Ci sono due giorni, ad Enna, in cui la pietra parla e il tempo sembra fermarsi, tra lo scrosciare dell’acqua che scorre fresca dai lavatoi di pietra, quella stessa acqua che diede il nome alla radura in periodo arabo, secondo il Littara, “Papardura”. Sono il 13 e il 14 settembre, i giorni do Signuri, quando la pietra , gli stucchi, le meraviglie del santuario del Crocifisso Ritrovato trasudano di devozione secolare.
Un tempo, l’eco di questa festa risuonava nelle campagne vicine per essere seconda per sfarzo e concorso di popolo solo a quella della Patrona.
Una festa sentita, rinomata, amata da grandi e piccini: ecco perché oggi, nel giorno dell’ Esaltazione della Croce, un invito accorato va a tutta la cittadinanza: torniamo a riscoprire il Santuario do Signuri di Papardura.
È meraviglioso scoprirlo a piedi, tra le scalinate perse in mezzo alla fitta macchia mediterranea o seguendo il sentiero della Via Crucis, perdersi tra le sue ombre e le sue luci nell’incanto serale e notturno, quando le insenature della roccia assumano un altro fascino, al suono delle ciaramelle, illuminate dalla fioca luce dei lumini che fanno da corona al Cristo deposto, quando gli stucchi e i grandi dipinti, il tetto a cassettoni, sembrano ruotare attorno al punto focale , il dipinto rupestre del Crocifisso.
Varcare la soglia di quella chiesa fuori dal centro abitato, che svetta sulla vallata, ancorata con’è nella roccia, sospesa tra cielo e terra, significa compiere un viaggio indietro nel XVII secolo, dentro le viscere di una grotta naturale dove il miracoloso Crocifisso dipinto sulla pietra — la stessa pietra che ancora oggi sostiene l’altare- fu ritrovato.
Si narra,infatti, che agli inizi del cristianesimo i pastori e i contadini erano soliti riunirsi nelle grotte, rischiarate dalla luce fioca delle lucerne a olio, sulle pendici di Enna, per pregare. Nel 1546 dentro una di quelle grotte fu fatto costruire un oratorio e fu fatta dipingere sulla parete una scena che raffigurava la Crocifissione. Le tracce della grotta, che fu ricoperta dai detriti, si persero nel tempo. Secondo la tradizione popolare, intorno al 1600, delle pie donne avrebbero sognato che nella parte più alta di Papardura vi fosse effigiata l’immagine di Gesù Crocifisso e che diverse persone che avevano pregato in quel logo fossero state miracolate. Rimossi i detriti accumulati nel tempo apparve la grotta e l’immagine di Gesù Crocifisso dipinta su una lastra di pietra. In tutta la Sicilia si sparse la voce dei tanti miracoli e una moltitudine di gente accorse in quel luogo dove nel 1696 su un ponte in muratura fu edificato il caratteristico santuario inglobato nella grotta nella cui parete è rappresentato il SS. Crocifisso.
Fu proprio lì che la speranza si accese nei tempi più bui per la città , quelli della carestia e della fame, lasciando in eredità un tesoro di prodigi, raccontato in silenzio dalle tavolette ex-voto che custodiscono le preghiere di chi ci ha preceduto.
Papardura non è solo fede: è l’anima agro-pastorale dell’entroterra siciliano ed ennese. È il ricordo dei nostri padri che giungevano a piedi scalzi, u santu viaggiu, in una penitenza profonda che cercava grazia. È il monte Calvario che benedice la città; è il ricordo delle antiche fiere e dei contratti serrati al termine del ciclo agricolo.
Ed è il profumo e il sapore delle cuddurreddi.
Nel 1742, mentre la carestia piegava Enna, un popolo in lacrime, con la corda al collo e i piedi nudi, scese al Santuario. Da quel grido di disperazione nacque un piccolo pane azzimo, plasmato a forma di delta greca a simboleggiare la Trinità. Il miracolo arrivò, abbondante come il grano che riempì ogni granaio oltre misura. Da allora, il gesto si ripete immutato: le mani delle donne si uniscono nella grotta sottostante per impastare la gratitudine e distribuire un augurìo che attraversa i secoli, grazie al lavoro instancabile della congrega dei Massari, depositari e custodi del culto.
Non lasciamo che la memoria sfumi.

