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  • Cultura

Racconti da Enna: Il rifugio di guerra – di Luca Alerci

Riccardo Marzo 2, 2025 4 minuti letti
enna 1

Il rifugio di guerra

 

Rientravo da scuola in anticipo: due missili Scud erano appena caduti su Lampedusa, laggiù nel mare che pure da quassù si intravede nei giorni più limpidi di Settembre.
Correvo verso casa piangendo e scrutando il cielo, verso un orizzonte che temevo di non vedere mai più se non avvolto dal furore dell’apocalisse.
Appena fui a casa attesi il ritorno dei miei con mio fratello e piansi di paura. Poco a poco tornai in me e, dopo aver fatto i compiti, decisi di andare con i miei a fare spesa. Aveva da alcuni mesi aperto uno dei primi supermercati della nostra piccola città. Tra me pensavo che dovevamo fare scorta di cibo e di beni necessari, di fronte alla minaccia così prossima di un conflitto. Mentre riempivamo il carrello, vedevamo altri carrelli di altri avventori anch’essi pieni, stracolmi: la paura, irrazionale o giustificata che fosse di fronte alla minaccia dei missili, aveva preso tutti. Uscendo, incontrammo Mariano, un nostro grande amico, e con mio padre si misero a scherzare: notai che vedendolo si rasserenò parecchio e, per esorcizzare, si mise a raccontare un episodio della guerra vera che aveva vissuto da bambino, la seconda guerra mondiale. Insieme con la cugina Carmineddra erano andati a cercare frutta sugli alberi tra il castello e la rocca. Avevano fame nera, fame di guerra:
“tu non te la puoi neanche immaginare una fame così” – disse a Mariano che era più giovane, nato nel dopoguerra già proiettato al benessere.
Mentre era arrampicato sui rami malcerti di un vecchio fico, sorretto dalla cugina, iniziarono a rombare i motori degli aerei alleati, da poco sbarcati in Sicilia. Essendo ancora bambini, non capirono subito la situazione, nonostante stessero crescendo in fretta tra le macerie della civiltà europea. Ad un certo punto, un giovane soldato italiano che li aveva visti dal suo avamposto, cominciò a gridare: “sganciano, sganciano!” Quel ragazzo aveva capito che si trattava di una pattuglia di bombardieri e si mise a correre disperato:
“ci prese con le sue braccia forti, strappandoci alla morte, e scagliandoci sotto una roccia sporgente, al riparo” – disse mio padre e ancora tremava mentre raccontava la storia. Mariano lo guardò per un po’, stupito della fragilità di un uomo che aveva sempre visto forte e saldo. Ci salutammo, nuovamente confusi e preoccupati, pensando che, incredibilmente, dopo quaranta anni la guerra poteva tornare.
Vivemmo ancora giornate di grande incertezza, poi a poco a poco la paura diminuì, quegli eventi clamorosi furono ridimensionati dai fatti successivi e tutto fu lentamente riposto nei cassetti della storia. Cose che si raccontano, come si dice dalle nostre parti.

II

Oggi, dopo altri quaranta anni, la follia della guerra si avvicina di nuovo al nostro mondo, un mondo guidato da mostri, che esibiscono la loro inumanità come un vanto: i miei ricordi di quella crisi con la Libia di Gheddafi nel 1986 o le memorie della seconda guerra mondiale, che mi hanno tramandato in famiglia, tornano a visitare i miei sonni, tramutandoli in veglie angosciose. Come potremo proteggere i nostri figli, tutto quello che abbiamo costruito grazie ai nostri padri?

III

Una mia zia, la chiamavamo Rituzza, perdette entrambi i genitori durante un bombardamento nell’estate del 1943. Si erano rifugiati nelle grotte che si aprivano in quello che oggi si chiama Corso Sicilia, il rumore era quello che ci doveva essere in un girone d’inferno, ogni cosa tremava, anche le vecchie e sagge rocce di cui è fatta la nostra montagna. Ma tutti si sentivano comunque al sicuro, dentro il ventre della terra, calda e tenera. Si sbagliavano. Uno spezzone incendiario cadde proprio davanti agli ingressi delle grotte-rifugio, l’alito caldo della morte penetrò troppo in profondità, dove si stringevano in abbracci fatali tante famiglie. Quel fumo irrespirabile, quell’afrore, convinsero molti ad uscire scappando, correndo come impazziti. Alcuni non ce la fecero e morirono, oscenamente calpestati dai compagni di paura. Tra questi morirono i genitori di mia zia, che da allora fu accolta da mia nonna e crebbe con i cugini diventati come nuovi fratelli.
Sciascia nel bellissimo libro La scomparsa di Majorana, citando La terra desolata di T. S. Eliot, così descrive l’incubo nucleare: “vi mostrerò il terrore in un pugno di polvere”. La polvere della creazione, la polvere impalpabile dell’atomo, la polvere unico frutto della guerra atomica. Mi sono sempre chiesto cosa avessero fatto i sopravvissuti di quella strage nel rifugio dentro la roccia, una volta usciti fuori. Avranno cercato i loro cari, i fratelli, le madri, i padri, gli anziani. Li avranno trovati ricoperti appunto di polvere, e li avranno abbracciati, fossero vivi o fossero morti: tutti chiusero gli occhi per non soffrire il calore dell’esplosione, alcuni non li riaprirono mai più.

Luca Alerci
Marzo 2025

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