“Lo stato del contrasto alla mafia in Italia e problematiche relative al trattamento dei testimoni e dei collaboratori di giustizia”
Dopo le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Melillo: c’è ancora volontà politica di contrastare le cosche? Perché il ricorso a testimoni e collaboratori rischia la progressiva estinzione? Argomenti affrontati da Enzo Guarnera, Presidente di “Antimafia e Legalità.”
Si è svolta, presso la sede dell’Associazione “Antimafia e Legalità”, al Palazzo “Ardizzone Gioeni”, la Conferenza Stampa dal titolo, “Lo stato del contrasto alla mafia in Italia e problematiche relative al trattamento dei testimoni e dei collaboratori di giustizia”.
Durante l’incontro sono state illustrate le criticità operative del programma di protezione, le carenze nell’assistenza economica e psicologica ai collaboratori, le conseguenze investigative del calo delle dichiarazioni, nonché le proposte concrete per invertire la rotta e restituire centralità al modello collaborativo nel contrasto alle mafie.
“La mafia in Italia è un’emergenza sempre più preoccupante – ha affermato Enzo Guarnera – anche se non vi sono più omicidi eccellenti e i clan, salvo qualche eccezione, sembrano convivere in pace nella spartizione degli affari e del territorio. Il silenzio tuttavia nasconde un salto di livello e di qualità dell’universo mafioso. Da una parte imperversano il traffico degli stupefacenti, l’usura e l’estorsione, e dall’altra è in espansione il fenomeno del riciclaggio in attività formalmente lecite, in particolare nel sistema degli appalti, del trattamento dei rifiuti, nel trasporto delle merci, nel commercio e nella grande distribuzione. Poi vi è la speculazione finanziaria attraverso il sostegno di professionisti esperti, quali commercialisti, avvocati, banchieri, informatici corrotti. Non va inoltre trascurato il rapporto con settori deviati delle istituzioni e della politica. In tale contesto – conclude il penalista – assistiamo ad un abbassamento del livello di attenzione da parte di alcuni organi dello Stato nel contrasto ai vari aspetti del fenomeno mafioso, e un sostanziale progressivo disinteresse nei confronti dei testimoni e dei collaboratori di giustizia. Nella conferenza stampa saranno evidenziati alcuni casi concreti emblematici di tale disinteresse.”
A margine dell’incontro, un testimone di giustizia siciliano, ha rivolto un duro monito alle istituzioni attraverso una lettera aperta alla Presidente del Consiglio, resa pubblica dall’avvocato Enzo Guarnera, presidente dell’associazione “Antimafia e legalità” e penalista che da 38 anni assiste i collaboratori di giustizia.
“Siamo fantasmi intrappolati in una burocrazia che uccide la dignità prima ancora che lo facciano i clan. Lo Stato ci ha abbandonati” scrive il testimone, denunciando le criticità strutturali del programma di tutela. “È inutile commemorare i morti se si lasciano morire i vivi dentro un sistema di protezione fallimentare: ormai non denuncia più nessuno”.
Nella lettera, il testimone, pone l’accento su quelle che ritiene essere le carenze più gravi del modello attuale: la mancanza di un percorso di reinserimento socio-economico certo, la precarietà degli stanziamenti, l’isolamento istituzionale e l’assenza di un supporto psicologico continuativo per chi ha scelto la strada della collaborazione. “Chi depone non chiede privilegi – si legge nel documento – ma solo di essere tutelato con la stessa determinazione con cui gli si chiedono le dichiarazioni”.
L’appello viene veicolato dall’avv. Enzo Guarnera, da decenni punto di riferimento nella difesa dei testimoni di giustizia e nella battaglia per l’efficienza della giustizia antimafia. “Dietro ogni collaborazione c’è una famiglia, una vita spezzata e un atto di coraggio che lo Stato non può permettersi di tradire”, sottolinea il legale, evidenziando come il calo delle denunce sia direttamente proporzionale alla sfiducia verso le istituzioni.
“L’abbandono psicologico completa il tutto con l’assistenza frammentaria, spesso inesistente, che lascia intere famiglie nell’isolamento più assoluto per non parlare del prezzo altissimo che pagano i figli dei testimoni di giustizia, una ferita che mai si potrà rimarginare”. Il testimone giustizia, polemicamente, osserva come sia “diventato del tutto inutile, anzi offensivo, commemorare ogni anno le vittime di mafia con discorsi solenni, se poi lo Stato abbandona i testimoni di giustizia vivi”. “La lotta alla mafia non si fa con le corone di alloro, ma garantendo dignità e sicurezza a chi ha creduto nelle istituzioni”. È il monito centrale della lettera aperta, in cui il testimone di giustizia denuncia un sistema di protezione “fallito da anni: soldi buttati per una falsa tutela, un meccanismo sulla carta perfetto ma che nell’applicazione fa acqua da tutte le parti”.
Le conseguenze, sottolinea il documento, sono ormai sotto gli occhi di tutti: “Ormai in pochissimi denunciano e chi lo fa viene condannato a una morte civile. Se il ricorso ai testimoni rischia l’estinzione, la colpa è di una politica che ci ha dimenticati”. A suggellare questo abbandono è il silenzio dell’attuale Commissione parlamentare Antimafia, mentre nei fascicoli del Ministero dell’Interno il timbro è chiaro: “Usa e getta”.
La lettera non risparmia riferimenti diretti alla classe dirigente: “Oggi questa politica ha un nome: Molteni. Il Presidente della Commissione ex art. 10 sta completando la distruzione dei testimoni di giustizia, dalle mancate audizioni previste per legge alle valutazioni punitive in materia di reinserimento sociale”. La chiusura è netta: “Il governo ci ha messo la firma sulla cancellazione della figura del testimone di giustizia”.


