La vulnerabilità del territorio di Niscemi è una ferita che si riapre ciclicamente, gli eventi di questi giorni ricalcano drammaticamente i precedenti storici. Infatti, nel 1790 una frana distrusse gran parte dell’abitato, mentre un evento del 1997 portò all’evacuazione di centinaia di famiglie. Il fatto che dopo quasi trent’anni la storia si ripeta con un fronte esteso oltre 4 chilometri, evidenzia l’insufficienza degli interventi di consolidamento effettuati in passato.
Ignorare e sottovalutare i precedenti segnali geologici, ha fatto sì che oggi Niscemi rappresenti un “disastro annunciato”, non la vittima di un evento imprevedibile, ma di una cronaca documentata che parte dal XVIII secolo.
Schematicamente, tra le cause principali che hanno innescato il movimento franoso si possono annoverare le copiose piogge del ciclone Harry. Queste precipitazioni infiltratesi nel terreno sabbioso permeabile, lo hanno appesantito ed hanno lubrificato gli strati rocciosi più profondi, predisponendoli allo scivolamento verso valle. Ma caricare le responsabilità solo all’intensità del ciclone Harry, sarebbe un insulto alla scienza, perché la pioggia ha rappresentato solo un innesco su un sistema già compromesso, la polveriera è stata la sovrapposizione di decenni di negligenze che hanno trasformato una criticità nota, in una catastrofe senza precedenti.
Oggi preoccupa l’assenza di segnali di assestamento dell’intero versante, indicando che il fronte è ancora drammaticamente in piena evoluzione cinematica.
Va detto che la cartografia relativa al Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I.) redatte nel 2006 a cura dalla Regione Siciliana, avevano ben evidenziato sul bordo meridionale ed occidentale di Niscemi, la presenza di frane in stato di attività e con rischio molto elevato (R4). Ma queste mappe di pericolosità sono state trattate come documenti statici da archiviare in polverosi scaffali, anziché come allarmi operativi che avrebbero dovuto bloccare ogni attività e imporre approfondite indagini sulla stabilità dei versanti.
Consentire l’urbanizzazione e la permanenza in zone confinanti ad aree individuate come R4, ha significato avere accettato implicitamente la possibilità di questo disastro, scommettendo contro la natura.
Riflettiamo come in Sicilia, una regione dal territorio fragile, negli enti pubblici la figura del geologo sia carente; infatti, solo il 5% dei comuni è dotato in pianta organica di questi professionisti e Niscemi malgrado abbia 25.000 abitanti ed una martoriata storia geologica, non fa eccezione. È prassi ricorrere ad incarichi esterni solo a disastro avvenuto, con allerta scientifici che vengono trattati come semplici pratiche burocratiche.
Si combatte una guerra contro il dissesto geologico senza avere i “generali” (i geologi) nelle stanze dove si pianifica e si decide il governo del territorio, preferendo risparmiare sulle competenze tecniche e finendo per pagare un prezzo altissimo in termini di distruzione. In questo modo si trasforma una calamità naturale in un crimine di sistema.
In questa drammatica vicenda l’abbondanza di tecnologie sofisticate, immagini satellitari con accuratezza millimetrica, software di modellazione 3D, non è riuscita a tradursi in una reale strategia di salvaguardia, un nuovo caso inspiegabile in cui la scienza non trovando un interlocutore amministrativo disposto ad ascoltare, è rimasta in silenzio.
Niscemi, rimarrà un simbolo, non per il numero di sfollati, non per i metri cubi di terreno interessati dalla frana e nemmeno per il primato europeo di estensione coinvolta, ma per il fallimento della prevenzione, che non è tecnico, ma culturale e politico.
La lezione da imparare è che la vera prevenzione non è un software sofisticato, ma il coraggio di ascoltare la scienza e tradurla in fatti concreti. Per Niscemi purtroppo è già tardi.
Geologo Fabio Tortorici


