Alla ricerca dell’inclusione: ma esiste veramente?
Televisione, telegiornale, istituzioni pubbliche come la scuola: quante volte la parola “inclusione” ha risuonato nelle nostre orecchie?
Tramite il discorso affrontato con Mariangela Valvo (docente di Scienze Naturali al Liceo Classico di Enna), questa tematica viene calata nel contesto della disabilità fisica e mentale. Carol Salamone, sua figlia, nasce prematura all’inizio del sesto mese, sviluppando di conseguenza patologie tipiche del caso, quali la ROP (Retinopatia del Prematuro, definita da una retina non del tutto matura) e sviluppando un lieve ritardo cognitivo.
Numerose sono state le peripezie che la famiglia ha dovuto affrontare al fine di garantire, in primis, un processo di crescita congeniale alle esigenze della piccola. Altrettanto numerosi sono stati i viaggi affrontati per poter far sì che Carol potesse “semplicemente” camminare.
Percorso che è stato tutt’altro che semplice e che ha condotto la famiglia in località come Verona, Ascoli o le Marche, per esempio.
Tali viaggi si sono resi necessari, data la realtà che si prospettava loro: “Non camminerà mai” questa era stata la diagnosi.
O, per lo meno, lo era stata inizialmente.
Mariangela e suo marito hanno deciso di non rassegnarsi, e da una diagnosi che non lasciava via di scampo alla minima speranza, il parere medico è stato stravolto: “Alla fine di un percorso di sei mesi si alzerà, si metterà a camminare”.
Tale prospettiva ha radicalmente cambiato le scelte di vita successive della famiglia, nonostante l’iniziale sfiducia: “Mi sembrava una cosa impossibile” racconta infatti la professoressa, che assieme a suo marito ha dovuto affrontare quella che definisce essere stata la difficoltà più grande: rinunciare per un lungo periodo al lavoro, isolarsi dal mondo circostante.
“Tutto questo percorso è stato difficile, prima da studiare, poi da applicare su di lei” spiega infatti Mariangela Valvo.
E alla fine?
All’età di tre anni e mezzo, Carol ha mosso i primi passi.
“Allo scadere dei sei mesi, Carol si è alzata da terra e ha cominciato a camminare: è stata una grande soddisfazione”.
E se la famiglia si fosse rassegnata al parere medico iniziale?
Si rende fondamentale a questo punto individuare dove risiede il problema: “In altre città manca tanto di quello che c’è ad Enna, però ovviamente molto spesso ciò che c’è ad Enna non è neanche sufficiente”.
Preparazione e competenza emergono con forza dal discorso, rendendosi necessarie ed essenziali. E non solo in ambito sanitario: tra le maggiori difficoltà, anche quella dell’istituzione scolastica.
Qui, infatti, la “Tanto conclamata inclusione NON esiste!”, dichiara la Valvo con fermezza: “È un’utopia”, continua risoluta.
Pur restando ferma nella sua posizione, si concede il beneficio del dubbio: “Possibilmente io mi sono confrontata con delle situazioni, fino ad oggi, che non mi hanno consentito di valutare bene, perché esisteranno delle realtà in cui l’inclusione c’è”. Ribadendo ancora una volta quanto il binomio “Scuola-inclusione” sia effettivamente un’utopia, spiega quanto proprio lo stesso concetto sia stato distorto, scorrettamente interpretato con azioni o provvedimenti che non afferiscono per nulla al suo vero significato.
“Se tu devi fare inclusione, ti devi calare nella dimensione del disabile”.
L’idea divulgata dalle istituzioni e comune a tutti è quella che il disabile debba adattarsi ai “normodotati”.
Ebbene, tale concezione la Valvo la ribalta: “Partiamo dal presupposto che noi genitori sappiamo quali sono i nostri limiti, dove possiamo arrivare: dovrebbero essere i cosiddetti normodotati a venire incontro alle esigenze del disabile e realizzare attività alla sua portata”: in ciò e in ciò soltanto consiste la vera inclusione.
Il metodo completamente errato che fin ora si è perseguito nel veicolare tale concetto è peraltro riscontrabile nei comportamenti che i bambini stessi adottano tra loro: “Mia figlia per qualche tempo ha avuto un’insegnante curriculare che continuava ad inculcare ai bambini il senso di pietà verso mia figlia, tanto che si erano abituati a dirle “poverina”, “mi fa pena” da morire.
Ma si trattava di bambini di cinque anni.
Deve entrare nella mentalità del bambino che ci possono essere persone diverse per svariati motivi e non dipende da loro, ma bisogna accettare chi è diverso e capire le sue esigenze”.
Negligenze paradossali vengono commesse anche dalla legislatura stessa, che nell’ambito scolastico ha varato dei provvedimenti ma non li ha resi applicabili: “Esiste una legge per la continuità didattica per i disabili, ma non c’è il decreto attuativo”: è fondamentale investire sulla formazione dei docenti.
I genitori di Carol hanno dovuto lottare per permetterle di raggiungere diritti fondamentali come quello allo studio.
Facile desumere quanto di vitale importanza per questa bambina e per tutte e tutti coloro che si ritrovano a vivere situazioni simili, sia il sostegno dei genitori, che in primis, a detta della professoressa Valvo: “Non devono chiudersi nell’ambito domestico”.
È giusto, dichiara, che: “Le famiglie si aprano e cerchino le associazioni”, perché solo dal confronto si possono originare delle soluzioni nella speranza che da ciò scaturiscano dei provvedimenti (che possano attuarsi nel concreto) a favore dell’inclusione degli unici, veri protagonisti: i disabili.


