Una città, per continuare a vivere, ha bisogno della sua storia e della sua memoria. Il 6 giugno scorso scrissi un articolo su Floristella, elogiando il recupero della memoria storica ennese in merito alla nostra cultura mineraria.
Il villaggio Sant’Anna, quando sorse, era abitato dai minatori e dalle loro famiglie. Erano poche case, se si pensa all’espansione di Enna Bassa oggi: una comunità che all’inizio ricordava più una grande famiglia che un’area urbana di espansione. Io vivo a Sant’Anna dal 1979 e ricordo ancora il silenzio, la luce, le campagne e le pecore che pascolavano felici tra i primi palazzi e i crocchi di case al quadrivio. Ricordo una piazza molto viva d’estate, dove noi bambini trascorrevamo intere sere a giocare, mentre c’era chi danzava e chi chiacchierava. Chi abitava nei grandi condomini osservava con curiosità i bambini e i ragazzi che vivevano lì da più tempo. Erano famiglie molto dignitose, silenziose, composte, abituate al lavoro e alla vita di una comunità solidale.
Quello che mi affascinava di più era che le uniche persone anziane residenti a Sant’Anna erano i miei vicini di casa; i nonni di tutti noi bambini degli anni Ottanta vivevano a Enna Alta, in centro. Poi iniziarono le costruzioni multiple delle cooperative e la comunità giovanile aumentò in maniera esponenziale. In seguito arrivò il polo universitario, divenuto poi Università Kore, e a ruota aumentarono la quantità e le dimensioni delle attività commerciali, impossibili da proporre a Enna Alta per le metrature ridotte delle antiche botteghe.
Oggi Sant’Anna è il cuore della città bassa, ma il silenzio non esiste più. Con il trasferimento della chiesa su un piccolo promontorio poco distante dall’originale e la dismissione dei locali destinati alla convivialità dei residenti (‘u cammaruni), i momenti di aggregazione sono diminuiti, complice anche un traffico insostenibile nei pressi del quadrivio. Quando si parla del “cuore” di una città ci si riferisce a un elemento importante, necessario e indispensabile. Sant’Anna è il nucleo originario che rivendica – silente – la sua storia. L’unico simbolo che rende onore ai primi abitanti è la statua dal titolo “U Carusu da Surfara” dello scultore Gesualdo Prestipino, che attende anch’essa una collocazione più degna. Nessun docente universitario, nessuno studente transita o si sofferma sulla piazza a ricordarne la storia. In realtà, non lo fanno neanche gli ennesi.
Ma la memoria è presente. La proposta di cambiare denominazione alla parte bassa della città per trasformarla in una generica “Enna città studi” rappresenta l’atto finale di una triplice trasformazione che sta travolgendo il nostro territorio: un processo di gentrificazione, che muta il tessuto sociale d’origine elevando i costi e modificando i servizi; una marcata studentificazione, che adegua gli spazi urbani alle sole esigenze della popolazione universitaria transitoria; e, infine, un profondo decentramento identitario, che allontana emotivamente e culturalmente la città dalle sue reali radici storiche e geografiche.
Questa mutazione formale sgretolerebbe ulteriormente la fragile trama dei ricordi. Sant’Anna, Santa Lucia, Ferrante, Santa Barbara, Enna Due: tutti quartieri e contrade che da tempo vanno sotto il nome di Enna Bassa non possono essere cancellati per un’emulazione milanese. Noi siamo ennesi, sicani, gente degli Erei. Siamo – perché i nostri antenati lo sono stati – contadini, minatori, artigiani, commercianti. Questo distacco forzato dalla nostra storia non dovrebbe appartenerci. Ognuno di noi è ciò di cui si circonda: pensieri, parole, azioni. Una semplice modifica lessicale accelererebbe un processo già in atto di smembramento della memoria, impedendone un facile recupero. Serve una riflessione collettiva, democratica e condivisa da tutti.


