Howard R. Carr: il tempo lungo di un artista americano
Da Washington a Cadaqués, oltre cinquant’anni di pratica indipendente, opere in continuo divenire e un archivio che oggi torna a ricomporsi.
Testo proposto da Ce Jamieson
Ci sono artisti che costruiscono la propria carriera attraverso una sequenza ordinata di mostre, cataloghi e archivi. E poi ci sono artisti la cui storia resta disseminata in luoghi diversi: una fotografia, una recensione, una mostra ricordata da chi c’era, un’opera conservata per decenni, una frase in un vecchio articolo. Howard R. Carr appartiene a questa seconda categoria. Pittore e scultore americano attivo a Washington, D.C., Carr lavora da oltre cinquant’anni e continua ancora oggi a produrre nuove opere. La sua storia non è quella di un artista che ritorna al lavoro: è la storia di un artista che non ha mai smesso.
Negli ultimi mesi, questo percorso è stato ricostruito attraverso un lavoro di riordino documentale che riunisce corrispondenza, fotografie, materiali della Govinda Gallery, articoli di stampa, testimonianze e registri delle opere. Il registro di lavoro conta oggi oltre 180 schede. Il criterio seguito è semplice: ciò che non è verificato viene segnalato come tale, senza colmare le lacune con supposizioni. È una cautela importante, perché la vicenda di Carr attraversa ambienti e nomi molto noti, ma il suo valore non dipende da essi.
Uno dei primi capitoli europei risale al 1971–72. Secondo resoconti pubblicati in prima persona da Chris Murray, Carr incontrò Salvador Dalí a Cadaqués nel 1971. L’anno successivo viaggiò in Europa e in Marocco con Murray e con l’artista Kim Waters. Murray ha raccontato che i tre affittarono un appartamento a Cadaqués e che, per circa sei settimane, trascorsero diverse serate nella casa di Dalí a Portlligat mentre l’artista riceveva ospiti. Carr suonava un tamburo marocchino. È importante definire con precisione questo episodio: Carr non fu allievo, assistente o collaboratore di Dalí. Fu un’esperienza straordinaria nella giovinezza di un artista che avrebbe poi sviluppato una carriera completamente indipendente.
Tornato negli Stati Uniti, Carr divenne parte della vita artistica di Washington. Un momento emblematico arriva l’11 febbraio 1977, quando portò Big Fry sul Potomac ghiacciato, con il Kennedy Center sullo sfondo. L’opera — una gigantesca immagine di uova fritte installata sul fiume congelato — trasformava un luogo pubblico in un gesto temporaneo, ironico e monumentale. Più che un semplice episodio curioso, Big Fry mostra un tratto costante del lavoro di Carr: la disponibilità a usare qualunque linguaggio o materiale serva all’idea.
Quella libertà si ritrova anche nel suo rapporto con la Govinda Gallery di Georgetown. Nei ricordi pubblicati da Chris Murray, fondatore della galleria, Carr viene indicato insieme a Kim Waters e Michael Netter tra gli amici artisti che contribuirono a ispirare la nascita di Govinda. L’archivio della galleria registra mostre personali di Carr nel 1978, nel 1984 e nel 1998. The Washington Post recensì la mostra del 1984 con un articolo di Paul Richard, pubblicato l’11 ottobre di quell’anno, e tornò sul suo lavoro nel 1998 con una recensione di Ferdinand Protzman del 7 maggio.
Una fotografia del 1984 offre una testimonianza eloquente di quel mondo. Photo Museum Ireland identifica nell’immagine Howard Carr insieme ad Andy Warhol, Peter Wise e Martin Kotler, con Chris Murray seduto davanti a loro, durante il lancio di una mostra di Peter Wise alla Govinda Gallery. Il valore della fotografia non sta nel suggerire un rapporto privilegiato con Warhol, ma nel collocare Carr con precisione in un momento, in un luogo e in una rete culturale che appartengono alla storia artistica di Washington.
Nel 2000 Carr partecipò anche alla mostra collettiva Eternity alla Govinda Gallery. The Washington Post documentò tre sue opere, compreso un lavoro testuale sospeso al soffitto. Nel tempo, la sua pratica ha continuato a muoversi tra pittura, scultura, assemblaggio e materiali non convenzionali. Olio, acrilico, carta, cartone, cera d’api, piume e oggetti trovati entrano nel suo vocabolario senza che un mezzo diventi mai una gabbia stilistica.
Il ritratto costituisce un altro filo importante del suo lavoro. Nel 2022 il nome di Howard Carr comparve tra i semifinalisti della Outwin Boochever Portrait Competition della Smithsonian National Portrait Gallery. Carr ha identificato come opera presentata il suo ritratto dello chef e umanitario José Andrés, dipinto a olio su un piatto di carta. Anche qui emerge una caratteristica tipica del suo modo di lavorare: un soggetto serio può convivere con un supporto inatteso, senza perdere intensità.
Carr ha inoltre mantenuto una presenza di studio a Georgetown, al Jackson Art Center. The Georgetowner lo ha documentato in diverse occasioni pubbliche tra il 2016 e il 2022, incluso un servizio del 2018 in cui viene fotografato mentre lavora a un ritratto. Queste immagini recenti contano quanto quelle storiche, perché impediscono alla sua biografia di diventare una storia chiusa nel passato. Carr non è un artista “riscoperto” dopo aver smesso: è un artista ancora al lavoro.
Oggi sta sviluppando un nuovo nucleo di opere legato a Icarus Laughed, in cui il mito di Icaro viene trattato non come una singola immagine ma come un campo di possibilità: ascesa, impatto, caduta, memoria. In questo gruppo compaiono materiali come piume, cera d’api e acrilico. Nel 2026 Carr ha presentato domanda per la Fellowship 2027 della John Simon Guggenheim Memorial Foundation con un progetto centrato su Icarus Laughed. La domanda è stata presentata e la procedura è tuttora in corso: non si tratta di una selezione, di una candidatura su invito o di un riconoscimento già ottenuto.
Negli ultimi mesi la ricostruzione del suo percorso ha iniziato a generare nuova attenzione editoriale. The Georgetown Dish ha pubblicato un profilo dedicato alla sua lunga attività a Georgetown; Art News India ha pubblicato un articolo sulla continuità della sua vita artistica. Il fatto più interessante, tuttavia, non è la somma delle pubblicazioni. È il modo in cui una carriera che per decenni era rimasta distribuita tra opere, memorie e archivi sta tornando leggibile come una storia coerente.
Per un lettore italiano, la vicenda di Howard R. Carr può interessare proprio per questo. Non esiste un legame artificiale da costruire con l’Italia o con la Sicilia. Esiste invece un tema universale: cosa accade alla memoria di un artista quando una vita di lavoro supera le strutture che avrebbero dovuto conservarla? E cosa significa ricomporre quella memoria mentre l’artista è ancora presente, ancora capace di correggere un dettaglio, ricordare un nome, contestare una data o aggiungere una nuova opera il giorno successivo?
Le figure celebri che attraversano la storia di Carr — Dalí, Warhol e altri — possono attirare l’attenzione, ma non sono il punto centrale. Il punto è la continuità. Howard R. Carr stava lavorando prima che molti degli episodi oggi considerati “storia dell’arte” fossero diventati storia. E lavora ancora. In questo senso, il suo archivio non è un monumento al passato: è un documento aperto, che continua a cambiare mentre l’artista continua a dipingere.

