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19.11.2022 – LA SCOMPARSA DEGLI ARCHEOLOGI: IL LABORATORIO SICILIA

Riccardo Dicembre 10, 2022 8 minuti letti

IL SISTEMA SICILIANO DI TUTELA: LE SOPRINTENDENZE MULTI–DISCIPLINARI

Istituite con lo scopo di costituire la colonna portante del sistema multidisciplinare di tutela e gestione dei Beni Culturali in Sicilia, così come definito nella L.80/77 e nella L.116/80, delle Soprintendenze uniche siciliane, ripartite su base provinciale e suddivise in sezioni disciplinari dirette da specialisti, oggi non rimane che una pallida ombra. Le leggi 80 e 116, tuttora vigenti, prescrivono che le unità operative tecnico-scientifiche debbano essere almeno cinque (precisamente: per i beni archeologici, ambientali, architettonici, bibliografici e storico-artistici) e che vengano dirette da professionisti specializzati nel settore di competenza (archeologi, architetti, storici dell’arte etc.)

In seguito ad un semplice atto amministrativo disposto dal precedente governo Musumeci nel giugno di quest’anno, all’interno delle nove Soprintendenze provinciali sono rimaste solo due grandi Unità Operative, rispettivamente afferenti ai Beni archeologici, bibliografici e archivistici, la prima, e ai Beni architettonici, demo-etnoantropologici, storico-artistici e paesaggistici, la seconda. A guidare tali unità operative, in virtù del disposto della L.R. 10/2000, sono nominati Dirigenti del Ruolo Unico della Dirigenza, per lo più provenienti da altre amministrazioni e non dotati dei titoli previsti dalla normativa vigente sulle professioni dei beni culturali, sebbene all’interno delle stesse sezioni spesso siano presenti i funzionari archeologi o storici dell’arte, assunti con concorso nel 2005. Per quanto riguarda le sezioni dei Beni Archeologici, bibliografici e archivistici, attualmente nessuna delle 9 Sezioni è diretta da un archeologo. Si aggiunga che solo all’interno di 7 Sezioni Archeologiche è presente almeno un archeologo tra i funzionari istruttori e che ben 2 sezioni (Enna e Caltanissetta) non contano all’interno dell’organico neanche un archeologo.

Appare evidente, pertanto, che il sistema presente non può garantire la tutela, prevista dalla Costituzione, dell’immenso patrimonio archeologico della Regione, soprattutto in una fase storica, nella quale le esigenze di tutela sul territorio si sono moltiplicate a dismisura, anche in conseguenza dell’emergenza sanitaria e socioeconomica che ha investito la Sicilia e l’Italia tutta e che ha evidenziato la necessità di dare risposte celeri ai numerosissimi progetti di sviluppo, afferenti ora all’incremento della rete energetica o all’erogazione di bonus per l’edilizia, ora all’utilizzo dei fondi europei del Recovery Plan. L’urgenza di realizzare rapidamente i piani di sviluppo amplifica continuamente il rischio che l’immenso patrimonio archeologico della Regione subisca danni irreparabili e che si possa ripetere ciò che accadde nel secondo dopoguerra con l’industrializzazione condotta a tappe forzate, che obliterò, a volte per sempre, testimonianze archeologiche uniche, danneggiando in maniera irreparabile il paesaggio storicizzato e i beni culturali, patrimonio comune.

Accertata l’illegittimità della disposizione della Giunta regionale, in quanto atto amministrativo che sovverte la norma regionale che prevede la presenza di ben cinque sezioni tecnico- scientifiche nelle Soprintendenze siciliane, la nostra Confederazione, insieme con l’associazione Memoria e Futuro ha impugnato il D. P.R. S. N. 9/2022 davanti al Consiglio di Giustizia Amministrativa, chiedendone l’annullamento, al fine di ripristinare l’assetto multidisciplinare del sistema regionale di tutela.

IL SISTEMA SICILIANO DI TUTELA: MUSEI E PARCHI ARCHEOLOGICI

I Musei siciliani non hanno più una pianta organica e l’assetto istituzionale previsto dalle leggi regionali istitutive 80/1977 e 116/1980 ancora vigenti. La maggior parte di quelli archeologici sono ormai inglobati nei Servizi “Parchi archeologici”, fino all’assurdo che il centenario Museo “Paolo Orsi” di Siracusa non ha più un direttore! Fa eccezione il Museo “A. Salinas” di Palermo, che, per fortuna, è diretto da una archeologa. Questo Istituto, le Gallerie d’Arte di Palermo, Siracusa e Trapani e il Museo Interdisciplinare di Messina, sono rimasti fuori dal sistema dei Parchi, e, quindi, dai grandi trasferimenti di risorse economiche.

Dunque in Sicilia manca un sistema museale integrato e diffuso nei territori, anzi, al contrario, le diverse istituzioni museali sono state isolate rispetto ai Musei archeologici e i Musei di varia natura,

inglobati nei cosiddetti “Parchi archeologici” che in realtà accorpano luoghi della cultura disparati e tutte le aree archeologiche demaniali, andando ben oltre i confini delle perimetrazioni territoriali loro assegnate dai decreti di istituzione.

