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  • Cultura

“Racconti di Enna”: Lo scopone con Bergonzi – Di Luca Alerci

Riccardo Novembre 8, 2024 5 minuti letti
stagione lirica

Lo scopone con Bergonzi

Le case storiche del nostro altipiano hanno una struttura canonica: il piano sulla strada e il piano rialzato nascondono spesso degli ipogei, tuttora in alcuni casi lasciati con le pareti di roccia affiorante. Sono le grotte o, come si dice nella lingua antica, i catoi dove un tempo vivevano gli animali, o si conservavano le derrate alimentari per l’inverno, e in quelle oscurità si apriva la bocca del forno a legna, ad illuminare vite dure e faticose, pronto a cuocere il necessario pane settimanale, ma che nei periodi difficili doveva durare anche più di due settimane.
Racconterò una storia ambientata in una di queste case, appoggiata alle rocce del quartiere di San Vilasi, nome debitore della cospicua influenza francese sulla nostra lingua regionale.
Erano gli ultimi giorni di luglio del 1956, e nel Teatro al Castello andava in scena La Gioconda di Amilcare Ponchielli (insieme a Otello, Manon Lescaut, L’Elisir d’amore e al rarissimo Romulus di Salvatore Allegra). C’erano molti cantanti tra i più rinomati della scena dell’opera in quegli anni, e per quelle stagioni estive era del resto una consuetudine. Tra i protagonisti de La Gioconda, spiccava nel cast il nome di un ancor giovane Carlo Bergonzi: sarebbe ben presto diventato il massimo interprete dell’eroe verdiano, con il suo canto misurato, nobile, aulico.
Ma torniamo a La Gioconda di quel luglio 1956.
Come alcuni ancora ricordano, le rappresentazioni al Castello si fondavano sulla partecipazione dei cittadini ennesi: i maestri di musica locali venivano chiamati a rinforzare gli organici orchestrali delle compagnie itineranti (ricordiamo negli anni più o meno vicini a noi i nomi dei Vetri, degli Spina, dei Colina, dei Puleo) e molti ragazzi e ragazze figuravano tra le comparse.
Ma sto divagando. Cosa c’entra quindi la casa tra i vicoli di San Vilasi? Quell’anno ospitò un evento che nella mia memoria rimane come una pietra miliare della storia delle stagioni liriche al Castello. Certo, sicuramente le cose non andarono per come mi accingo a raccontarle ma, che volete, invecchio e mi piace sognare ancora di più.
Nel salotto in rosso di quella casa, al piano che si direbbe nobile (se fossimo in un diverso contesto), vediamo seduti il padrone di casa, la sorella, il fratello più piccolo e, perfettamente a suo agio, proprio il grande tenore, Carlo Bergonzi, che aveva risposto all’invito per la fama che la famiglia aveva di grandi giocatori, professori di carte, si diceva. Bergonzi era intento a memorizzare le sequenze delle carte che via via uscivano, seppur distratto da quell’ambiente che per lui doveva essere comunque familiare: le case della piccola borghesia di provincia, dalla sua Romagna fino all’esotica Sicilia, si assomigliano in fondo tutte, tutte con le stesse ingenue pretese, tutte con i salottini damascati aperti solamente per nascite e lutti, tutte gabbie dolcissime di vite dimenticate.
Quel giorno, poi, le donne di casa stavano preparando qualcosa per l’ospite d’onore: un solenne Pan di Spagna, cotto nella cosiddetta turtera riposta dentro il forno a cupola svuotato delle braci, nel cuore del catoio. L’odore che lentamente saliva da sotto terra sino ai piani rialzati generava una sorta di corrente di piacere, un fiume di seduzione, e probabilmente fu responsabile di molte mani un po’ irregolari del tavolo, a causa della deriva dei sensi in quei giocatori guidati da un balsamo irresistibile. Lo scopone scientifico è un gioco dove il caso c’entra davvero poco, è un’ossessione, può far rinnegare amicizie e, perchè no, mettere a dura prova vincoli familiari. Letteratura e cinema ne sono stati spesso amari cantori. E quel giorno Bergonzi lo scopone lo perdette. Il suo compagno, del resto amabile padrone di casa, fu investito da quella voce potente che riempiva le arene e gli immensi teatri: “doveva essere il tre di coppe la carte da tirare, bastava quello e avremmo vinto!”. Il malcapitato compagno aveva provato a sparigliare l’accoppiamento dei sette dei cartari. Errore imperdonabile: gli avversari non ci cascarono e nell’insistenza un poco ottusa su questa strategia passarono via via carte e denari, oltre ovviamente ai sette destinati, secondo lo schema inflessibile del gioco, appunto ai cartari. Bergonzi l’aveva capito, ma il suo compagno no.
Per un po’ di tempo dopo l’alto lamento per la sconfitta, dal volume mai udito prima, non si mosse. Ma poi sorrise, da uomo di teatro, si alzò e ringraziò tutti molto cortesemente. Doveva tornare a provare la parte, ma mentre stava per raggiungere l’uscita, dopo l’ultima rampa di scale, fu raggiunto nuovamente dall’odore del Pan di Spagna. “Ne posso avere una fetta?” chiese con eleganza. Ne prese una abbastanza grande e, dietro consiglio della padrona di casa, lo intinse nel latte caldo appena portato dal pastore del vicino quartiere Cirasa. Lo mangiò, osservato amorevolmente da tutta la famiglia che lo aveva ospitato, bevve lentamente il latte residuo. Si alzò. Regnava un silenzio teso, come una lunga pausa in una partitura. “Vi ringrazio di cuore per l’invito a giocare. Ho perduto una bella partita di scopone, ma ho guadagnato uno dei più bei pomeriggi della mia vita”, disse così e prese commiato.
Quella sera si esibì con una passione e una intensità inediti. Fu travolto dagli applausi.

Nota dell’autore
Tutte le notizie riportate sulle stagioni liriche al Castello sono vere. La foto riporta la locandina di queste stagioni, frutto del talento di Gigi Fazzi.
La partita di scopone si è svolta davvero, ma nei camerini del teatro al Castello, con Bergonzi e le comparse ennesi, tra cui mio padre. Il resto è certamente verosimile, ma pur sempre frutto di invenzione.

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Riccardo

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