monolitico. Sono sculture estremamente teatrali nella loro specularità, attraverso sguardi che raggiungono qualsiasi fedele ovunque egli si trovi lungo le navate. Bisogna cercarli, chiaramente. Bisogna abbassare lo sguardo, scovarli, scrutarli, interrogarli. Quattro teste maschili, i cui capi coperti catalizzano la prima osservazione, via via carpita dagli occhi a mandorla, dal naso prospiciente e infine dal misterioso sorriso. Si pensa alla bottega del Gagini, ma si pensa anche ai volti del superbarocco siciliano che incantano i turisti a Ragusa Ibla: poche le somiglianze fisionomiche ma la caratteristica comune rimane la mimica del volto. Rappresentano le quattro fasi della vita, ma soprattutto il popolo. Non solo nell’accezione spirituale di ceto che regge la fede all’interno della Chiesa ma soprattutto come protagonista assoluto della città di Enna: è uno scatto fotografico impresso nella pietra di quattro secoli fa. Tanto incantevole è il recupero della memoria storica sui volti, quanto dolce è l’ammirarli nel loro eterno silenzio. Trovateli, guardateli bene e dialogate con il loro sorriso baroccamente beffardo riguardo quella collocazione così umile ma corretta: il motivo lo si ritrova nell’essenza stessa dell’essere umano, terreno e non celeste, che aspetta di trovare la luce nelle tenebre della quotidianità. Il Duomo di Enna: un monumento che va visitato non solo con gli occhi all’insù ma soprattutto con gli occhi all’ingiù.


