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Legambiente: Sicilia, tra dissalatori e mancata depurazione ci si avvia alla nuova estate

Riccardo Aprile 1, 2025 5 minuti letti

Sicilia, tra dissalatori e mancata depurazione ci si avvia alla nuova estate

In queste ore si torna a parlare di acque e del possibile ritorno sulla scena siciliana della emergenza idrica. Infatti, nonostante le copiose precipitazioni scese durante la stagione invernale ed ancora in questo primo scorcio di primavera, la situazione degli invasi e delle falde non è tale da giustificare sonni tranquilli e ben poco è stato fatto per modificare la pessima situazione infrastrutturale che caratterizzò l’emergenza occorsa durante il 2024.
Ad oggi, rimanendo alla disponibilità per lo scopo potabile, a parte il caso dell’Ancipa, che ha raggiunto circa 27 milioni di metri cubi sui trenta di massimo invaso, gli altri bacini sono tutti sotto con punte estremamente preoccupanti, il Rosamarina ha solo 18 milioni di mc dei suoi 100 invasabili, il Garcia-Francese 18 sugli 80, solo 8,8 milioni su 32 al Piana degli Albanesi e un decimo della capacità al Fanaco. Insomma ci vuole poco per immaginare uno scenario simile a quello già vissuto nel breve giro di un paio di mesi.
In tutto questo la Regione Siciliana si è intestardita nella realizzazione di tre dissalatori da collocare a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Va ricordato che si tratterebbe di reimmettere nel sistema tre dissalatori che preesistevano e che furono dismessi proprio perché, dopo il miglioramento di alcune connessioni e acquedotti, il loro costo appariva davvero spropositato. E va oltremodo sottolineato come il contributo di quei tre dissalatori non è mai stato tale da garantire un aumento significativo della dotazione di acqua fornita ai territori interessati.
In realtà infatti, la manutenzione straordinaria, o il completo rifacimento dei vari sistemi acquedottistici che hanno perdite di esercizio che superano anche il 60%, consentirebbe una immissione in rete pari a quella attuale, e cioè senza acqua dissalata. Ci sarebbe quindi una maggiore disponibilità, a fronte di un minore costo per gli utenti. È evidente, infine, che un intervento di riduzione o eliminazione delle perdite, produrrebbe effetti permanenti a lungo termine
In buona sostanza, con riferimento al settore idropotabile, essendo la crisi idrica siciliana non causata (solo??) dal cambiamento climatico o dalla siccità stagionale, ma il frutto di una cattiva gestione ormai ventennale (se ci riferisce all’ultima riforma), non può essere affrontata con interventi emergenziali, ma risolta affrontando i nodi gestionali
Inoltre non si possono non condividere le valutazioni tecniche e le preoccupazioni manifestate dall’Ente Gestore della Riserva Regionale delle Saline di Trapani e Paceco, il WWF, sul fatto che il riavvio dell’impianto possa pregiudicare l’integrità dei Siti Natura 2000 interessati ITA010007 “Saline di Trapani” e ITA010028 e “Stagnone di Marsala e Saline di Trapani- Area marina e terrestre” della Rete Natura 2000.
Legambiente Sicilia non può che considerare la scelta come l’ennesima dimostrazione di scarsa capacità tecnica dell’apparato che a queste scelte sovraintende sia politicamente che tecnicamente. Il progetto, affidato a Siciliacque, si configura già come un fallimento prossimo venturo e appare forieri di nuovi, pesanti danni ad un sistema naturale di particolare fragilità già sottoposto a forti pressioni a causa della vicinanza alle aree urbane, commerciali, portuali e industriali del trapanese.
Insomma, scelta la strada più costosa, la Regione punta poi a scegliere il peggior luogo sul quale operare.
Nel frattempo la Corte di Giustizia della UE, il 27 marzo scorso, considerato che a distanza di oltre 10 anni dalla prima fase del procedimento che nell’aprile 2014 aveva appurato che l’Italia non aveva dato esecuzione alle Direttive UE in materia di depurazione dei reflui, accettando la proposta di un nuovo ricorso della Commissione Europea in ragione del fatto che, oltre 20 anni dopo la scadenza dei termini di recepimento previsti dalla direttiva e nove anni dopo la sentenza del 2014, l’Italia non si fosse ancora pienamente conformata con riferimento a cinque agglomerati — Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini, Trappeto (Sicilia) e Courmayeur (Valle d’Aosta).
Nella sua sentenza, la Corte constata che, in relazione a questi cinque agglomerati, l’Italia non aveva adottato tutte le misure necessarie all’esecuzione della sentenza del 2014 alla data di scadenza del termine impartito nella lettera di costituzione in mora (il 18 maggio 2018), al fine di ottemperare agli obblighi ad essa incombenti in forza della direttiva, e che, con riferimento a quattro agglomerati (quelli siciliani), tale inadempimento persisteva ancora alla data dell’udienza dinanzi alla Corte (13 novembre 2024).
La Corte di giustizia condanna quindi l’Italia a pagare una somma forfettaria di 10 milioni e una penalità di EUR 13 687 500 per ogni semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 2014, a partire da oggi e fino alla completa esecuzione della sentenza del 2014.
Insomma possiamo prevedere con buona certezza che nel 2025 le somme da sborsare saranno almeno pari a 36 milioni di Euro, certamente ben maggiori di quelle utili a attrezzare seriamente i centri privi di sistemi.
Come al solito viene a galla una diffusa disattenzione ai temi dell’ambiente ed una totale mancanza di percorsi di adattamento all’incombente cambiamento climatico.

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Riccardo

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