Viale d’autunno
Il vecchio palmento
Ottobre è il mese delle grandi raccolte, dall’uva alle noci, alle castagne, fino alla grande epifania dell’olio nuovo.
Un tempo, ai piedi della nostra città-monte o nascosti nelle grotte sotto le abitazioni, c’erano diversi palmenti. Nonostante la mancanza di una importante tradizione vinicola, molti avevano piccole vigne e raccoglievano per fare ciascuno il proprio vino. Anche io facevo il vino, in quegli anni, un po’ per seguire la tradizione di famiglia, un po’ perché mi dava l’occasione di parlare a lungo con i miei amici attorno alle botti di castagno, all’imbottigliatore, al fornelletto artigianale per fondere la cera lacca. A fine agosto si uscivsno ogni sera le botti per fare inumidire le doghe in modo tale che gonfiassero e tornassero di nuovo impermeabili. Poi si riscaldavano grandi tegami d’acqua con il bicarbonato e si sciacquavano agitandole lentamente, contro il proliferare dei batteri che altrimenti avrebbero portato all’acidificazione del vino. Infine, apparse ormai le nebbie autunnali, si saliva al palmento, ad aspettare le partite migliori di uva. Il signor V., dopo averle spremute, mi dava un centinaio di litri di mosto per fare il vino e poi mi riservava cinque litri di mosto fiore per bollirlo sulla cucina a legna e fare il mosto cotto.
Sono passati molti anni da quel tempo, decenni, eppure quando l’autunno comincia ad invecchiare, verso metà ottobre, mi ricordo ancora come l’odore dei palmenti invadeva la valle sotto la nostra città, il balsamo sprigionato dalla bruciatura delle vinacce. C’era una piccola bocca di fuoco perenne, anche notturna, sotto la rocca occidentale all’altezza della chiesa dello Spirito Santo: erano le vinacce esauste che bruciavano lentamente, giorno e notte, accogliendo sempre nuove uve.
I cieli di novembre
Era la metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando il cielo in autunno veniva solcato da innumerevoli voli di storni. Per più di un decennio, una grandissima colonia di questi uccelli così particolari, velocissimi e chiassosi, arrivava alla fine di settembre e restava fino a febbraio. Li vedevi al tramonto rifugiarsi, con voli pindarici e velocità folli, sul canneto del lago. Dopo essersi sparsi per le campagne durante il giorno, mangiando semi, olive, resti di frutti di ogni tipo, all’imbrunire si radunavano in enormi gruppi con il caratteristico volo sincronizzato che tanto colpisce chi li osserva: ogni esemplare segue i movimenti dell’esemplare accanto e tutto lo stormo si muove come una cosa sola. Tra l’altro, durante queste fasi di raduno, i falchi e le poiane tentavano l’assalto per prenderne qualcuno: si formavano delle straordinarie figure nel cielo che, da un lato, permettavano allo stormo di schivare gli affondi e dall’altro creavano dei veri e propri gruppi d’assalto dove gli uccelli si avvicinavano tra loro aumentando la densità dello stormo e impaurendo i malcapitati rapaci. Sono almeno quindici anni che simili scene non si vedono più sul lago. L’enorme colonia si è probabilmente spostata altrove, e non torna più, né a settembre né mai.
Il pomeriggio del giorno dei Morti
Dopo le visite al cimitero, quest’anno, ho fatto una lunga passeggiata, pensando che sì, molte cose stanno cambiando intorno a noi ad una velocità estrema, i nostri luoghi si svuotano, i volti che abbiamo incontrato nel tempo scompaiono. Eppure il nostro dovere resta quello di testimoniare, di non dimenticare chi siamo stati, e chi vogliamo essere.
Mi fermo dal signor V. in attesa che si cuociano la castagne al sale. Mentre aspetto, incontro il mio vecchio amico Santino: lavoriamo insieme a scuola da tanti anni. Anche lui aveva appena terminato la visita al cimitero. Dopo un affettuoso saluto, mi dice: “tu pure in giro nel pomeriggio del giorno dei Morti?”.
“Si – gli rispondo. Ho bisogno sempre di passeggiare un poco dopo essere stato dai miei morti. I miei morti… In fondo dovremmo dire i nostri morti, se è vero che la campana suona per ognuno di noi, come diceva il poeta.”
“John Donne – mi risponde lui, di antica consuetudine con la poesia inglese. E inizia a recitare: Ogni morte d’uomo mi diminuisce, perché io partecipo all’Umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa suona per te. ”
“Mi ricordi il titolo della poesia?” gli chiedo con avidità.
“No man is an island. Nessun uomo è un’isola, nella traduzione più comune.”
“Già – gli faccio eco – nessun uomo è un’isola.”
Le castagne sono pronte, le prendo ringraziando il signor V. e le offro al mio caro amico. Le mangiamo insieme, osservando in silenzio il crepuscolo diventare sera, soffusa di brume. Alcuni locali, rosticcerie, bar, stanno appena aprendo, illuminando la strada vuota.
Non ci diciamo più niente e, finite le caldarroste, ci salutiamo con un abbraccio.
Mentre mi allontano penso alla bellezza di quei versi, allo straordinario romanzo di Hemingway che li riprende nel titolo, testimonianza di fratellanza e di lotta contro le ingiustizie.
Torno indietro a prendere l’auto, e le luci rosse della città dei morti danzano nel buio tra la nebbia.
Nessun uomo è un’isola.
Luca Alerci
Novembre 2025


