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Il tempio perduto di Henna – di Gaetano Cantaro

Riccardo Marzo 27, 2022 10 minuti letti
santa ninfa

Il tempio perduto di Henna.
L’antica Henna, quale sede primigenia del mito, fu uno dei più importanti luoghi di culto demetriaco del Mediterraneo. Si narra che intorno al 133 a.C., il Senato romano ebbe a inviare una delegazione di 15 uomini, composta dai sacerdoti dell’insigne collegio dei “decemviri sacris faciundis”, i quali vi giunsero al fine di invocare il perdono della “più antica Cerere”, auspicando così di porre fine alla guerra civile che in quel tempo imperversava a Roma a causa dell’uccisione del Tribuno della plebe Tiberio Gracco e della guerra servile scoppiata in Sicilia, con epicentro nella stessa Henna.
I luoghi sacri comprendevano la vasta area oggi delimitata dal Castello di Lombardia (che in epoca classica non esisteva) nonché la cosiddetta Rocca di Cerere, sulla cui sommità erano ubicate due statue colossali raffiguranti Cerere e Trittolemo nonché l’ara sacrificale, ben visibile in una incisione realizzata nel 1781 dal pittore francese Claude-Louis Châtelet.
Altri edifici di culto si trovavano nell’area oggi occupata dal Duomo ed in quella occupata dalla Chiesa di Montesalvo, ove sorgeva il tempio di Bacco.
Enna non ci ha restituito templi maestosi come quelli di Agrigento ma il ritrovamento di alcune colonne di modeste dimensioni lascia ipotizzare la presenza diffusa di edicole votive tipo “Naiskos”, con colonne e timpano altolocato, all’interno delle quali erano ubicate le statue delle divinità.
La ricostruzione di tale edificio di culto si può oggi ammirare all’interno della chiesa di San Biagio, ove si trovano i resti di due antiche colonne rastremate (alla base di una di esse si scorge una iscrizione latina da interpretare) sormontate da un timpano di fattura settecentesca. È questo l’esempio di come doveva apparire in antico il “Naiskos”, monumento tipico della “Via sacra” ennese costituita da un percorso a più fermate che i fedeli seguivano durante le funzioni religiose, attirando pellegrini da tutta la Sicilia.
La strada di accesso al santuario ennese risaliva a sud-est dall’attuale Contrada Baronessa fino a giungere alla piccola valle ubicata tra la rocca di Cerere ed il castello di Lombardia, oggi denominata Santa Ninfa. Qui si trovava la “Fonte delle Ninfe”, una misteriosa fontana monumentale di cui molti a Enna hanno sentito parlare ma che nessuno ha mai visto in quanto sepolta da detriti e spazzatura riversati nel corso degli ultimi cento anni.
Dobbiamo immaginare un’area molto suggestiva, dove piccoli sacelli ed edicolette votive erano immersi nel verde rigoglioso e profumato della natura incontaminata e dove il tempo era scandito dal gorgoglio di limpide acque sorgive promananti da fontane utilizzate per le abluzioni rituali. Lo scenario mistico dominato dalla sacra rocca, la cui forza espressiva conteneva in se la manifestazione del sacro (ierofania litica), era completato dal tipico eco dei santuari demetriaci che risuonava in tutta la vallata, certamente a quel tempo ben frequentata anche da artigiani e commercianti di terrecotte votive.
L’area sacra era accudita da una casta sacerdotale femminile, come si evince da un frammento di lapide tufacea del II – III sec. d.C., rinvenuto nel 1942 in località Porto Salvo, oggi esposto nel museo archeologico di palazzo Varisano. Trattasi di una iscrizione funeraria che la “sacerdotessa pubblica di Cerere” di nome “Tettia”, avrebbe realizzato per sigillare l’urna cineraria del figlio Iulio.
Nel corso delle ricerche archeologiche del 2008, venne alla luce un santuario rupestre di epoca ellenistica composto da una ventina di piccole edicolette votive rettangolari, alcune con timpano triangolare, scolpite nella viva roccia di un terrazzamento aperto in direzione dell’Etna ed aggettante sulla valle di Santa Ninfa. Probabilmente in esse venivano esposti figure sacre in terracotta e lucerne ad olio che incrementavano la suggestione del sito. Si rinvenne, inoltre, un’ampia sala rettangolare semipogeica (“lesche”), munita di bothros (fossa circolare destinata alle offerte), funzionale alla celebrazione dei banchetti rituali pertinenti al culto della Cerere ennese.
