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Riapre la caccia, ma c’è ancora di illegale in Italia I dati del CABS: il caso della Sicilia

Riccardo Settembre 20, 2020 6 minuti letti

Riapre la caccia, ma c’è ancora illegale in Italia
I dati del CABS: il caso della Sicilia

Pubblicato l’annuale rapporto del CABS sui reati venatori. Lo studio prende in esame le comunicazioni istituzionali delle forze dell’ordine, stampa accreditata, interventi delle Guardie venatorie volontarie e trae un bilancio a livello nazionale di cosa debbano aspettarsi quest’anno gli animali selvatici da chi impugna la doppietta o piazza delle trappole.
Il report, la cui prima edizione risale ormai al 2011, include per l’ultima stagione i dati compresi dal primo febbraio 2019, giorno successivo alla chiusura della caccia, fino al 31 gennaio del 2020.
In tutto nel corso dell’anno sono stati registrati 434 eventi contro la fauna selvatica (59% in danno della fauna alata, 25% contro mammiferi e restante parte riguardante sequestro munizioni, caccia in periodo di divieto etc.) per un totale di 1147 denunciati, in calo rispetto ai numeri degli anni precedenti. Spicca, tra le diverse tipologie di denunce, l’alta percentuale di specie protette e particolarmente protette uccise da chi viola legge (34%). All’interno di tale percentuale raggiunge persino l’85% la quota spettante alle specie particolarmente protette, ossia a quelle ove massimo è il grado di protezione riservato dalla legislazione nazionale e comunitaria. Seguono, entrambi al 17%, i casi riguardanti l’uso di trappole e richiami elettromagnetici, il mancato rispetto del periodo di divieto (11%), l’uso di altri richiami illegali (8%), la caccia in area di divieto (7%) e le armi modificate (3%).

Premesso ciò, non può che apparire grave come, tra le specie particolarmente protette centrate dai bracconieri, risultino primi gli uccelli rapaci (29%) sia notturni che diurni. Come è noto si tratta di animali ad alta valenza ecologica che si trovano all’apice della piramide alimentare e per questo equilibratori insostituibili delle popolazioni delle diverse prede tra cui i roditori.

Significative poi appaiono le percentuali che distinguono le categorie di persone sanzionate in possesso di licenza di caccia e non. Escludendo un 3% non specificato si tratta rispettivamente del 63% e 34%. Insomma sono principalmente i cacciatori a bracconare, anche se meno che negli anni precedenti, quando raggiungevano percentuali dell’80%. Nel 2019 infatti le forze dell’ordine hanno intensificato i loro sforzi nel controllo del mercato dei falsi uccelli “d’allevamento”, andando a colpire categorie di bracconieri più indirettamente o marginalmente coincidenti con il mondo venatorio.
Eppure l’incidenza del mondo venatorio rimane evidente sotto un altro aspetto. Il 72% dei reati venatori, infatti, vengono registrati nei cinque mesi di svolgimento della stagione di caccia.

Lo studio evidenzia da ultimo, ma non per importanza, l’assenza di controlli in una materia – la caccia – dove si gioca la salute della biodiversità italiana ed europea. Nel rapporto del CABS, infatti, si evince come in un anno 340 delle 1147 persone denunciate (29,6%) siano riferibili all’attività di guardie venatorie volontarie, zoofile o ecozoofile, attivatesi con il supporto di agenti di polizia giudiziaria (CFS, Polizia Provinciale, Carabinieri, Polizia). Il numero più alto di persone denunciate deriva da operazioni dei Carabinieri Forestali (638 persone, 65%), di cui 187 vanno addebitate alla SOARDA, la speciale Sezione Operativa Antibracconaggio Reati in Danno degli Animali. Si riducono, invece, le operazioni dei pochi nuclei rimasti della Polizia Provinciale, falcidiata dalla riforma della pubblica amministrazione. In tre anni sono passati dal 18% del totale ad appena l’8%.

