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Cronache di Gusto: Nessuno vuole più fare il cameriere o l’aiuto in cucina: “Meglio il reddito di cittadinanza”

Riccardo Agosto 7, 2020 5 minuti letti

Nessuno vuole più fare il cameriere o l’aiuto in cucina: “Meglio il reddito di cittadinanza”

di Roberto Chifari

“Nessuno vuole più lavorare”, la denuncia arriva direttamente dai ristoratori italiani che puntano l’indice contro chi abusa degli effetti del reddito di cittadinanza.

“Da quando c’è questa forma di sussidio è diventato impossibile trovare qualcuno disposto a lavorare in cucina”. È paradossale, ma è tutto vero. A raccontarcelo sono i piccoli imprenditori della ristorazione e del turismo che denunciano una situazione ormai diventata insostenibile. Non a caso da quando il governo ha istituito il reddito di cittadinanza, ma il riferimento è anche alle altre forme di welfare, nessuno ha più voglia di lavorare come cameriere al ristorante, facchino in hotel o lavapiatti in trattoria. Lavori umili, di grande fatica ma che sono l’anello cruciale di una catena che va alimentata ogni giorno. Nel nostro girovagare il lungo e il largo per la Sicilia, abbiamo conosciuto ristoratori, piccoli imprenditori e titolari di alberghi e strutture ricettive. La risposta è sempre la stessa: “Abbiamo difficoltà a trovare qualcuno disposto a lavorare”. Il reddito di cittadinanza è solo la punta dell’iceberg di un problema che va avanti da tempo: il welfare non spinge a cercare lavoro, ma anzi paradossalmente invita a stare a casa. Ed effettivamente tra i percettori del reddito di cittadinanza in pochi hanno trovato un lavoro, molti preferiscono attendere una chiamata che non arriverà mai.

La situazione però, è davvero insostenibile perché con la ripartenza, dopo il forzato lockdown, in molti stanno cercando personale offrendo contratti regolari attraverso forme stagionali, part time o di collaborazione. Niente da fare, piuttosto che un contratto di lavoro a tempo determinato, meglio il reddito di cittadinanza sicuro e fisso ogni mese. Il danno è irrecuperabile, perché mancando la forza lavoro diventa difficile riuscire a programmare la stagione estiva nel mese più importante dell’anno: ovvero agosto. Un ristoratore ci racconta gli ultimi due colloqui che fotografano la situazione attuale. “Un giorno è venuto un ragazzo appena diplomato – dice – Mi ha chiesto un lavoro e gli ho detto che avrebbe potuto cominciare il giorno dopo. Il suo impiego sarebbe stato dal martedì alla domenica, giorno libero il lunedì e paga raddoppiata nel weekend. Ha rifiutato perché voleva il weekend libero per uscire con gli amici”. Un episodio singolo? A dire il vero no. Il ristoratore ha raccontato anche di un’altra situazione paradossale. “È venuto da me un uomo che percepisce il reddito di cittadinanza e voleva integrarlo. Prende 780 euro al mese, per lavorare mi ha chiesto il doppio e in nero. Un costo che io non posso sostenere”.

Dai ristoranti agli hotel, cambia la musica, ma la storia è la stessa. A parlare è il titolare di un noto albergo del sud-est siciliano. “Il turismo lentamente va riprendendosi – racconta – Quest’anno manca totalmente il turismo internazionale, stiamo lavorando molto con gli italiani, ma nonostante la difficoltà stiamo provando a rialzarci. Eppure, non riusciamo a trovare facchini e autisti per il nostro hotel. Tutti percepiscono il reddito di cittadinanza o hanno la disoccupazione. Eppure in molti vengono a bussare alla nostra porta per un lavoro”. Come mai allora cercano lavoro e nello stesso tempo lo rifiutano? A dare una sua personale lettura è un altro imprenditore del turismo che spiega: “Mi è stato detto per 1.000 euro preferiscono percepire il reddito di cittadinanza. C’è chi si è lamentato di dover lavorare il weekend, chi dell’orario del colloquio di lavoro. La verità è che se io offro un lavoro da 700-800 euro al mese qual è la convenienza a cercare un impiego? Con 780 euro offerti senza particolari sforzi si toglie alle persone la volontà di cercare un lavoro, soprattutto per quei tipi di lavoro a basso reddito, con il rischio concreto della sparizione e del disincentivo dei lavori part time e l’aumento del lavoro in nero”.

E arriviamo all’altro lato della medaglia “il lavoro nero”. Il rischio c’è ed è concreto, chi riceve il reddito di cittadinanza cerca comunque di arrotondare con lavoretti part time, ma il più delle volte si tratta di lavoretti in nero che sono l’unico modo per tenere due piedi in una scarpa: arrotondare e nello stesso tempo non perdere i benefici del reddito di cittadinanza. Agevolazioni che di fatto decadrebbero con un lavoro regolare. La Cgil, intanto, denuncia come la pandemia abbia fatto emergere una platea di lavoratori dimenticati, emarginati, invisibili, sfruttati e sottopagati. “Riteniamo che vada implementata perché il fenomeno del lavoro nero, che a Palermo riguarda un lavoratore su tre soprattutto in settori come l’edilizia, il commercio e l’agricoltura, è molto più ampio, come è emerso in maniera drammatica durante la pandemia”.

Alla fine resta una riflessione da fare. Per molti il reddito di cittadinanza è una boccata di ossigeno indispensabile. L’Italia ha un sistema welfare all’avanguardia in Europa che permette di limitare le diseguaglianze sociali, ma le storie di questi imprenditori dovrebbero far riflettere perché se da un lato c’è chi riesce a sopravvivere grazie al Rdc, c’è chi se ne approfitta creando una perdita alla nostra economia, un costo per la collettività e un danno all’intero sistema. Al di là degli slogan politici, forse sarebbe meglio rivedere il reddito di cittadinanza. Prima che sia troppo tardi.

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Riccardo

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