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Interris.it Giuliana Sgrena a Interris.it: “L’Europa non è in pace, delocalizza i conflitti”

Riccardo Luglio 30, 2020 9 minuti letti

Giuliana Sgrena a Interris.it: “L’Europa non è in pace, delocalizza i conflitti”

L’inviata di guerra, sequestrata nel 2005 in Iraq, denuncia a Interris.it; “Numerosi sono i conflitti che continuano da decenni nell’ indifferenza sia della politica che dei media”
da
Giacomo Galeazzi –

 

“Numerosi sono i conflitti che continuano da decenni nell’ indifferenza sia della politica che dei media- afferma a Interris.it Giuliana Sgrena, l’inviata di guerra rapita nel 2005 dai jihadisti a Baghdad. Il sequestro in Iraq, la liberazione e poi l’ulteriore trauma dell’uccisione dello 007 Nicola Calipari che stava portando a termine l’operazione di intelligence per riportarla in patria. “Non è vero, come spesso si dice, che l’Europa ha vissuto per 75 anni in pace, ha solo delocalizzato i conflitti a cui i vari paesi europei, Italia compresa, partecipano- evidenzia Sgrena-. Perché nessuno è interessato a risolverli? Proprio perché sono stati fomentati da potenze più o meno grandi per rispondere a interessi economici o geostrategici”.
Giuliana Sgrena, una vita in prima linea

Piemontesa di Masera, in privincia di Verbania, Giuliana Sgrena ha intrapreso la carriera giornalistica all’inizio degli anni Ottanta lavorando per la rivista Pace e Guerra e nel 1988 è approdata a Il Manifesto, occupandosi soprattutto di temi relativi alla cultura islamica e alla condizione delle donne nei paesi musulmani. Corrispondente estero in Algeria, Somalia, Palestina e Afghanistan (tra gli altri paesi), il 4 febbraio 2005 è stata rapita dall’Organizzazione per la Jihad islamica mentre si trovava a Baghdad come inviata de Il Manifesto. Il 4 marzo dello stesso anno è stata liberata dai servizi segreti italiani (nell’operazione ha perso la vita Nicola Calipari, funzionario del Sismi che aveva condotto le trattative per il rilascio). Ha ricevuto il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2003) e il premio giornalistico Saint Vincent (2005). Autrice di diversi libri centrati sul mondo islamico (tra i quali, Il ritorno-Dentro il nuovo Iraq), dal 2011 si è dedicata all’analisi dei movimenti rivoluzionari della Primavera Araba. Oltre che con Il Manifesto, Giuliana Sgrena, come ricorda Treccani.it, collabora con Rainews 24, il settimanale tedesco Die Zeit e l’agenzia internazionale di informazione Ips.Che guerre sono quelle “dimenticate” dall’Occidente?

“Sono conflitti che non solo non hanno risolto problemi ma hanno contribuito alla distruzione di paesi e delle generazioni che dovrebbero garantirne il futuro. Mi ricordo, per esempio, l’intervento in Somalia del 1992 denominato Restore hope, non solo non è servito a ridare speranza al paese ma l’ha lasciato senza speranza per il futuro. Chi oggi si pone ancora il problema della Somalia?”.Perchè?

“Si parla della Somalia solo quando gli Shebab, i jihadisti che imperversano nel Corno d’Africa, compiono qualche attentato fuori dai loro confini o una italiana viene rapita e torna convertita. Ma anche in quel caso non si riflette sulle responsabilità dell’occidente: l’affermarsi dei jihadisti è stato possibile perché il paese era dilaniato dalla guerra e ridotto alla fame, allora i sauditi, come fanno spesso, hanno diffuso la loro versione integralista dell’islam facendo leva sulle necessità primarie della popolazione”. Qual è la condizione delle donne in Somalia?

“L’ultima volta che sono stata in Somalia, ormai parecchi anni fa, le donne somale, che nella loro storia non hanno mai portato il chador ma solo un velo elegante coordinato con i colori dell’abito e che non copriva tutti i capelli, si mettevano il chador (di colori sgargianti per non assuefarsi completamente al rigore wahabita) per ottenere cento dollari al mese. Gli orfanotrofi erano tutti gestiti da sauditi, alle bambine, anche piccolissime, imponevano un pesante chador e insegnavano solo in arabo (il somalo non ha nulla a che vedere con l’arabo) e la storia saudita. Così come nelle scuole coraniche, le uniche scuole allora in funzione”.In quali condizioni si trova oggi la Palestina?

Israele non ha rispettato nessuna delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu (e in casi come questo ad altri paesi è stato imposto l’embargo) e ora vuole annettersi gran parte della Cisgiordania già disseminata di colonie ebraiche. Con l’appoggio di Trump Netanyahu vuole eliminare un popolo costretto a vivere su una minima parte del suo territorio storico: i palestinesi vivono ormai in bantustan senza continuità territoriale. Per non parlare dei prigionieri politici, delle carcerazioni preventive e di tutte le violazioni dei diritti umani. È notizia di questi giorni la distruzione di un centro anti-Covid a Hebron, e non è l’unico caso. C’è da chiedersi perché non si tocchi Israele?”.Che risposta si è data a questo interrogativo?

“Perché Israele è considerato il gendarme dell’occidente in Medioriente, così come l’Arabia saudita, anche se ultimamente è considerata un po’ meno affidabile. Comunque, anche se gli autori dell’attacco alle torri dell’11 settembre erano sauditi, Stati uniti e alleati hanno attaccato l’Afghanistan”.Alla luce della sua profonda conoscenza dell’Iraq, cosa sta accadendo in quel martoriato paese e perché si è smesso di parlarne?

