Euno – Antioco
nel regno degli schiavi
Si narra che millenni prima che la civiltà umana riconoscesse il diritto di ogni uomo a liberamente nascere e liberamente morire, vi fu nella rocca ennese uno schiavo che conquistò per se è per il suo popolo tale diritto. Egli era chiamato Euno (dal greco Εὔνους = benevolo), proveniva dalla lontana città di Apamea, in Siria, ed era “in proprietà” di un signorotto romano, tale Antigene di Enna.
Dopo la fine delle guerre puniche un altissimo numero di schiavi, provenienti dall’Oriente, venne a concentrarsi nell’isola di Sicilia, la quale divenne un centro di vitale importanza per la ricchezza e la prosperità dell’antica Roma sia dal punto di vista strategico – militare che da quello economico – alimentare, pertanto sottoposto ad uno sfruttamento senza scrupoli.
Molti schiavi erano originari della Siria dove i Romani spadroneggiavano sui resti dei domini che furono di Alessandro Magno. Nel mondo antico la schiavitu’ discendeva dal “diritto di guerra” e riguardava solitamente gente straniera vinta in battaglia che veniva comprata dai mercanti nei porti dell’Egeo e rivenduta a facoltosi proprietari terrieri che assicuravano ampie risorse alimentari a Roma ed ai suoi eserciti.
In taluni casi si trattava di schiavi colti o militari che, nei paesi di provenienza, avevano ricoperto importanti cariche pubbliche. Nella quasi totalità essi parlavano greco e proprio la koinè ellenistica fu il presupposto che favorì l’insurrezione: seppero tra di essi comunicare, organizzarsi, resistere e combattere per contrastare le disumane condizioni cui erano assoggettati.
La principale fonte storica della prima guerra servile è offerta da Diodoro Siculo di Agira (90 a.C. – 27 a.C.) il quale, nel riportare notizie a sua volta ricavate dallo storico Posidonio di Apamea (concittadino di Euno, vissuto tra il 135 a.C. ed il 50 a.C.), ci descrive la figura di Eunous-Antiochos come quella di una sorta di giullare, ciò forse al fine di sminuire la portata storica del personaggio che tanto danno aveva arrecato al potere di Roma (contro cui Diodoro non aveva certo interesse a porsi in contrasto, così come lo stesso Posidonio). In realtà, Euno era uomo molto astuto, capace di attirare l’attenzione su di se attribuendosi capacità magico divinatorie. Si riteneva infatti che egli avesse il potere di predire il futuro mediante appariscenti artifizi di prestidigitazione che impressionavano la credulità popolare. In particolare, si narra che, per ispirare la solennità del vaticinio e rendere credibile la sua furente estasi, introducesse in bocca una noce svuotata del gheriglio e riempita di zolfo, sicchè vi soffiava dentro riuscendo a sprigionare, tra le parole, fuoco e fiamme nello stupore degli astanti. La singolarità del personaggio era talvolta apprezzata dai ricchi patrizi romani tanto che il suo padrone, Antigene, sovente lo portava ai banchetti, ove si esibiva con spettacoli di magia e vaticini, suscitando l’ilarità dei commensali. Infatti, Euno raccontava spesso di un sogno durante il quale gli sarebbe apparsa la dea sirena della fecondità e della divinazione, Atagartis, il cui antico culto orgiastico, di origine siriana, era caratterizzato da esaltazioni visionarie e profetiche da parte dei sacerdoti e da vistose manifestazioni penitenziali di autolesionismo. In tale occasione la dea avrebbe promesso a Euno la regale dignità: egli sarebbe diventato il re di un popolo libero. Naturalmente, il singolare racconto diventava spettacolo per i banchettanti i quali si divertivano a prendere in giro Euno interrogandolo su quale sarebbe stato il loro destino: egli, rispondendo in modo serio e deciso, prometteva a tutti clemenza e favori muovendo il riso dei presenti, i quali gli offrivano addirittura parte dei pasti, rinnovando la preghiera che, una volta diventato re, si ricordasse di loro; ed il “buffone” rinnovava la promessa fatta che, per certo, un giorno mantenne nei confronti di chi dimostrò un briciolo di umanità nei confronti degli schiavi che venivano duramente percossi e marchiati a fuoco.
Nel frattempo il malcontento della massa di infelici cresceva, alimentato dal ricco possidente ennese Damofilo e della di lui moglie, Megallide, particolarmente crudeli e spietati con i numerosi schiavi di cui erano proprietari.
