L’esercito silenzioso dei rimpatriati: quattro giovani su dieci tornano in Italia
Nell’ultimo quinquennio sono stati più di 129 mila, con un trend in forte crescita rispetto al 2011.
Non una fuga ma la scelta consapevole di fare un’esperienza formativa all’estero è spesso alla base
della decisione di partire. Si punta al benessere complessivo non solo a un lavoro meglio retribuito
Roma, 14 settembre 2026 – È un piccolo esercito che non fa clamore quello degli oltre 129 mila
giovani italiani rimpatriati nell’ultimo quinquennio. Non un fenomeno sporadico ma un trend in
consolidamento: i rientri in Italia ogni 100 trasferimenti all’estero erano 26 nel quinquennio 2011-
2015, sono diventati 31 in quello successivo, per arrivare a 40 tra il 2021 e il 2025. Sono alcuni degli
elementi che emergono dal Focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Il rientro dei giovani
dall’estero: numeri e tendenze”, nel quale si analizzano trend e motivazioni di questo fenomeno, che
si muove in senso contrario rispetto alla così detta “fuga dei cervelli” e assume dimensioni sempre
più consistenti.
I dati riguardano giovani tra i 18 e i 39 anni che hanno deciso di rientrare in Italia dopo un’esperienza
all’estero. L’età media per il rientro è di 29,6 anni: giovani maturi che hanno probabilmente deciso
per il rimpatrio dopo un periodo di formazione o un’esperienza professionale. Come dimostra una
ricerca di Fondazione Studi su un campione di italiani all’estero, nella quale ben il 41,5% indica
queste motivazioni alla base della decisione di trasferirsi Oltreconfine. Guardando alla geografia dei
rientri emerge che la maggior parte provengono da Germania e Regno Unito, con 42 rimpatri ogni
100 espatri, ben sopra la media europea, pari a 32,5. A sorpresa, tra le destinazioni dei giovani cervelli
rientrati in Italia, il Sud non è affatto fanalino di coda, con il 31,7% dei rientri. La sola Sicilia attrae
il 9,2% dei giovani rimpatriati, testa e testa con il Lazio, al 9%. Stacca, invece, la Lombardia che si
piazza al primo posto con il 19,8%.
Proprio le mete di quanti scelgono di tornare in Italia suggeriscono poi un altro dato importante,
confermato dall’indagine di Fondazione Studi, ovvero che la decisione va spesso oltre le sole
valutazioni relative alla retribuzione, per abbracciare una più ampia dimensione di benessere
personale. Infatti, sebbene la maggioranza dei ripatriati avesse già la sicurezza di un posto di lavoro
al rientro, ben il 37% ha trovato lavoro solo dopo essere tornato in Italia. E guardandosi indietro chi
ha deciso ti rimpatriare non si pente della scelta: più del 70% si dice più soddisfatto della propria
situazione personale; mentre il 53,5% considera quella professionale alla pari o migliore. Non a caso
gli aspetti del mondo del lavoro giudicati migliori o uguali rispetto all’estero sono le opportunità di
conciliazione vita-lavoro (75%), seguite dal contesto/clima di lavoro (67,9%), dalle tutele del
lavoratore (64,3%) e dai benefit (60,7%); mentre soltanto il 42,9% indica salari adeguati al costo della
vita. “Quello dei rimpatri è un fenomeno sempre più rilevante per il Paese. Per questo è importante
non solo favorire il rientro – percorso già in atto – ma anche creare le condizioni perché la scelta possa
essere duratura nel tempo e per valorizzare pienamente le esperienze maturate all’estero”, ha
commentato il Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro Rosario De Luca.


