Quando nella letteratura classica si individua il territorio ennese come luogo in cui il mito narra ci fosse l’antro da cui Ade uscì dagli Inferi per rapire Persefone, nulla sembrerebbe più verosimile della miniera di zolfo. Proprio questi luoghi, disseminati nell’ entroterra dell’isola, hanno rappresentato nel nostro tempo l’Inferno: non solo fisico per le elevatissime temperature a cui erano esposti i minatori, ma soprattutto morale. Quello dello zolfataio è stato il lavoro senza dignità per antonomasia, ma anche il mestiere più diffuso nelle famiglie siciliane tra diciannovesimo e ventesimo secolo: ognuno di noi ha un antenato che ha sofferto in quei luoghi. La performance di ieri sera presso la miniera di Floristella ha immerso ogni spettatore in un tempo intriso di dolore. Complici le voci eoliche dei Lamentatori di Assoro, che, come i muezzin dai minareti al tramonto, hanno donato alle nostre anime canti pieni di una poesia così potente da riuscire a far percepire la cruda realtà di un lavoro senza diritti, senza età, senza paga, senza regole. Floristella fu una delle miniere più produttive nell’estrazione dello zolfo sullo scenario economico della Sicilia. La famiglia Pennisi di Acireale viveva lì, occupandosi dei vigneti e della produzione di vino; la loro quotidianità scorreva felice accanto alla miniera ricordando la famiglia nazista del film “La zona di interesse” che viveva indisturbata accanto ad Auschwitz. Le cantine del Palazzo servivano per proteggersi dalle rivolte che frequenti scoppiavano quando quei poveri diavoli dei minatori risalivano in superficie. Venivano infatti malpagati attraverso una fessura quadrata posta accanto al portone centrale; nella loro brutale consapevolezza comprendevano che tutti i rischi corsi ogni giorno sottoterra non erano bastati neanche a sfamare la famiglia, che in paese aspettava la luce di qualche quattrino. Nudi, sporchi, affamati, bruciati insieme ai loro figli – la cui infanzia non era solo compromessa dal punto di vista intellettuale, in quanto analfabeti come i padri, ma anche e soprattutto morale e fisico – un giorno i Surfarara incendiarono quella dimora edenica. Sono stati necessari anni e anni di proteste per comprendere che quello del minatore non era un lavoro umano e chiudere definitivamente Floristella. Oggi il sito è lì: incantevole, silente, immerso tra i boschi, con il suo palazzo che emana un fascino perenne. A noi il dovere di ricordare, di insegnare a non dimenticare. Le discriminazioni sociali e i ghetti non sono stati subìti solo in contesti storici passati e limitati a singole etnie ( come ad esempio gli ebrei) ma sono dinamiche universali che hanno colpito, e colpiscono tuttora, i ceti più deboli, esattamente come è accaduto ai siciliani. Ieri Floristella ha accolto sotto un primaverile cielo color indaco tanti spettatori, per esortarli al valore della memoria collettiva.