Euno, interrogato dai compagni di sventura, atteggiandosi come ispirato dal cielo, confermava la profezia e li invitava a tenersi pronti. Finalmente, nella primavera del 136 a.C., circa 400 schiavi ruppero gli ergastoli e, armati come potevano, insorsero alla guida di Euno che, secondo l’uso, li guidava spirando dalla bocca le misteriose fiamme. Uccisi i propri padroni, si uccidevano quelli degli altri in una mattanza generale come se la giustizia divina fosse piombata addosso a quei miserabili in ricca porpora per punirne la crudeltà; i pochi proprietari che, prima della rivolta, ebbero modo di lasciar trasparire un barlume di pietà umana furono risparmiati.
Gli schiavi, in massima parte nati liberi, erano per lo più greci di lingua e cultura, per cui una loro iniziativa autonomistica contro Roma non poteva non trovare il consenso anche delle altre città siceliote in cui la rivolta trovò ampio consenso tanto da infiammare tutta la Sicilia e passare alla storia come Prima Guerra servile, la prima insurrezione popolare della storia contro il giogo della schiavitu’. A quel periodo risale la presa di coscienza del popolo siciliano in favore dell’indipendenza.
Eunous si pose subito a capo dei rivoltosi, cingendo la corona regale sulla propria testa, così come gli aveva predetto la sua dea Atagartide (di cui forse fu sacerdote in terra natia), costituendo a Enna un piccolo regno ellenistico sullo stampo della grande monarchia seleucide seguita alla spartizione dell’immenso impero di Alessandro Magno ad opera dei suoi generali, tra i quali Seleuco I. Euno assunse, pertanto, il titolo di re e il nome di Antioco forse richiamandosi al nome dei figli di Seleuco I, i quali governarono un Impero che comprendeva Mesopotamia, Persia, Asia Minore e Siria, da cui proveniva Euno.
Purtroppo non sapremo mai se Εὔνους, il benevolo, fosse un nome affibbiatogli quando giunse a Enna da schiavo ovvero se il suo vero nome, da uomo libero, fosse quello di Ἀντίοχος che ha l’opposto significato di “chi si scontra” o di “chi sta saldo contro il nemico”. Vista la grande astuzia del personaggio sarebbe legittimo ritenere che egli avesse indossato i panni del docile agnello per poi sorprendere la tirannide come fece Davide con Golia.
Alla rivolta partecipò anche il prode generale greco Acheo di Achaia, uomo sobrio e giusto dotato di grande capacità strategica e militare tanto da essere nominato fin da subito consigliere del Regno degli schiavi. Egli, nei primi tre giorni della rivolta riuscì a radunare un esercito di ben 1.700 uomini alla meglio armati ed una folla più numerosa fornita di asce, mannaie, frombole, falci, spiedi e bastoni appuntiti con il fuoco sicche’ il numero della forza superò i 10.000 uomini, riuscendo a sconfiggere diverse guarnigioni dell’esercito romano.
La rivolta ben presto si estese a tutta la Sicilia ove altri schiavi proclamarono la propria libertà affrancandosi dal giogo romano, Enna divenne la capitale del Regno degli schiavi di Sicilia.
Lo schiavo Cleone di Cilicia, dopo aver sobillato Agrigento, in meno di 30 giorni raccolse altri 5.000 schiavi che si unirono alle truppe di Euno-Antioco dal quale venne nominato generale.
Sebbene il regno degli schiavi liberi sia durato quasi cinque anni, Euno-Antioco riuscì ad apprestare una organizzazione politico amministrativa della comunità, tanto da riuscire a battere una serie monetale in bronzo di cinque emissioni, i cui rarissimi esemplari si potevano un tempo ammirare in quello che fu il Museo Alessi di Enna. Fortunatamente il noto numismatico ennese, Dott. Enzo Cammarata, riuscì a fotografare e pubblicare queste monete nel 1990 (in “Henna tra storia e arte” – Ila Palma 1990). Alcune di esse ci restituiscono il profilo di Euno cinto da un diadema annodato dietro la nuca e la legenda greca tradotta in Antioco Re. Il compianto epigrafista, Prof. Giacomo Manganaro, ne pubblicò un unico esemplare in oro ritrovato nella campagne di Morgantina, raffigurante da un lato un profilo maschile con i capelli sciolti (Euno ?), dall’altro una vittoria alata che regge una corona. Tale esemplare, tuttavia, è dubbio se sia stato coniato durante la prima o la seconda guerra servile sebbene sembra certa la coniazione ad opera dei ribelli in quanto Roma vietava la produzione di monete d’oro nei territori occupati.