La descrizione del rito di libagione è contenuta nell’”Edipo a Colono” del celebre drammaturgo greco Sofocle (496-406 a.C.): “prima viene attinta acqua da una sorgente perenne; alcune brocche, che stanno nel santuario, vengono coronate con lana di agnello appena tosata e riempite di acqua e miele; il sacrificante, avanzando verso oriente, rovescia le brocche verso occidente per tre volte; poi depone i rami di olivo tre volte là dove la terra ha assorbito il liquido e prosegue con una muta preghiera, allontanandosi senza volgere indietro lo sguardo”. La libagione, prima del vero bere, rappresentava un sacrificio di primizie caratterizzato dalla irrecuperabilità: nessuno poteva più raccogliere ciò che era stato versato, tuttavia, come scriveva il filosofo greco Luciano di Samosata “le anime traevano nutrimento dalle libagioni”.
All’interno del castello di Lombardia sono venute alla luce una trentina di cavità circolari campaniformi usate come depositi di offerte votive di grano ovvero di oggetti in terracotta.
Tra le primizie della terra gli ennesi offrirono a Cerere la testa del bue, animale utile ad aprire il seno della terra ed a trarne i frutti, esso era anello di congiunzione tra l’uomo e la terra, così come l’uomo era l’anello fra la terra e gli dei. Ed è proprio la testa del bue, sormontata dal chicco di grano, ad essere raffigurata nelle monete ennesi della prima epoca (340-335 a.C.), ciò in quanto il tempio della dea sorgeva sopra una rocca scoscesa ove era difficile ascendere con un animale pesante, intero e vivente. Pertanto, sull’ara sacrificale veniva offerta la sola testa del bue raffigurata con infule sulle corna (bende sacrificali) nella emilitra in bronzo del IV sec. a.C..
In epoca bizantina, con l’avvento del cristianesimo, il complesso di edicolette votive di valle Santa Ninfa venne obliterato da una piccola basilica paleocristiana ed alcune edicolette vennero contrassegnate da una croce al fine evidente di “esorcizzare” il culto pagano ivi praticato. Pertanto, in età tardoantica questa parte dell’Acropoli mantenne la destinazione sacrale, forse legata a rituali funerari in considerazione dei numerosi sepolcri di età bizantina rinvenuti nei paraggi, fino all’interno del terzo cortile orientale del vicino castello di Lombardia.
Durante la prima metà del IX secolo d.C., a causa delle incursioni islamiche, questa parte dell’Acropoli venne fortificata con una torre e un muraglione a doppia cortina costruito utilizzando le pietre della chiesetta paleocristiana, che all’epoca doveva già essere in disuso. Allo stesso periodo risale la costruzione di una piccola caserma addossata ad una grotta, destinata all’alloggiamento di un corpo di guardia.
Alla base della rocca di Cerere prosperava un rigoglioso bosco sacro a Cerere, delimitato da cippi monumentali, di cui uno pubblicato nel 1931 dal celebre archeologo Paolo Orsi. Nel monumento, alto 2 metri e largo 1,60, era incisa in lingua greca la dicitura: “Arxos Dam Ennaion”, una dedica a “Demetra, dea degli Ennesi” realizzata verso la fine del IV sec. a.C.. Le traduzioni proposte sono “Arxos a Demetra degli Ennesi” ovvero “Arxos dei Damatriasti degli Ennesi”, dove Arxos era forse il capo o il comandante ed il termine “Damatriasti” era un’associazione dedita al culto di Demetra. Purtroppo, da quando Orsi ne ha dato notizia pare che questo prezioso monumento sia scomparso nel nulla.