Rispetto a un quadro di certo non confortante in tema di repressione degli illeciti venatori, non si può non sottolineare come gli stessi vengano considerati dalla legge di settore in vigore come semplici reati contravvenzionali invece che sanzionati, come più volte chiesto dal CABS e dalle altre associazioni, con i più incisivi reati delitti. Tale mancata previsione appare ancor più incomprensibile nel momento in cui le previsioni di legge esistenti in Italia in tema di animali d’affezione prevedano l’applicazione di questa seconda più potente categoria di reati. Delle negligenze italiane se ne era evidentemente accorta l’Unione Europea la quale, proprio in merito a ciò, aveva aperto un fascicolo Eu-Pilot ossia un provvedimento propedeutico alla procedura d’infrazione. Dopo anni di inerzia le autorità italiane hanno redatto, in risposta al provvedimento europeo, un piano nazionale contro il bracconaggio. Tale insieme di “riforme” riusciva evidentemente a convincere gli uffici di Bruxelles a chiudere il fascicolo EU-Pilot. Peccato che tale piano sia ad oggi inattuato. Nessuna modifica alla legge di settore, vecchia di quasi mezzo secolo e aggiornata solo per la matematica conversione in euro delle basse sanzioni pecuniarie espresse in lire.

IL CASO DELLA SICILIA

In Sicilia sono stati registrati il 5% dei denunciati per reati venatori nazionali (sesta regione italiana). Vale però la pena rilevare come tali percentuali siano in assoluto basse, considerata la vigilanza realmente disponibile, nonché la diffusione di alcune forme di bracconaggio tipiche dell’isola. Si tratta, in particolare, della cattura di fringillidi e in particolare dei Cardellini che tutt’oggi, nonostante gli interventi dei Carabinieri Forestali, continuano ad essere esposti la domenica mattina nel mercato palermitano di Ballarò. Questo incredibile esempio di illegalità rappresenta probabilmente solo la punta di un iceberg. La cattura dei piccoli uccelli canori è ancora molto diffusa in tutta la Regione.

Molto frequente è altresì l’uso di richiami elettromagnetici il cui compito è quello di attirare l’avifauna selvatica presso la postazione di caccia.

Alla luce di ciò non può che sottolinearsi la frammentarietà dei dati disponibili sulla vigilanza. A fronte dei 34.922 siciliani si contrappone un Corpo Forestale della Regione Siciliana avviato all’estinzione (l’ultimo concorso risale a diversi decenni addietro) e un numero non adeguato, specie nei presidi territoriali, dei Carabinieri Forestali. Pochissimo si sa in merito delle Polizie Provinciali, molte delle quali, ancora prima della riforma che ne ha sancito la soppressione salvo provvedimenti regionali, erano prevalentemente destinate ad altri servizi. Di fatto in Sicilia l’unica che si occupa di lotta al bracconaggio è la polizia provinciale di Ragusa.

Eppure l’isola ospita ben due dei sette blackspot del bracconaggio menzionati dal piano nazionale antibracconaggio del Ministero dell’Ambiente (Stretto di Messina e trapanese). Un dato rilevante, che conferma la diffusa presenza del bracconaggio, è quello desumibile dall’attività delle Procure. Nel 2018, infatti, sono state indagate 120 persone per reati di caccia, senza considerare le procure di Agrigento e Barcellona Pozzo di Gotto di cui non si hanno dati. 22 degli indagati sono stati denunciati dai Carabinieri Forestali del SOARDA e dei nuclei CITES dell’isola. Secondo i dati forniti dalla polizia provinciale di Ragusa nell’arco di 13 anni il rapporto fra controllati e delinquenti è 1/14: decisamente alto. Molto poco altro però si sa dell’operato e dei numeri del Corpo forestale regionale. Secondo il rapporto ex art. 33 L.157/92 compilato dalla Regione, gli agenti che si occupano di vigilanza venatoria sarebbero 538, peccato che 433 di questi siano guardie volontarie e che i dati sulla polizia provinciale (sono indicati solo 5 agenti, relativi alla provincia di Catania) e sul Corpo forestale regionale (81 agenti) siano parziali per stessa ammissione della Regione.

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