Ulteriore testimonianza archeologica della veridicità del racconto diodoreo sono le ghiande missili in piombo, usate dai frombolieri e collezionate nel XIX sec. dal celebre concittadino ennese, canonico Giuseppe Alessi. Tali “proiettili”, venivano spesso trovati dai contadini nelle pendici di Enna con particolare concentrazione sotto la Rocca di Cerere ed in località “Cozzo Impiso”. Era proprio su tale altura che si stanziarono, infatti, le truppe romane del Console Lucio Pisone (da qui il toponimo corrotto in “Impiso”) allorché, nel 133 a.C., provarono, inizialmente senza riuscirci, ad espugnare con la forza la rocca ennese. Nei secoli a venire, alcuni appellarono tali proiettili “cugni di tuono”, credendoli rimedi contro i fulmini, altri li ritennero palle da gioco, altri li ritennero cose sacre, altri ancora li fusero per farne proiettili per la caccia. Fortunatamente, Alessi ne riuscì a salvare un significativo numero, che, ancora oggi, dovrebbe rinvenirsi nei magazzini di quello che fu il suo omonimo museo (ormai chiuso ed inaccessibile da diversi anni). Ma la cosa più interessante è lo studio che egli fece di questi oggetti in una sua rarissima pubblicazione del 1815, che ebbi la fortuna di consultare anni fa. Alcune ghiande missili in piombo, recano al recto l’iscrizione in rilievo “L.PISO.L.F” (Lucio Pisone figlio di Lucio) al verso “COS” (Console), altre recano impressa, al recto, una clava ed al rovescio il fondo della sacca della fionda; Alessi ritenne quest’ultima tipologia consacrata ad Ercole. Un’altra era contrassegnata con la lettera K. Si ritiene che questi ultimi due esemplari di ghiande fossero utilizzati dai soldati di Euno, come confermato anche da uno studio del Salinas del 1878.
Nel 1829, il canonico Alessi annunciò la scoperta di una ghianda missile recante il nome di Acheo, generale degli schiavi ennesi in rivolta, capeggiati da Euno, in essa si leggeva in greco antico: “HAKEOC NIKH”, “Acheo ! Vittoria !”. Al recto Alessi scorse le prime lettere di “Antioco” (Euno). Oggi nulla si sa più di tale prezioso reperto pressoché sconosciuto.
L’esercito ribelle entrò in Morgantina, città sicula poi greca, Catania e Taormina, raccogliendo sulla strada nuovi soldati, fino ad arrivare a formare una legione di ben 200.000 uomini. La rivolta passò dunque da sommossa di tipo servile a una vera e propria guerra di liberazione siciliana, vera antesignana dei Vespri: l’esercito costituito dagli ex schiavi, sconfisse più volte le legioni romane.
Nel primo anno di guerra i rivoltosi riuscirono ad assediare anche Messina, tuttavia la riscossa romana iniziò proprio da questo episodio, quando il console Publio Rupilio, alla guida di un forte esercito, sconfisse i ribelli durante l’ultimo assalto alla città. Qui circa ottomila isolani persero la vita nella Battaglia dello Stretto, per impedire l’ingresso in città dei Romani, i quali riuscirono a espugnare l’imponente difesa messa a segno dai cittadini, crocifiggendo altre 8.000 persone.
A Taormina, i romani, non riuscendo a superare le difese naturali della città promisero la salvezza in caso di resa ma non furono di parola: dopo essere entrati in città con il favore del tradimento di tale Serapione, fecero precipitare tutti i cittadini giù dalla rupe.
Durante l’assedio di Enna ad opera delle truppe romane guidate dal Console Publio Rupilio, scomparsa già in combattimento la bella figura di Acheo, il generale Cleone, con un manipolo di audaci, scese giù a valle pugnando e morendo libero, da eroe, crivellato da mille ferite.
Anche l’inespugnabile Enna fu presa grazie al tradimento di un ignoto abitante che indicò la strada ai romani; qui fu compiuta la più grande strage che la Sicilia ricordi: 20.000 cittadini furono massacrati e 600 di essi, per sfuggire alla tortura ed alla crocifissione, si uccisero l’un l’altro presso il Castello di Lombardia, oggi imponente fortezza tra le più grandi d’Italia.
Euno fu catturato e rinchiuso in carcere a Morgantina, dove, secondo il racconto di Diodoro Siculo, morì nel 132 a.C. divorato dai pidocchi. Fu questa l’ultima nota infamante rivolta dalla storiografia filoromana al re degli schiavi, ma si sa, la storia la scrivono sempre i vincitori.
Oggi, quando si fa sera, i nomi di Euno Antioco, Acheo di Achaia e Cleone di Cilicia riecheggiano ancora dall’alto della rocca ennese riportando alla memoria le prodi gesta di uomini che passarono alla storia come Araldi della Libertà, una storia che noi abbiamo il dovere di custodire e tramandare anche attraverso la tutela dei pochi reperti ancora esistenti.
Gaetano Cantaro