Pertinente al culto demetriaco erano la grande vasca ed i pozzetti terrani scavati nella roccia, collegati da canalette per lo scorrimento dell’acqua sorgiva, ubicati nell’antichissimo passaggio sotterraneo nei pressi dell’ingresso nord del Castello di Lombardia (che all’epoca doveva essere l’ingresso al santuario), ove veniva praticato il rito dell’abluzione cioè del lavaggio del corpo a scopo di purificazione. Ciò dimostrerebbe che a Enna si praticassero riti religiosi misterici di un antichissimo culto agrario basato sulla rappresentazione del ratto di Proserpina da parte di Ade in un ciclo di tre fasi: la discesa (perdita), la ricerca, l’ascesa di Persefone e la riunione con sua madre Demetra. Tale passaggio sotterraneo, preceduto dall’abluzione, si prestava benissimo al rito iniziatico in quanto i fedeli attraverso di esso “discendevano negli Inferi”, cercavano, fiaccola in mano, Persefone e poi, percorrendo in salita la galleria che sboccava nel grande cortile chiamato oggi “Piazzale degli Armati”, ascendevano a nuova vita ritornando alla luce del sole. I riti misterici, riservati a pochi iniziati, erano tenuti segreti, pertanto, ad oggi non si conoscono i particolari, sebbene alcuni ipotizzano anche l’uso di sostanze alcoliche o psicotrope. Per gli iniziati, la rinascita di Persefone simboleggiava l’eternità della vita che scorre di generazione in generazione; essi credevano che avrebbero ricevuto una ricompensa nell’aldilà.
Il culto demetriaco ennese raggiungeva il culmine con una grande processione popolare, nel corso della quale le devote erravano per la città, vestite di bianco e reggendo una torcia. Infine, la processione si dirigeva verso Montesalvo ove sorgeva il tempio di Bacco ed ove la cerimonia si concludeva con un grande falò ed il consumo di vino.
L’uso rituale del vino e la coltivazione della vite sono confermati dalla presenza, lungo la “Via Sacra”, a valle di contrada Santa Ninfa, di almeno tre antichissimi palmenti rupestri nonché dalla Litra in bronzo, coniata a Henna tra il 220 ed il 150 a.c., raffigurante, al verso, un grappolo d’uva entro corona d’alloro con la legenda “Hennaion”.
Testimone del culto dionisiaco è il fusto marmoreo di un fonte battesimale ubicato all’interno del Duomo ennese, ricavato da un antico candelabro di epoca romana raffigurante una scena dionisiaca con satiri danzanti. La biologa francese Jeanne Villepreux Power, appassionata della nostra Isola, nel 1842 riferiva che tale reperto era stato trovato nelle rovine dell’antica Henna e che “il consimile
trovasi in casa dell’egregio Avvocato Antonino Alessi”, fratello del più noto canonico; molte volte mi sono chiesto che fine abbiano fatto i pezzi di storia della nostra città, forse svenduti a vile prezzo e dispersi chissà dove.
Per decine di anni tutta l’area sacra venne adibita a cava di pietra cosicché gli antichi edifici di culto vennero demoliti e le pietre riutilizzate per ulteriori edificazioni tra cui il Castello di Lombardia. Durante la seconda guerra mondiale, nel terrazzamento tufaceo sottostante il castello venne realizzato un ricovero antiaereo denominato “sette stanze”. Recentemente, dopo secoli di abbandono, grazie all’encomiabile e lungimirante intervento dell’amministrazione comunale ennese, tutta l’area è stata sgomberata dai rifiuti che la ricoprivano ed è stata restituita alla cittadinanza. Al gruppo Scout Agesci Enna 1° va il merito di aver ha ripristinato l’antico tracciato della “Via Sacra”.
Tante memorie e tante meraviglie sono state obliate dalla voracità dei secoli, sono scomparse perché la natura della pietra calcarea non lotta contro il tempo; sono scomparse perchè ogni popolo che sopraggiunge, abbracciando nuove credenze religiose, si adopera per cancellare il passato sostituendo ad esso un nuovo presente in una sequenza infinita di prodursi e disfarsi che riporta alla mente l’antica visione naturalistica religiosa propria di questi luoghi, da cui derivò l’idea della perenne alternanza tra vita e morte, progresso e decadenza, fortuna e disgrazia, come se il tempo fosse una ruota in cui tutti gli esseri rinascono e muoiono in un ciclo senza fine.

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