“I media (e i politici) si sono dimenticati dell’Iraq perché se ne parlassero dovrebbero ammettere non solo che è stata scatenata una guerra sulla base di una fake news (che Saddam aveva le armi di distruzione di massa) ma anche che la guerra ha distrutto un paese culla di una civiltà millenaria. Se l’obiettivo della guerra era quello di controllare i pozzi di petrolio è stato un fallimento così come il controllo geostrategico della regione, l’Iraq infatti è sotto il controllo dell’Iran”. E’ una questione economica?

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“Le ricchezze del sud del paese a maggioranza sciita (soprattutto i giacimenti petroliferi di Bassora) sono suddivise tra le varie milizie armate dei partiti religiosi sciiti. Il Kurdistan iracheno è di fatto uno stato dentro lo stato e la zona sunnita è stata dilaniata dallo Stato islamico. Dal 2011 l’Iraq è interessato da proteste che negli ultimi anni si sono rafforzate contro le condizioni di vita, la povertà, la corruzione. In Iraq l’elettricità è garantita ancora oggi solo per 5-8 ore al giorno, il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto le risorse anche se l’attività petrolifera si è ampliata”.Chi paga il prezzo più alto?

“Tredici milioni di iracheni (su 40) vivono sotto la soglia di povertà e la disoccupazione giovanile è arrivata al 40 per cento. L’acqua è inquinata, l’istruzione molto bassa, ai tempi di Saddam (sicuramente un dittatore sanguinario) l’Iraq vantava l’istruzione e il sistema sanitario migliori in Medio oriente. La protesta, che coinvolge soprattutto i giovani e le donne, dall’ottobre 2019 si è radicalizzata, escludendo le forze politiche come quella di Muqtada al Sadr (sciita radicale) che precedentemente aveva sfruttato la mobilitazione a scopi elettorali”. Cosa chiede la piazza?

“Ora la piazza chiede il cambiamento del sistema. Obiettivo che è anche del movimento che ha mobilitato milioni di algerini dal febbraio 2019. Purtroppo tra le vittime del Covid 19 ci sono questi movimenti che stanno interessando diversi paesi (oltre a quelli citati, il Libano, il Sudan) e che di fronte all’epidemia hanno dovuto rinunciare alle manifestazioni ma che continuano a mantenere le loro rivendicazioni. Questi movimenti di massa e assolutamente pacifici, una vera novità in Medio oriente e in Africa, non hanno interessato la nostra stampa troppo provinciale e miope di fronte ad avvenimenti che pure accadono molto vicino a noi”.universitàQuanto incide la pandemia in atto?

Il Covid-19 è stato ed è una tragedia soprattutto per i paesi più poveri. Finora sembrava che la pandemia, partita dall’Asia, attraversato l’Europa e raggiunto le Americhe, non avesse lo stesso impatto sull’Africa, ma negli ultimi tempi il numero dei contagi e dei decessi ha cominciato a salire. Si è parlato di quasi 16mila decessi e 750mila persone infettate, non ci sono dati precisi ma esperti temono che il continente più povero stia per entrare in una fase acuta dell’epidemia. E tra i contagiati vi sarebbero molti operatori sanitari, come è successo ovunque”. Come potrà evolvere la situazione?

‘La pandemia sta accelerando’, afferma infatti John Nkengasong, direttore dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc). Con l’aumento della diffusione del virus, avverte Nkengasong, il pericolo è che «i nostri ospedali vengano travolti’. E se si pensa alle carenze del sistema sanitario in Africa, gli effetti potrebbero essere catastrofici. Inoltre, difficilmente i paesi più poveri potranno facilmente entrare in possesso del vaccino, anche quando sarà disponibile. La caccia all’accaparramento è iniziata tra i paesi più ricchi a scapito dei più poveri”.Qual è il ruolo della cooperazione internazionale?

“In questa situazione la cooperazione dovrebbe aiutare i paesi del sud a costruire dei sistemi sanitari per far fronte non solo alle situazioni di emergenza come questa, o come lo è stato ebola per l’Africa occidentale, ma per migliorare le condizioni di vita. L’Oms aveva appena dichiarato la sconfitta di ebola, per la quale si è trovato il vaccino, che una nuova pandemia mette a dura prova sistemi sanitari fragili. Naturalmente per poterlo fare occorrono impegni importanti e sarebbe molto più efficace una cooperazione europea piuttosto che di ogni singolo stato. Penso che la cooperazione dovrebbe essere inserita in una visione di politica estera non basata sulla cooperazione militare (finora prevalente), ma di sviluppo ecologicamente compatibile e non scaricando tecnologie obsolete e inquinanti sui paesi che si dice di voler aiutare”.
Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro illuminato con il tricolore

E l’Italia?

“Sono temi che dovremmo cominciare ad affrontare nel nostro paese ma l’elaborazione di un nuovo modello di sviluppo e cooperazione non può essere limitata alle emergenze come quella dei migranti, deve avere ampi orizzonti”. Si riferisce agli interessi geopolitici?

“Le alleanze politiche si creano anche sulla base della cooperazione e degli aiuti: la recente nuova intesa tra il Kurdistan iracheno e la Cina è nata proprio sull’invio di aiuti per far fronte al Covid-19 appena si è presentata la necessità. La Cina senza interventi militari, ma esclusivamente economici ha conquistato l’Africa. Si tratta di un nuovo colonialismo? Può darsi, ma c’è chi ancora oggi cerca di conquistare mercati, l’accesso alle materie prime, concessioni petrolifere, interventi per la ricostruzione imponendosi con le armi, magari con il pretesto di esportare la democrazia e questo è sicuramente più ipocrita e devastante”.

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