Molti sono i visi di cui rivedo lo sguardo, nel dolce ricordo delle tante settimane sante della mia vita. In questo periodo dell’anno, tutto scorre con un tempo diverso: le ore di adorazione scansionano le giornate al posto di quelle consuete che scorrono nei nostri orologi, e il triste rumore bianco del quotidiano viene sostituito dalle nenie delle bande musicali, tragiche ma cullanti.
La festa è l’unico tempo che noi siciliani sentiamo realmente trascorrere, una sorta di nostalgia del presente, una trance collettiva. Ce lo hanno insegnato i nostri maestri, Sciascia in primo luogo, ma anche Consolo.
Moltissimi anni fa – non ricordo con esattezza – il lunedì santo eravamo a San Tommaso in attesa che passasse l’ora di adorazione. Una nebbia fittissima, spesso compagna di questa settimana particolare, faceva arrivare solo l’eco delle marce funebri, e a stento scorgevamo le insegne portate in processione. Decidemmo allora di ripararci dall’umidità e entrammo al Bar. Molti di noi ricordano quel bar e i due proprietari, che non ci sono più: i motti e l’arguzia dell’uno, i silenzi caparbi dell’altro. Sopra il bancone facevano bella mostra le fotografie e le coppe conquistate da una squadra di calcio cittadino che per tanti anni avevano supportato. Altri avventori entravano e, visto il tempo, spesso chiedevano un mezzo Biancosarti. I proprietari ci accolsero con l’affetto di sempre, e da dentro vedemmo passare le sagome dei confrati, mentre la musica si diffondeva, e gli abitanti del quartiere, ancora numerosi in quegli anni, rincasavano dopo aver reso omaggio all’incarnazione, la più significativa delle insegne.
Non è facile dire cose nuove sul senso di queste tradizioni in Sicilia, non dopo gli intellettuali di cui dicevamo, e dopo gli studi etnografici di tanti protagonisti dell’antropologia, Maraini, Di Martino, Lomax solo per citarne alcuni. L’unica cosa che posso provare a fare è, come sempre, ricordare.
La nostra città ha subito, purtroppo, un lungo periodo di sconvolgimenti urbanistici. Io penso che ne siamo responsabili un po’ tutti, poiché non si è trattato di un singolo abuso, dovuto magari ad una sola speculazione. Si è trattato in fondo di un progetto condiviso dai cittadini, esplicitamente o implicitamente: un’idea di modernizzazione basata su presupposti purtroppo inadeguati e in fondo drammaticamente sbagliati. Accompagnare il cammino dei confrati, nell’unico momento in cui la città si libera dall’assedio delle nostre auto, con il suono di musiche arcane (A mia madre, Afflitta, Ai caduti di Cassino, Salita al Calvario, questi alcuni dei titoli più famosi), ci permette però di vedere quanta luce è capace di riflettere ancora la pietra ocra degli edifici risparmiati dalla trasformazione, e di capire quanta storia ancora abbiamo da tramandare. Si, ci sono state scelte insensate, come il noto abbattimento del Palazzo Varisano al Piano delle Case grandi, dimora medievale di straordinaria importanza. Ma restano altre dimore medievali integre, altri straordinari lacerti delle tante che c’erano. Resta il patrimonio delle tante chiese. Confesso che molte di queste emergenze storiche e architettoniche le ho scoperte proprio grazie ai riti e alle feste popolari, di cui questi luoghi sono fulcri imprescindibili: non posso dimenticare, ad esempio, lo stupore di fronte alla grande sagrestia del Duomo nella veglia silenziosa del giovedì santo, e, sempre nella chiesa Madre, il momento della caduta della tileddra, quando ancora era in uso quella grandissima, dipinta, che copriva tutto l’abside centrale.
Qualche giorno fa, nel tardo pomeriggio, mi trovavo con i vecchi amici, sulla grande scalinata del Duomo. Il silenzio era protagonista di quei momenti dopo la processione. Ci ricordammo ad un certo punto di Don Pippino il sagrestano, un uomo singolare, di origini campane (mi chiamava infatti Lucariello). Aveva viaggiato per tutta la vita, e anche negli ultimi anni ogni tanto misteriosamente partiva per alcune settimane. Nessuno di noi lo ha mai realmente conosciuto fino in fondo ma ci voleva bene e noi gliene volevamo. Un giorno, mentre ci stava facendo visitare la torre campanaria, cominciò a parlare di una campana particolare, di lutto, detta la campana du picchiddru. E ci disse che aveva conosciuto l’ultimo addetto al suono di questa campana, un uomo senza nome, noto lui stesso come u picchiddru, completamente identificato con il ruolo che svolgeva.
Cominciai allora a pensare a quanto sia insieme amara e dolce la vita in questi luoghi dove non succede niente, e ci raccontiamo solo piccoli fatti, come quello a cui ho appena accennato.
Quando da ragazzo iniziai a partecipare ai riti della Settimana Santa, trovavo irresistibile indovinare i pensieri dei mille sguardi che potevo osservare non visto, protetto dalla candida visiera (anche se in quegli anni ancora si rientrava dal cimitero a visiera alzata per tutta la seconda parte della processione). Mi chiedevo chi fossero le persone di cui vedevo scorrere i volti, se fossero felici o infelici, amati; tanti avevano gli occhi pronti al pianto per l’intensità del rito.
La vita in un luogo remoto come il nostro è una vita inespressa, nascosta a sé stessa? Sicuramente è una vita fatta di attese.
Luca Alerci
Aprile 2025


