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Interris.it: Scelzo: “L’informazione è parte dell’emergenza Covid”

Riccardo Settembre 25, 2020 5 minuti letti

Scelzo: “L’informazione è parte dell’emergenza Covid”

Intervista di Interris.it ad Angelo Scelzo, ex vicedirettore della Sala stampa della Santa Sede e sottosegretario del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali
da
Giacomo Galeazzi –
ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05 Settembre 25, 2020

“Il rapporto tra informazione e pandemia ha lasciato sul terreno una serie di problemi e di visioni tutte ancora da approfondire”, afferma a Interris.it Angelo Scelzo, ex vicedirettore della Sala stampa della Santa Sede e sottosegretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali.
Scelzo, una vita per l’informazione

Firma storica di Avvenire(dove è stato capo della redazione romana e inviato speciale) e del Mattino di Napoli, Angelo Scelzo ha ricoperto gli incarichi più importanti nella comunicazione vaticana. Sottosegretario al dicastero per le comunicazioni sociali, vice-direttore dell’Osservatore Romano, direttore dell’agenzia Fides, responsabile delle comunicazioni per gli eventi del Grande Giubileo del 2000, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede. Spiega a Interris.it Angelo Scelzo: “E’ un fatto che, attraverso l’informazione, la pandemia è entrata in maniera decisamente invasiva nella vita di ognuno di noi. In questo senso siamo stati un po’ tutti ‘contagiati’. E abbiamo potuto renderci conto come l’informazione sia parte essenziale di un evento che ha sconvolto un po’ tutti”.Qual è il valore sociale dell’informazione in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso?

“Si tratta di un valore essenziale. L’informazione è connaturata alla comunicazione. Vale a dire all’elemento cardine e, in larga misura, fondativo di un mondo sempre più globalizzato e connesso. L’informazione è come il primo alfabeto di riferimento dal quale scaturisce il vocabolario complessivo e coordinato per un linguaggio comune”.Può farci un esempio?

“In questo senso l’informazione non riguarda più soltanto l’acquisizione di notizie. Ma entra a far parte di un sistema interconnesso, di una ‘rete’ naturale che, al di là delle stesse tecnologie, consente di allargare i campi di dialogo e di conoscenza. Migliorando così il rapporto non solo tra i singoli ma anche tra le comunità”.I social media possono aiutare a trasmettere il valore della legalità alle nuove generazioni?
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“Devono farlo. Nessuno può illudersi che il loro messaggio sia neutro. Non lo è nessun messaggio e tantomeno i social possono sottrarsi a una responsabilità che li chiama in causa in maniera diretta e frontale. Sappiamo, e sanno anche essi, che la loro efficacia è straordinariamente alta. Una vera e propria massa d’urto alla quale non eravamo abituati. Se, anche nella conduzione corrente, i social non trasmettono il valore della legalità, significa che la loro comunicazione cammina su un binario morto”.
A cosa si riferisce?
“La comunicazione dei social rischia di diventare una forma di ‘contro comunicazione’, capace di immettere veleni in un corpo sociale già insidiato da troppe debolezze. Naturalmente la responsabilità è ancora maggiore nei confronti delle nuove generazioni- Poiché sono essi, in sostanza, a guidare i nuovi sistemi di comunicazione. E soprattutto la sempre più numerosa famiglia dei social”.
Da martiri cristiani ed eroi civili don Puglisi e don Diana quale lezione possono trarre oggi i giovani?
“Una lezione semplice, come la loro testimonianza. cCn il bene, anche in questo mondo così sconvolto e disorientato, si fa sempre piu strada, è possibile andare avanti. Il male è un grande freno all’umanita e a tutti i suoi valori. È, in qualche modo, la negazione stessa dell’umanita, il non riconoscerla, non darle valore. Don Puglisi, don Diana, come don Roberto Malgesini, il prete degli ultimi a Como, hanno mostrato con il loro sacrificio da che parte stare”.
Cosa insegnano con il loro martirio?
“Continuano ad illuminare un cammino che porta lontano. Sono dunque guida e orientamento. Parlano ai giovani con il linguaggio antico e universale dell’amore, della donazione, del darsi agli altri senza misura. Sono pagine di Vangelo sfogliate per tutti noi”.
Don Giuseppe Diana
Quanto conta nella società attuale il rispetto delle regole?
“Il rispetto delle regole e il primo passo di ogni cammino di giustizia e di rispetto verso gli altri. Le regole non sono imposizioni. Ma il modo più lineare e corretto per costruire l’edificio del bene comune. Esse sono nient’altro che un patto che impegna ognuno di noi a tenere conto dei diritti e dei bisogni dell’altro. Sono le regole a ricordarci che nessuno di noi et un’isola e che la vita va vissuta insieme. Non sono un limite alla libertà, poiché la libertà è un bene collettivo, riguarda e appartiene a tutti”.
Comportarsi bene ha un valore sociale?
“E’ un bene collettivo ma non possessivo, nel senso che essa appartiene a tutti, ma non è esclusiva di nessuno. Le regole sono un po’ l’aria in cui la libertà respira. Senza di esse rischierebbe di estinguersi poco alla volta”.
Un’emergenza collettiva come la pandemia rende o meno più pervasiva l’informazione?
“È perfino superfluo sottolineare il ruolo dei nuovi media, particolarmente i “social’. Ma l’attesa, giorno per giorno, dei risultati del contagio, ha creato anche il clima di un’attesa mediatica di vecchio stampo. Quando, soprattutto alla radio, si era in ascolto di notizie importanti, i bollettini di guerra. Quel nome di ‘bollettino’, richiamato in vita dalle cifre della pandemia, è parso sintomatico. Si comunicava non qualcosa di ordinario, ma un evento. E dopo mesi siamo ancora nella condizione di dover prestare attenzione a questa forma di comunicazione antica e nuova allo stesso tempo”.

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Riccardo

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