Per quanto riguarda, infine, la dotazione di personale dirigenziale va rimarcato il fatto che delle quattro Istituzioni contenenti Beni storico artistico solo una sola è diretta da una storica dell’Arte, e che all’interno di queste tutte le unità operative sono dirette da dirigenti che non sono storici dell’arte, nonostante siano in servizio funzionari direttivi storici dell’arte (vedi tabella allegata). Anche nel Museo archeologico di Palermo, negli altri Musei archeologici e nei 14 Parchi archeologici, a capo di tutte le unità operative tecniche non ci sono archeologi (a parte una!), nonostante siano in servizio un buon numero di funzionari direttivi archeologi (vedi tabella allegata).

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La mancanza degli specialisti negli incarichi di responsabilità degli Istituti museali siciliani sta producendo un sistematico demansionamento dei funzionari direttivi assunti nel 2005 tramite il Concorso per “dirigenti tecnici archeologi, archivisti, storici dell’arte” e degli “esperti catalogatori” che vengono privati di autonomia nelle attività di studio e tutela del patrimonio museale, fino all’incredibile di impedire a questo personale in servizio da quasi vent’anni l’accesso ai depositi.

Perdendo le proprie mansioni specialistiche, i funzionari “scientifici”, come si chiamavano un tempo, non sono più in grado di programmare e progettare gli interventi necessari allo studio, catalogazione e conservazione dell’immenso patrimonio culturale custodito nei depositi museali, per il quale da anni i giudici contabili chiedono una inventariazione, anche per le finalità di promozione culturale a beneficio delle comunità locali.

Paradossalmente la Giunta Musumeci, per risolvere i problemi della gestione dei depositi, ha deciso di ricavare un gettito da una maxi-procedura di prestiti dei beni culturali ivi custoditi, perché vengano utilizzati dai privati per scopi commerciali. Per fortuna la forte mobilitazione contro la cosiddetta Carta di Catania e i relativi decreti assessoriali del dicembre 2020, purtroppo tuttora vigenti, ha finora impedito che si avviasse il procedimento di “dismissione” in massa del patrimonio museale. Occorre tuttavia tenere alta l’attenzione sul tema, chiarendo che solo la ricerca scientifica può condurre alla reale “valorizzazione” dei beni culturali in custodia – non “in giacenza” – presso gli Istituti museali siciliani. La qualità delle azioni di ricerca ha, infatti, una immediata ricaduta sulla qualità delle azioni di promozione, divulgazione e comunicazione del patrimonio culturale che gli Istituti museali hanno il compito di realizzare nei confronti dei loro diversi fruitori.

Per uscire dalla attuale drammatica “agonia del sistema” non occorrono modifiche legislative ma basterebbe semplicemente applicare le leggi regionali e nazionali che affidano la responsabilità delle attività sui beni culturali ai professionisti previsti dall’art. 9bis del Codice dei beni culturali e del Paesaggio. I funzionari direttivi archeologi e gli storici dell’arte, infatti, poiché hanno titoli specialistici postlaurea, dovrebbero essere incaricati delle postazioni dirigenziali per cui non ci siano dirigenti in possesso dei requisiti richiesti per legge, ai sensi del comma 6 dell’art.19 del D. Lgs. 145/2001, come avviene regolarmente nel Ministero della Cultura, con grande risparmio di spesa. Nel MIC, infatti, i dirigenti sono solo i Soprintendenti e molti Musei e Parchi archeologici sono diretti dai funzionari archeologi. Invece in Sicilia si preferisce assegnare la direzione dei Parchi e Musei archeologici ad agronomi e geologi che hanno fatto la loro carriera nei più disparati dipartimenti regionali che nulla hanno a che fare con i beni culturali.

Solo, quindi, invertendo la rotta e restituendo le adeguate competenze scientifiche alla direzione degli Istituti di tutela e dei Luoghi della Cultura siciliani si possono attivare processi virtuosi di conoscenza del patrimonio museale che conducano alla realizzazione di “progetti culturali” per la “messa a valore” del Patrimonio della Nazione che coinvolgano i tanti professionisti dei beni culturali costretti in questi decenni ad “espatriare” oltre lo Stretto.

Per progetti culturali intendiamo interventi “sostenibili” sia da un punto di vista conservativo dei beni sia per l’uso sociale che se ne vuole fare: qualcosa di ben diverso quindi dagli attuali spropositati interventi proposti nel Parco di Selinunte per l’anastilosi di quattro colonne del Tempio G a suon di milioni, o la ricostruzione, inutile e dannosa. di un Telamone del tempio di Zeus Olimpio nel Parco di Agrigento, doppione di quello già esposto nel Museo P. Griffo. L’immenso patrimonio archeologico conservato in Sicilia non ha bisogno di inutili esibizioni sfarzose di potere, ma di una manutenzione programmata del “museo diffuso” nei nostri territori. Solo “progetti culturali” fondati sulla conoscenza scientifica possono, infine, utilizzare l’innovazione digitale per realizzare l’idea di “Open Museum”, una Istituzione che sappia dialogare con la società, rendendo “pubblico” il significato culturale del patrimonio di memorie custodito nei suoi spazi espositivi e nei depositi.

Relazione presentata a Roma il 19.11.2022 durante il Congresso della Confederazione Italiana Archeologi

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Riccardo

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